PERUGIA - Si riparte, per la decima volta. Ed è impossibile farlo senza dedicare la prima giornata del Festival Internazionale di Giornalismo al sorriso aperto e brutalmente acciaccato di Giulio Regeni. Un martirio ricordato dagli inviati di Repubblica Carlo Bonini e Giuliano Foschini, ampiamente riportato nella parte alta del sito, con le nuove indiscrezioni su un caso che metterà a dura prova i rapporti tra Italia e Egitto e la stessa credibilità delle istituzioni del Cairo. All’orribile profanazione sul corpo del nostro ricercatore sono succeduti depistaggi talmente scomposti da lasciare senza parole l’intera diplomazia internazionale. Un richiamo doveroso e utile, quello del Festival a Regeni, in un Paese che spesso si perde in baruffe di poco conto mentre a poche miglia di mare c’è chi viene brutalizzato per un elementare richiamo alla verità dei fatti.
Cronista o dronista?
Cosa sarebbe un dronista? Lo scopriremo col tempo, anche se qualche assaggio già c’è stato, in zone di guerra. Lontani i tempi in cui bastava appostarsi a un balcone per riprendere il corpo di Aldo Moro acciambellato in un bagagliaio, oggi inviati e cronisti sono tenuti sempre più a distanza dal cuore degli eventi. Inevitabile il ricorso al drone, il microelicottero radiocomandato (e in questo caso munito di telecamera), capace di scavalcare la zona off limits e sbirciare dall’alto il succedersi degli eventi. Non esiste network internazionale che non lo abbia testato. Una pratica che di certo innescherà la guerra degli antidroni, la micro-controaerea, in un suggestivo e futuribile combattimento tra la flotta informatica dell’Isis e l’operatore Rai Pino Baldazzi, con l’inviato del Tg1 a raccontare in diretta le acrobatiche manovre del prode Baldazzi, intento a evitare gli agguati dei fondamentalisti pur di garantire le immagini a casa. Parlando del presente e del concreto, sono da poco usciti droni sotto i 300 grammi, in carbonio, che non necessitano di brevetto e patente. Il loro numero (siamo intorno alla cinquantina) è triplicato nel giro di sei mesi. Ne ha parlato Giovanni Gallus, avvocato e autorità in materia. Suggestiva la possibilità di lanciarli in aria e farsi inquadrare mentre si attraversa un quartiere a rischio, una zona ad alta densità terroristica, un vertice esclusivo. Restano in piedi tutte le limitazioni sulla violazione della privacy ma si può sempre contare su un piccolo angelo custode, grande come un cellulare, che ti controlla a 30 metri di altezza filmandoti e seguendoti in alta definizione.
Dacci oggi la nostra cronaca nera
In molti aspettavano, nella prima giornata di Festival, la nuova reprimenda di Campo dall’Orto contro l’abuso di cronaca nera nei programmi Rai. Niente da fare: la scelta di Bruno Vespa di andare in onda con l’intervista al figlio di Riina ha spiazzato tutti e il direttore generale ha preferito presidiare l’azienda, mentre da tutti i fronti, istituzionali e politici, calavano strali nei confronti del popolare conduttore. Dopo la passerella del clan Casamonica si teme un nuovo show ad alta densità mafiosa. Strano che nessuno rimproveri a Vespa colpe forse più pesanti e documentabili. Da quando ha inaugurato il filone della cronaca spettacolo, con le ripetute puntate sul caso Cogne, di fatto non è esistito più un reo confesso. Da Garlasco a Erba, dalla stessa Perugia a Brembate (parliamo dei casi più eclatanti, naturalmente), nessuno ha più osato addossarsi la colpa di un crimine efferato. Perfino Rosa e Olindo, dopo una palese confessione, hanno ritrattato. Evidentemente risulta impossibile sostenere la parte del colpevole davanti a una platea così sterminata e il fatto che il nome di Cogne resti segnato a lutto nella memoria collettiva e lo resterà fino oltre l’esistenza della stessa Annamaria Franzoni fa riflettere. Come si può sostenere una colpa che oltrepassa i propri limiti fisici, che sconfina nella memoria? Di fronte a un pubblico di milioni di giudici sembra preferibile trascorrere qualche anno in più in carcere, ma con il beneficio del dubbio, che uscirne anzitempo col marchio del mostro. Ed è indiscutibile che Porta a Porta abbia attinto a piene mani a questa forma di show, poi resa ancora più perversa e nefasta da un’ìnfinità di cloni.
Violenza sessuale, come raccontarla?
Molto istruttiva l’esperienza di Irpi, Investigative Reporting Project Italy, e dei suoi fondatori Cecilia Anesi, Giulio Rubino e Alessia Cerantola, nei confronti di un argomento particolarmente spinoso, lo stupro nei confronti di giovani donne. Una notizia nata in rete, attraverso lo sfogo di una vittima, una giovane portoghese, che ha raccolto via via sempre più adesioni e segrete ammissioni. A questo punto il team Irpi, sotto la guida del centro di formazione Dart Center, ha cominciato un paziente lavoro di scavo e indagine: “Ci hanno insegnato - dicono Anesi e Rubino - ad ascoltare in silenzio, a lasciare fluire lentamente il ricordo e la denuncia nelle giovani vittime, senza nessun compatimento nostro, senza compiacimenti e lacrime, vere o presunte. Il risultato è andato oltre allo scoop giornalistico, la presa di coscienza delle vittime è stata piena. Anche le più restie sono uscite allo scoperto con nome e cognome e soprattutto hanno preteso giustizia in sede legale, anche in Paesi dove un crimine del genere è ancora avvolto nel silenzio. Come dire che oltre allo sputtanamento con le telecamere nascoste e gli inseguimenti per strada, esistono sistemi ugualmente incisivi e forse ancora più risolutivi (e comunque vada bene anche per gli inseguimenti).
L’Aquila appollaiata sulla sedia di Snowden & C.
Si chiama Anything to say, ed è un autentico successo per il Festival. Si tratta di una installazione dell’artista Davide Dormino sistemata nella piazza centrale di Perugia, con le tre statue di di Julian Assange, Edward Snowden e Chelsea Manning a grandezza naturale in piedi su tre sedie. Al loro fianco una sedia vuota, fatta per chiunque voglia montarci su e dire quello che pensa o più semplicemente farsi fotografare. Ieri ci è balzato con tutta la sua rabbia Vincenzo Vittorini, portavoce per la verità e la giustizia delle 309 vittime del terremoto dell’Aquila, a sette anni esatti dalla tragedia. Incredibile come la nuvola di polvere persista dopo così tanto tempo.
Cronista o dronista?
Cosa sarebbe un dronista? Lo scopriremo col tempo, anche se qualche assaggio già c’è stato, in zone di guerra. Lontani i tempi in cui bastava appostarsi a un balcone per riprendere il corpo di Aldo Moro acciambellato in un bagagliaio, oggi inviati e cronisti sono tenuti sempre più a distanza dal cuore degli eventi. Inevitabile il ricorso al drone, il microelicottero radiocomandato (e in questo caso munito di telecamera), capace di scavalcare la zona off limits e sbirciare dall’alto il succedersi degli eventi. Non esiste network internazionale che non lo abbia testato. Una pratica che di certo innescherà la guerra degli antidroni, la micro-controaerea, in un suggestivo e futuribile combattimento tra la flotta informatica dell’Isis e l’operatore Rai Pino Baldazzi, con l’inviato del Tg1 a raccontare in diretta le acrobatiche manovre del prode Baldazzi, intento a evitare gli agguati dei fondamentalisti pur di garantire le immagini a casa. Parlando del presente e del concreto, sono da poco usciti droni sotto i 300 grammi, in carbonio, che non necessitano di brevetto e patente. Il loro numero (siamo intorno alla cinquantina) è triplicato nel giro di sei mesi. Ne ha parlato Giovanni Gallus, avvocato e autorità in materia. Suggestiva la possibilità di lanciarli in aria e farsi inquadrare mentre si attraversa un quartiere a rischio, una zona ad alta densità terroristica, un vertice esclusivo. Restano in piedi tutte le limitazioni sulla violazione della privacy ma si può sempre contare su un piccolo angelo custode, grande come un cellulare, che ti controlla a 30 metri di altezza filmandoti e seguendoti in alta definizione.
Dacci oggi la nostra cronaca nera
In molti aspettavano, nella prima giornata di Festival, la nuova reprimenda di Campo dall’Orto contro l’abuso di cronaca nera nei programmi Rai. Niente da fare: la scelta di Bruno Vespa di andare in onda con l’intervista al figlio di Riina ha spiazzato tutti e il direttore generale ha preferito presidiare l’azienda, mentre da tutti i fronti, istituzionali e politici, calavano strali nei confronti del popolare conduttore. Dopo la passerella del clan Casamonica si teme un nuovo show ad alta densità mafiosa. Strano che nessuno rimproveri a Vespa colpe forse più pesanti e documentabili. Da quando ha inaugurato il filone della cronaca spettacolo, con le ripetute puntate sul caso Cogne, di fatto non è esistito più un reo confesso. Da Garlasco a Erba, dalla stessa Perugia a Brembate (parliamo dei casi più eclatanti, naturalmente), nessuno ha più osato addossarsi la colpa di un crimine efferato. Perfino Rosa e Olindo, dopo una palese confessione, hanno ritrattato. Evidentemente risulta impossibile sostenere la parte del colpevole davanti a una platea così sterminata e il fatto che il nome di Cogne resti segnato a lutto nella memoria collettiva e lo resterà fino oltre l’esistenza della stessa Annamaria Franzoni fa riflettere. Come si può sostenere una colpa che oltrepassa i propri limiti fisici, che sconfina nella memoria? Di fronte a un pubblico di milioni di giudici sembra preferibile trascorrere qualche anno in più in carcere, ma con il beneficio del dubbio, che uscirne anzitempo col marchio del mostro. Ed è indiscutibile che Porta a Porta abbia attinto a piene mani a questa forma di show, poi resa ancora più perversa e nefasta da un’ìnfinità di cloni.
Violenza sessuale, come raccontarla?
Molto istruttiva l’esperienza di Irpi, Investigative Reporting Project Italy, e dei suoi fondatori Cecilia Anesi, Giulio Rubino e Alessia Cerantola, nei confronti di un argomento particolarmente spinoso, lo stupro nei confronti di giovani donne. Una notizia nata in rete, attraverso lo sfogo di una vittima, una giovane portoghese, che ha raccolto via via sempre più adesioni e segrete ammissioni. A questo punto il team Irpi, sotto la guida del centro di formazione Dart Center, ha cominciato un paziente lavoro di scavo e indagine: “Ci hanno insegnato - dicono Anesi e Rubino - ad ascoltare in silenzio, a lasciare fluire lentamente il ricordo e la denuncia nelle giovani vittime, senza nessun compatimento nostro, senza compiacimenti e lacrime, vere o presunte. Il risultato è andato oltre allo scoop giornalistico, la presa di coscienza delle vittime è stata piena. Anche le più restie sono uscite allo scoperto con nome e cognome e soprattutto hanno preteso giustizia in sede legale, anche in Paesi dove un crimine del genere è ancora avvolto nel silenzio. Come dire che oltre allo sputtanamento con le telecamere nascoste e gli inseguimenti per strada, esistono sistemi ugualmente incisivi e forse ancora più risolutivi (e comunque vada bene anche per gli inseguimenti).
L’Aquila appollaiata sulla sedia di Snowden & C.
Si chiama Anything to say, ed è un autentico successo per il Festival. Si tratta di una installazione dell’artista Davide Dormino sistemata nella piazza centrale di Perugia, con le tre statue di di Julian Assange, Edward Snowden e Chelsea Manning a grandezza naturale in piedi su tre sedie. Al loro fianco una sedia vuota, fatta per chiunque voglia montarci su e dire quello che pensa o più semplicemente farsi fotografare. Ieri ci è balzato con tutta la sua rabbia Vincenzo Vittorini, portavoce per la verità e la giustizia delle 309 vittime del terremoto dell’Aquila, a sette anni esatti dalla tragedia. Incredibile come la nuvola di polvere persista dopo così tanto tempo.