Cultura

Festival di giornalismo a Perugia: così il social spodesta la tv

Al centro della seconda giornata della kermesse, il drastico calo di ascolti dei grossi network televisivi. Troppa prevedibilità, dicono gli esperti. Ma è soprattutto lo smartphone il nemico numero uno. Sempre acceso, sempre connesso, con la tv ridotta a una quasi radio

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PERUGIA - Social Killed the Video Star. La canterebbero così, oggi, la loro canzone, The Buggles. Non più il video che uccide la radio bensì i social e gli smartphone che menano fendenti a tutta l'informazione televisiva. Sconcertanti i dati che vengono dalla seconda giornata di Festival del Giornalismo di Perugia, in particolare da Ibrahim Helal, editorial advisor di Al Jazeera. Helal disvela come ci è cambiata la vita negli ultimi anni, da quando abbiamo impugnato lo smartphone e siamo entrati in connessione no stop. Oltre 220 minuti passati ogni giorno da ciascun americano con un telefono in mano, 197 in india, 170 in Gran Bretagna, 160 in Cina, molto più tempo di quanto lo si dedichi a moglie, figli e amici. Cali di ascolti nelle news del 10 per cento in Gran Bretagna, del 15 per cento negli Stati Uniti, una china molto simile a quella vissuta dalla carta stampata, con importanti fette di mercato che cambiano settore in velocità.

E in realtà non la si racconta tutta. In Italia è fin troppo evidente l'abitudine di seguire la televisione senza prestare attenzione allo schermo, con gli occhi puntati sulla propria pagina Facebook o sulla foto postata su WhatsApp. Non c'entra neanche la qualità dell'immagine così come non è più discriminante l'età, perché ormai pure la signora oltre i cinquanta si sistema sul divano davanti a "Chi l'ha visto?" o ai tronisti di Maria, mentre spara alle bolle o consulta il catalogo di scarpe. Ancora confuse le strategie di difesa. E' sempre Helal a individuare uno dei limiti dell'informazione televisiva, ovvero la prevedibilità. Parlare della crisi mediorientale senza entrare nell'evento, nella sua contemporaneità, significa veder franare gli ascolti nel giro di pochi minuti. Basta vedere come trattiene più pubblico una partita di calcio noiosa che da un minuto all'altro potrebbe cambiare verso, rispetto a un telegiornale con le notizie semplicemente aggiornate. Chissà quanto durerà questa sbronza "smart"? Se davvero siamo al tramonto della cultura dell'immagine e alle soglie di quella più simbolica dei social. Forse occorre solo un po' di pazienza. A Perugia raccomandano di non entrare nel panico, di continuare a puntare sulla qualità, semmai di personalizzare anche i tempi dell'informazione, dicendo definitivamente addio ai vecchi telegiornali che cominciano tutti alla stessa ora.
 
Ungheria o angheria?
Volano stracci nella sala dentro il chiostro della Cattedrale (la curia perugina è tra le più devote a papa Bergoglio), tra il direttore di Human Rights Watch, Andrew Stroehiein e l'ambasciatore ungherese George von Habsburg, un po' in affanno nel giustificare il comportamento del suo governo contro i rifugiati siriani. Di fronte alle accuse di atteggiamenti paranoici, con quei treni stracolmi troppo simili a quelli diretti nei campi di sterminio, il diplomatico ungherese reagisce accusando i media internazionali di fornire notizie sommarie e imprecise sui blocchi ai confini con Grecia e Turchia, senza sottolineare la tanta umanità dimostrata dal suo popolo nel dare accoglienza alla povera gente. In attesa di chiarimenti una cosa è certa: fino a quando si racconteranno questi esodi mostrando folle indistinte di profughi sarà difficile recuperare un po' di umanità. Lo straziante insegnamento c'è già stato col singolo faccino di Aylan riverso sulla spiaggia di Bodrum. Uno batte un milione.
 
Il trauma delle immagini
E a proposito di immagini cruente, succede che nel felpato silenzio di un grande network, si entra in sala montaggio e in alta definizione ti arrivano in faccia membra spappolate, volti sventrati, urla disumane di corpi nei loro ultimi istanti di vita e tutto questo mentre un attimo prima eri davanti alla macchinetta del caffè a scherzare con i colleghi. Succede sempre più spesso, immagini che ovviamente nessuno di noi vedrà. Nessuno tranne gli operatori e gli inviati sul posto e i colleghi che devono tagliare e sistemare le immagini spedite di corsa dalle zone di guerra. E' successo anche a Andy Carvin, tra i mostri sacri delle news più affezionati al festival perugino e ora capo di Reported.Iy. Entrato in sala montaggio ha visto quello che non avrebbe mai immaginato di vedere e per sei mesi non ha potuto più sentire puzza di broccoli o cavoli, chissà mai perché. Sta di fatto che da qualche mese la Bbc investe somme ingenti per supportare psicologicamente i giornalisti che si apprestano a svolgere questo lavoro di cernita delle immagini. E lo stesso Carvin raccomanda di parlare e di non chiudersi nel silenzio come ha fatto lui.
 
Dalla Barbagia con pudore
Viene quasi da vergognarsi, tornando a casa. Riccardo Iacona intervista la scrittrice Michela Murgia sulla difficoltà di informare i bambini sulle questioni del sesso e viene fuori la storia di Siniscola, paesino del Nuorese, dove perfino una favola viene letta secondo le teorie fondamentaliste dei tanti genitori italiani che sul loro figlio unico riversano ormai tutte le loro insane attenzioni. Dategli uno smartphone. Ai genitori.