Ho sentito la mia voce pronunciare queste nove lettere dopo averle ripetute a mente infinite volte. E ho iniziato a scrivere queste righe quasi per gioco, per imitare Jack Torrance in Shining e il suo "Il mattino ha l'oro in bocca". Ripeto le mie nove lettere per convincermi, per fare i conti con questi dieci anni trascorsi da quando la prima persona ha avuto Gomorra tra le mani e ne ha iniziato la lettura. Quei primi mesi furono indescrivibili. Mi chiamava chiunque mi avesse visto anche solo una volta nella vita, anche solo per strada e per caso. Erano in molti a sentire di dovermi dire cosa pensassero del libro, a sentire la necessità di comunicarmi cosa avevano provato nella testa e nella carne. Mi chiamavano per dirmi che lo avevano letto e lo avevano regalato. Mi chiamavano per dirmi che avevano fatto appena in tempo a finire di leggere l'ultima parola che c'era già un amico pronto a ricevere il testimone, a prendere un libro già letto da altri per allungarne la vita. Così è nato Gomorra. A Napoli, a Caserta, in Campania e poi oltre. Il boss casalese Antonio Iovine ha detto: "Saviano con Gomorra ci ha portati in America", e io sto ancora qui a chiedermi se davvero un libro possa esistere a prescindere da chi lo ha scritto. E se chi lo ha scritto può prescindere da parole che prima di essere inchiostro su carta sono state pensiero, umori, vita. Talvolta mi viene da pensare (e da sperare) che è necessario riuscire a separare la storia di un libro da quella del suo autore. Mi piace credere che siano due storie completamente diverse. Che l'oggetto assuma una vita propria e l'uomo ne diventi l'appendice. Prima che il libro esista, che esista materialmente intendo, è l'autore ad avere lo scettro. Prima che il libro sia scritto è l'autore a dominare la materia, perché è tutto ancora nella sua mente, in quella fase difficilissima e frenetica che serve a foggiare parole e sostanza. Ma una volta scritto, l'impressione è che sia lui, il libro, a dominare. Una volta pubblicato può accadere di tutto: nella migliore delle ipotesi libro e autore si salutano e continuano vite separate, ognuno per la propria strada. Oppure può accadere che rimangano indissolubilmente legati, padre e figlio, fratelli, compari, amanti, nemici giurati, carnefici l'uno dell'altro. Io e Gomorra non ci siamo mai separati. E mi accorgo di detestarlo come un padre odia il figlio che gli somiglia troppo. Odio di lui tutte le caratteristiche che scorgo di me. È tortuoso, è reale, è narrativo, è teatrale, convulso, lirico. Non ha paura ed è poco avveduto. È incosciente. È un flusso di coscienza ed è cronaca. È spavaldo pur avendo una paura fottuta di tutto. È figlio, Gomorra, come lo sono io. Un figlio odiato perché odioso. Ma che spera silenziosamente d'essere amato. È infelice, Gomorra, come lo sono io. Infelice perché è ancora ragazzo nel corpo di un adulto. Perché è diventato uomo troppo in fretta, sbagliando epoca e generazione.
"Gomorra 2", arriva la resa dei conti fra vecchie conoscenze e new entry
Le nuove alleanze, e il tutti-contro-tutti. E' il momento della resa dei conti, "Gomorra 2" torna dal 10 maggio in prima serata su Sky Atlantic HD, seconda stagione della serie tratta dal libro di Roberto Saviano. Insieme a protagonisti che il pubblico già conosce (Fortunato Cerlino, Marco D'Amore e Salvatore Esposito) arrivano alcune new entry, come Cristina Donadio e Cristiana Dell'Anna, ovvero Scianel e Patrizia. A dirigere la serie sono Stefano Sollima, Francesco Comenicini, Claudio Cupellini e Claudio Giovannesi / LEGGI L'ARTICOLO
(foto di Emanuela Scarpa)
E poi sono caduto in un abisso inaspettato.
Dopo dieci anni di vita sotto scorta ci si è talmente abituati ad associare il mio nome a parole come "morte" e "minacce" che non genera più scandalo alcuno il pensiero che uno scrittore possa vivere sotto protezione per aver scritto un libro. La voglia di buttare tutto all'aria e ricominciare con barba, cappello e occhiali da sole dove nessuno possa riconoscermi è pari alla voglia che ho di lavorare, scrivere e raccontare. E ho capito che è questa la mia dannazione, che è questa la posta che credevo il diavolo non avrebbe mai riscosso. Una dannazione che ti condanna quando la tua parola arriva lontano, quando diventa un seme. Quando smette di appartenerti. Dà le vertigini scoprire quale mosaico, non più opera tua, è nato da una tua intuizione. E così la volontà di trovare l'oblio, e con l'oblio la normalità, si frantuma davanti al desiderio, più forte di ogni altra cosa, di scrivere e raccontare per sempre.
Scrivere e raccontare. Perché l'unica fiducia che ancora conservo è nelle persone. Tutte quelle persone che sono disponibili all'ascolto e al ragionamento. Tutte quelle persone che non cercano scorciatoie, che sanno quanto sia tortuosa la vita e complicato capire, informarsi, mostrarsi aperti, eppure non abbandonano l'attitudine all'accoglienza. Non ho alcuna fiducia, invece, nelle istituzioni, di nessun tipo. Mi è molto dispiaciuto divenire in questi anni una sorta di simbolo, perché non mi riconosco in nient'altro che nel racconto della realtà e sento molto più vicini a me i sognatori della Repubblica Partenopea di qualunque sindaco, ministro o magistrato del mio tempo. Non mi sento di credere in una soluzione politica, e non per disinteresse, ma per troppo interesse: la democrazia ha costruito dentro di sé una equivalenza pericolosissima tra parti che dovrebbero essere in conflitto, e continuare a fissare l'abisso del mondo criminale mi permette di comprendere come economia legale ed economia illegale abbiano lo stesso DNA, la stessa vita, lo stesso obiettivo ma un'impercettibile differenza nei metodi pratici.
In questi anni di incubi feroci, a soccorrermi ci sono state solo le parole forti e silenziose di chi ha vissuto vite ben peggiori della mia. Varlam Šalamov, Reinaldo Arenas, Primo Levi, Liu Xiaobo mi hanno teso la mano quando sentivo di stare affogando, mi hanno mostrato una via di uscita quando ero convinto di essere murato vivo. E allora posso solo far mie le parole di Ikonnikov, personaggio di Vita e destino di Vasilij Grossman, che è stato lì accanto a me, sempre. Ikonnikov mi indica la strada, la strada per vivere: "La bontà senza tanti discorsi, senza dottrine, senza sistema, il semplice gesto di un essere a favore di un altro essere, al di là e al di qua delle generalizzazioni e delle astrazioni: la bontà immune dall'ideologia del bene sociale". Non mi importa più - malgrado in questi anni ci abbia creduto - di progetti ideologici, bene sociale, riformismo estremo, associazionismo. Passo di continuo dalla fiducia alla sfiducia verso tutte queste cose.
Non credo all'ideologia del bene sociale, ma credo, come ho detto, nelle parole di Ikonnikov. Credo nel gesto buono. Non si può, certo, essere sempre buoni, ma non ha senso giudicare l'altro con categorie che hanno perso vitalità, verità, slancio. Non credo più nel concetto astratto di giustizia, una giustizia in nome della quale l'umanità ha commesso i crimini peggiori. No, non ci credo più. Credo, invece, e con tutto me stesso, nel bene compiuto dal singolo, occhi negli occhi, mano che aiuta mano. Ho perso, dopo Gomorra e in questi dieci anni, ogni sorta di ingenuità e ogni fede nel cambiamento sociale, ma continuo a nutrire una speranza quasi dogmatica, quella che il racconto di una storia possa ancora salvare, nell'uomo, quanto di umano ci sia.
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