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'Do?nde Esta?n Los Limo?ncillos?', Bony Ramirez, 2020 

I Caraibi diventano un'opera queer: intervista al pittore dominicano Bony Ramirez

Con i suoi quadri l'artista racconta il colonialismo ai figli degli immigrati negli Stati Uniti, ispirandosi al manierismo italiano: "Rappresento i corpi nudi senza genitali perché vorrei far capire che non devi guardare agli aspetti anatomici per considerare un essere umano degno del tuo rispetto"
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Un giovane artista del New Jersey, Bony Ramirez, vuole portare la cultura dominicana nelle gallerie del mondo, arricchendola di una prospettiva storica post coloniale e proiettando le atmosfere dell’isola caraibica in una dimensione che va oltre il binarismo di genere ed è queer. Per farlo, utilizza un’iconografia di corpi nudi distorti, riferimenti al mare, alle piantagioni e sfondi onirici che ricordano - ma solo questi ultimi - la Tahiti di Paul Gauguin. Tutti i suoi lavori, naturalmente, sono in mostra tanto su Instagram quanto in galleria.

“I miei quadri sembrano semplici dipinti”, spiega a Repubblica su Zoom dal suo studio, un ex magazzino nei sobborghi di Jersey City, “ma quello che faccio in realtà è realizzare il soggetto sulla carta, con acrilico e pastelli; poi lo taglio e lo incollo su un pannello di legno, dove continuo a dipingere finché non sembrano un tutt’uno. Per questo guadagnano spessore”.

Rami…

Un giovane artista del New Jersey, Bony Ramirez, vuole portare la cultura dominicana nelle gallerie del mondo, arricchendola di una prospettiva storica post coloniale e proiettando le atmosfere dell’isola caraibica in una dimensione che va oltre il binarismo di genere ed è queer. Per farlo, utilizza un’iconografia di corpi nudi distorti, riferimenti al mare, alle piantagioni e sfondi onirici che ricordano - ma solo questi ultimi - la Tahiti di Paul Gauguin. Tutti i suoi lavori, naturalmente, sono in mostra tanto su Instagram quanto in galleria.

“I miei quadri sembrano semplici dipinti”, spiega a Repubblica su Zoom dal suo studio, un ex magazzino nei sobborghi di Jersey City, “ma quello che faccio in realtà è realizzare il soggetto sulla carta, con acrilico e pastelli; poi lo taglio e lo incollo su un pannello di legno, dove continuo a dipingere finché non sembrano un tutt’uno. Per questo guadagnano spessore”.

Ramirez non ha mai frequentato il college o l’accademia, “non potevo permettermelo”. Ha 25 anni e il suo successo ha coinciso con la pandemia: “La mia carriera è iniziata quando il coronavirus ha chiuso le gallerie. E così la Thierry Goldberg di New York mi ha chiesto se volevo fare la mia mostra online: ho accettato, ha avuto successo e da allora collaboro con loro. Ho potuto lasciare il mio lavoro, dedicarmi all’arte a tempo pieno e acquistare questo studio”.

Da allora Ramirez, che realizza anche delle sculture, ha esposto a New York, Montreal, Los Angeles. Presto, spera, potrebbe arrivare in Italia. Delle sue origini racconta: “Sono nato e cresciuto nella Repubblica Dominicana e sono arrivato negli States quando avevo 13 anni, quindi quello che dipingo è legato cultura caraibica e dall’esperienza degli immigrati caraibici negli Stati Uniti in generale”.

L'artista Bony Ramirez 

Che tipo di messaggio vuole comunicare?

“Voglio rappresentare la mia gente nell’arte contemporanea, perché c’è ancora un vuoto considerevole quando si tratta di Caraibi e io voglio metterli sul piedistallo che meritano. Ma voglio anche spostare i limiti dell’anatomia e del genere, di cosa è ortodosso: i soggetti dei miei dipinti possono essere identificati come uomini o donne, ma non hanno i genitali, perché vorrei far capire che non devi guardare a quegli aspetti anatomici per considerare un essere umano degno del tuo rispetto. Mi lascio molto ispirare dal manierismo italiano, autori come Agnolo Bronzino, Jacopo Tintoretto, Rosso Fiorentino, che si allontanarono da un certo ideale di correttezza anatomica”.

Musa X Paradisiaca, 2020 

C’è anche un riferimento alla decolonizzazione delle isole?

“Sì, perché voglio raccontare allo spettatore la storia dei Caraibi. Alla mia prima esposizione alla Thierry Goldberg Gallery una sezione era dedicata alla colonizzazione dell’isola (oggi divisa tra Haiti e Repubblica Dominicana, ndr.). Voglio far comprendere cosa i locali hanno dovuto sopportare con la schiavitù. Molti americani di origini caraibiche non sanno la storia dei loro Paesi e questo è un modo per mostrargliela”.

La deformità di mani e piedi e l’abnormità dei corpi fa parte di questa narrazione?

“Certo. Molti poi hanno le orecchie colorate come il padiglione di alcune nostre conchiglie, in parte per far notare da dove vengono e in parte per incorporare un elemento caraibico nella loro anatomia. È una loro caratteristica unica. E si nota anche la diversità e la varietà del colore della pelle, che si spiega con l’unione tra le varie etnie nelle isole”.

Las Perlas Traen Lágrimas/ Pearls Bring Tears, 2020 

Di recente l’autore britannico di origini giamaicane Paul Mendez ha raccontato a Repubblica il paradosso di rappresentare in letteratura una cultura che però avrebbe gravi problemi con la sua identità di scrittore gay. Si ritrova in questa esperienza?

“È complicato. Io cerco di mostrare al mondo la cultura dominicano-caraibica, ma in quanto uomo queer probabilmente non sono la persona da cui loro vorrebbero farsi rappresentare. I Caraibi sono molto religiosi, molto cattolici e dalla mentalità chiusa sotto questo punto di vista. Non sono mai tornato indietro dal 2009, da quando sono venuto negli Stati Uniti, e questa è una delle ragioni. Perché se torno vorrei poter essere me stesso”.

Ma è comunque una scelta coraggiosa la sua. Come se dicesse: ‘voi non mi volete, ma avete bisogno di quel che sto facendo’.

“Sì, per questo dico che è complicato. Ho un quadro che ne parla e si chiama Tutto questo peso? Per cosa? (All This Weight? For What?) in cui mi chiedo: io sto facendo tanto per voi, ma per quale motivo, se poi so che non lo apprezzate per via di ciò che sono?”.

All This Weight? For What?, 2020 

Lei dipinge un tipo di Caraibi che non sono mai esistiti. Si è mai trovato nella necessità di dover spiegare che è una rappresentazione solo simbolica?

“Ho avuto una chiacchierata del genere con il mio gallerista. Ho un dipinto che mostra una donna in un negozio ed è molto più legato alla quotidianità di oggi (Es Colmado, No Bodega, ndr.), ma il resto del mio lavoro è fantastico, surreale. È complicato: l’iconografia e i temi sono sempre caraibici, anche se chi non conosce la cultura può non capirlo. Sto ancora cercando di immaginare come fare perché la mia gente possa essere compresa a colpo d’occhio guardando la tela, senza essere didascalico, mentre adesso molti dei riferimenti risultano nascosti. Potrei rendere il tutto più generico: altri artisti dominicani rappresentano la vita contemporanea. Ma io non faccio questo”.

Es Colmado, No Bodega, 2020 

Si percepisce che i suoi soggetti soffrono, così come si notano le loro origini. Ma c’è una dimensione di erotismo nella forma dei corpi?

“Io cerco di non sessualizzarli e anzi nascondere questa componente erotica è parte del mio obiettivo di voler rappresentare i corpi nudi come se fossero spezzati. Spesso cerco di distruggere i seni e altre parti che le persone di solito guardano, così che non possano sessualizzarle. Mi aiuta in questa distorsione anche il fatto che mi baso sui miei ricordi di infanzia, perché non sono più tornato in patria”.

El Platanero, 2020 

Perciò riesce a creare queste figure potenti, ma che combattono la dimensione della sessualizzazione delle minoranze.

“Esatto, però non posso evitare che alcune persone trovino sexy i miei soggetti. È parte del fatto che per un certo occhio le persone nere sono esotiche. E su questo dobbiamo combattere, perché non siamo animali esotici. Ma cerco comunque di rispettare la figura femminile. Anche se sono gay e non sono attratto da un nudo femminile, questo però non mi dà il diritto di fare quello che voglio”.

Qualche membro della comunità caraibica ha visto le sue opere?

“Sì. Una coppia portoricana, ad esempio, durante l’esibizione in corso a Montreal, mi ha ringraziato per aver portato i Caraibi in Canada e mi ha reso molto felice”.

Immagine principale: Donde Estan Los Limoncillos?, 2020

Credit: all the artworks in this article are curtesy of the artist and Thierry Goldberg Gallery, photographed by Daniel Terna