Cultura

Antonio Pennacchi, fascio e martello

Lo scrittore Antonio Pennacchi
Lo scrittore Antonio Pennacchi (agf)
Lo scrittore che vinse lo Strega con “Canale Mussolini” è morto a 71 anni. Ha raccontato la bonifica dell’Agro Pontino e il mondo operaio
3 minuti di lettura

Quando si dice che un’opera, un’opera artistica, letteraria, somiglia all’autore, si esagera sempre un po’: per eccesso o per difetto. Nel caso di Antonio Pennacchi, scomparso poco più che settantenne, c’è invece una corrispondenza piuttosto marcata tra gli umori, la temperatura emotiva dei romanzi e il suo modo di essere: un narratore dentro lo spazio della scrittura e fuori, con le stesse accensioni, lo stesso tono di voce. Che si alza all’improvviso e poi si abbassa di colpo, per sussurrare, quasi borbottare, bofonchiare, e poi tornare su, in un movimento spezzato, vorticoso.

Intemperante Pennacchi; insofferente a ogni briglia, combattivo, pressato dall’urgenza di chi si sente investito da un compito anche per conto terzi: il largo, generoso atto di restituzione che la letteratura può essere per chi non ha avuto, non ha forza e spazio per raccontare. È su questo che ha fondato il suo narrare: sull’impeto di chi sente una mancanza e vuole colmarla, sulla necessità di una storia, se non alternativa, complementare. L’epopea dell’Agro Pontino, che ha il suo vertice in Canale Mussolini, premio Strega nel 2010, trae la sua forza non solo da una prospettiva familiare, genealogica, ma anche dalla volontà di dire il troppo poco detto, il troppo poco raccontato.

Né prudenza “ideologica” né rispetto di letture dominanti l’hanno condizionato: “Lei dice che la libertà in Italia l’avrebbe levata il fascismo? Ma in Italia non c’è mai stata la libertà, che t’ha potuto levare il fascismo?”, si legge in una pagina di Canale Mussolini. “Ai signori gliel’avrà levata, ma i poveracci non ce l’avevano mai avuta”.

Il fasciocomunista Pennacchi, per riprendere il titolo del suo romanzo autobiografico del 2003, aveva già per tempo superato blindature, vissuto complesse “conversioni”. Fratello, letteralmente fratello, però molto anomalo, di militanti di sinistra, si iscrive al MSI e ne viene espulso; in divisa di operaio dell’Alcatel di Latina, trova la via del marxismo maoista. Socialista infine, vive la turbolenza politica tra gli anni Settanta e gli Ottanta dal fronte sindacale, anche lì provocando o subendo attriti, baruffe, espulsioni. In un’intervista si definì, usando le parole di sua madre, “catabrighe”: “Non un attaccabrighe. Catare, in veneto, significa trovare. Io uscivo e trovavo le brighe”.

Ci mette la stessa ostinazione nel trovare uno spazio suo, lo spazio Pennacchi, anche nei territori della letteratura: dopo decine e decine di rifiuti, il primo romanzo, Mammut, approda a Donzelli nel 1994. Un suo alter ego in tuta blu, caparbio quanto l’originale, anima incandescenti lotte sindacali, finché il disincanto non compromette un po’ il suo impeto. Tiene il filo - un filo d’acciaio - con l’antica letteratura operaia, e la rinnova, la rimodella, la innerva dei suoi umori biliari e delle sue idiosincrasie. Una specie di ininterrotta “litigata” in forma narrativa: perché Pennacchi e le sue estensioni letterarie si innervosiscono, si indignano di continuo. L’Accio Benassi del Fasciocomunista litiga perfino con Pasolini che gli dà un passaggio in macchina; e il vero Pennacchi si irrita guardando la resa filmica del libro, firmata da Daniele Luchetti, Mio fratello è figlio unico. Ma dietro l’animosità c’è sempre un tratto come di pietà e di commozione, le lacrime rattenute a lungo di chi “sente le voci” e deve farsene tramite. Canale Pennacchi, si potrebbe dire: da cui passano le storie e le istanze degli avi, dei morti, “morti di famiglia, morti mai conosciuti”, dei semi-vivi, dei vivi umiliati.


“Già quando sono nato ero di umore rovescio”, ha detto in una delle ultime interviste. Raccontandosi come marxista (uno dei pochi ancora in circolazione) “dolorante” e crociano in fatto di estetica: disinvolto al punto di avventurarsi nel genere distopico, senza però accettare l’etichetta, e ossessivamente votato - avrebbe detto lui condannato - al grande racconto familiare, di cui continuava a indagare grandezze, ombre. Nello specifico, quella famiglia di mezzadri per tre generazioni, i Peruzzi, e quelle trentamila persone che, “con le povere masserizie, le bestie, vecchi e bambini, si spostarono dal Veneto povero e angariato dagli agrari al centro sud, per una volta visto come un paradiso promesso”. Quando finirà?, gli chiedeva qualche settimana fa l’intervistatore di Rolling Stone. Risposta: “Finirà quando me ne andrò”. E aggiungeva che scrivere non era mai stato un piacere, sempre e solo un dovere. A uno che diceva di essere venuto al mondo per scrivere Canale Mussolini non si fatica a credere. E anche ad averlo vicino, sentivi il vibrare dell’animo esigente.

Gli occhialetti tondi, il baschetto, la sciarpa immancabilmente rossa sulla giacca, il bastone, un sorriso tagliente e insieme bonario sotto i baffi. E Pennacchi sotto i baffi rideva, qualche volta ghignava, tradiva sempre e comunque qualche emozione, e parecchia inquietudine di “animale politico” che non teme la burrasca, l’affronta a testa alta, la vuole generare. Anche quando si trattava di prendere di petto il bullo Renzi o il bullo Salvini (“Vai a scuola, studia!”), e finire per ritrovarsi solo, isolato, senza partito. L’aria di chi è sicuro, e lancia giudizi apodittici, ma non lo è fino in fondo, perché sa - sotto i baffi - che niente è assoluto, niente. Tanto meno le convinzioni, le idee. “Il dramma della condizione umana è proprio questo: sei quasi perennemente condannato a vivere nel torto, pensando peraltro d’avere pure ragione”.