Sono cresciuta in Medio Oriente negli anni Cinquanta e Sessanta e da bambina appresi molte cose da mio padre, marxista, ormai venuto a mancare. Più di tutto, ricordo – e me ne rammento spesso in questo periodo, quando leggo i giornali e guardo la televisione – il concetto di “interconnessione tra gli eventi e i popoli”. Forse, all’epoca ero troppo piccola per comprendere fino in fondo quello che cercava di dirmi.
I battiti del mio cuore si fanno irregolari e sussulto per i popoli dei Paesi nei quali gli Stati Uniti e i suoi alleati (Italia inclusa) hanno deciso di “portare la democrazia”.
Avendo vissuto in Medio Oriente per la maggior parte della mia vita, so per certo che in Iraq, in Libia, e adesso in Afghanistan non è arrivato nient’altro che distruzione, disordine, morte, povertà, analfabetismo, iniquità e disuguaglianze. Tutto, tranne la “democrazia” da loro sbandierata.
Non pretendo di essere un’esperta o di sapere tutto dell’Afghanistan. In ogni caso, guardando le immagini strazianti che arrivano dall’aeroporto di Kabul o quelle del ritiro caotico dei soldati dell’esercito degli Stati Uniti, è impossibile non riflettere sull’ennesima tragedia in corso sotto i nostri occhi e che, di sicuro, proseguirà nei decenni a venire.
É ovvio che questo budget mastodontico non era destinato ad alleviare la miseria di un Paese in cui il 62 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà, o poco al di sopra.
La domanda che sorge spontanea, dunque, è la seguente: per che cosa è stato speso questo budget colossale? Secondo il Brown University Watson Institute of International and Public Affair, “993 miliardi sono stati spesi dal Dipartimento della Difesa come budget di guerra (a spanne, 800 miliardi di dollari sono stati utilizzati per coprire i costi diretti legati alla guerra e 85 miliardi circa per addestrare l’esercito afghano ora dissolto); altri 530 miliardi sono stati versati come interessi sui prestiti di guerra; 443 miliardi sono andati al Dipartimento della Difesa; 296 miliardi sono serviti per l’assistenza medica e sanitaria di veterani e invalidi, e altri 55 miliardi ancora sono andati al Dipartimento di Stato!
I Paesi occidentali che deplorano il riscaldamento globale, le ondate migratorie e la guerra in Afghanistan sono gli stessi che vendono armi e combattono guerre, ma anche gli stessi che provocano il riscaldamento globale da cui deriva la devastazione del nostro pianeta. Inutile dire che i conflitti ad alta intensità fanno consumare ingenti quantità di carburante che producono massicce emissioni di CO2 e concorrono così al cambiamento del clima.
Le prime immagini che vediamo quando leggiamo i giornali o seguiamo in televisione i notiziari sui canali d’informazione sono quelle della tragedia umanitaria in corso in Afghanistan. Subito dopo vi sono le immagini degli incendi senza precedenti che stanno mandando in fumo enormi aree boschive in Sardegna, Sicilia, California, Atene, Australia e Gerusalemme; le immagini delle alluvioni e delle frane in Germania; le immagini della scomparsa del 60 per cento delle nevi perenni sulle Alpi italiane; le immagini dello scioglimento del Polo Nord; quelle delle temperature di 49 e 50 gradi registrate rispettivamente a Palermo e in Iraq; quelle del terremoto di Haiti… L’elenco dei disastri naturali che le immagini ci mostrano potrebbe andare avanti. Ebbene, osservandole è impossibile fare a meno di riflettere sul fatto che tutte queste catastrofi sono collegate tra loro.
Come diceva il nostro amato John Lennon, tuttavia, “si potrebbe dire che io sia una sognatrice” a pensare queste cose in un mondo in cui il patrimonio di Jeff Bezos di Amazon è passato da 6,2 miliardi di dollari nel 2009 a 188 nel 2021, e quello da 2 miliardi di dollari di Mark Zuckerberg di Facebook è arrivato nello stesso periodo a 117, mentre il minimo salariale negli Stati Uniti era di 7,25 dollari l’ora nel 2009 e tale rimane nel 2021!
Ancora una volta: forse sono solo una sognatrice, ma spero di non essere l’unica!
Traduzione di Anna Bissanti