Matilde Lampronti aveva smesso di cantare da un giorno all’altro. Non perché avesse perso la voce o perché gli impresari non la cercassero più, ma perché non aveva più avuto voglia di interpretare Violetta, Tosca o Mimì. A cantare di nuovo, dopo quello che era successo, si sarebbe sentita patetica, e aveva smesso. Da giovane aveva studiato canto nel conservatorio della città in cui era nata, una città fredda del Nord, attraversata da un fiume che aveva per nome un diminutivo, l’Adigetto.
Aveva cantato le prime volte per sostituire dive famose, che davano forfait per una raucedine o per una ripicca, e lentamente si era fatta un nome. Aveva un bel portamento, incedeva sicura sul palcoscenico, e con quel seno generoso, che esponeva volentieri, dava soddisfazione ai costumisti. Certo non era diventata mai una stella della lirica, ma i critici le avevano dedicato articoli nei quali lodavano il colore della sua voce e ancora più spesso quello dei suoi capelli, che erano rossi e che sotto i riflettori prendevano bagliori di fuoco.
Ma forse, mentre scrivevano, i critici pensavano soprattutto al biancore latteo del suo seno. Poi Matilde aveva sposato il ragioniere, lo chiamavano tutti così, come se non avesse un cognome, mentre lei era la Lampronti o la Lampronti di Rovigo. Matilde pensava di aver raggiunto quello che voleva: un marito che sapeva fare i conti, controllava i contratti da firmare e la difendeva dalle pretese degli impresari, e una casa in un palazzo grigio déco in via delle Orsole.
Poi era arrivata la bambina, che avevano chiamato Odabella, come il personaggio che Matilde aveva interpretato con maggior successo. Certe volte, mentre infilava pietre e perline, Matilde pensava che fosse stato quel nome a portare sfortuna a Odabella: avrebbero dovuto scegliere un altro nome, Maria o Lucia, e non quel nome che faceva pensare a battaglie, pugnali, stragi e avvelenamenti, come nell’Attila di Verdi. Dopo che la bambina era morta, il ragioniere se ne era andato con la segretaria. Matilde lo avrebbe dovuto capire prima, perché quando entrava all’improvviso nell’ufficio del ragioniere si sentiva quell’odore, l’odore del sudore della signorina, come lui chiamava la segretaria.
Era stato allora che aveva smesso di cantare. Siccome aveva molto tempo libero, Matilde aveva cominciato a comprare, alla fiera di Sinigaglia, il mercato delle pulci di Milano, perline di vetro, pezzetti di corallo, pietre dure, e si era messa a fare collane. Sedeva nella casa ormai troppo grande e un po’ vuota (ogni tanto vendeva un mobile comprato dal ragioniere, tanto non le piacevano, erano mobili pesanti, scuri, con intarsi e figure in rilievo) e infilava i pezzetti colorati nel filo. Solo così, nel silenzio, china sul tavolo, mentre spostava un’agata accanto a una corniola, o un’avventurina dopo due pietre di luna, Matilde dimenticava il ragioniere e la signorina, e perfino la bambina. Le sembrava, mentre sistemava le perline, di essere di nuovo sulla scena.
Ripeteva la cavatina di Odabella: «Allor che i forti corrono come leoni al brando, stan le tue donne, o barbaro, sui carri lagrimando» e altri pezzi famosi, e si rivedeva nei teatri di Denver, Stoccarda, Bratislava. Quando i soldi erano finiti, aveva cominciato ad andare al mercato di Sinigaglia a vendere le sue collane: un po’ teatrali, con tutti quei colori, ma attiravano gli sguardi delle signore che cercavano novità. Molte di loro venivano via con una collana o due in un pacchetto. Sull’abito nero avrebbero fatto effetto, alla prossima cena – pensavano - ma restavano con un dubbio: se un’ amica avesse chiesto loro chi aveva creato la collana, che cosa avrebbero risposto? Che era una collana di Odabella. Così era scritto in un cartello accanto a quella vecchia dai capelli un po’ rossi e un po’ bianchi, vestita con costumi d’altri tempi pieni di ricami e merletti, che sottovoce canticchiava strani versi. Ma chi fosse, quella Odabella, non lo sapevano proprio.