Tornano in quest’estate rovente a causa della crisi climatica le grandi mostre d’arte contemporanea internazionali come Documenta a Kassel, Manifesta a Pristina, la Biennale di Venezia, e quella di Berlino, la Triennale a Milano, e affrontano temi cruciali del contemporaneo, con un’attitudine politica, sensibile ai cambiamenti in atto nel pianeta terra. Cosa può fare l’arte contemporanea riguardo a temi come la crisi climatica, la guerra, i crolli geopolitici che flagellano la nostra epoca? Siamo già dopo la fine del mondo come scrive Timothy Morton nel suo libro Hyperobjects (Nero Editions)? Biennali e mostre personali dall’Europa agli USA sollevano altre domande e creano dinamiche culturali per decifrare il nostro presente così vicino eppure per alcuni così incomprensibile.
Manifesta 14, la biennale nomade europea che per statuto si occupa di questioni geopolitiche, e che ogni due anni si trasferisce in una nuova città in un territorio di confine quest’anno ha scelto Pristina in Kosovo città della ex Jugoslavia martoriata da guerre etniche per una mostra diffusa che mette al centro la narrazione. Così It matters what worlds world worlds: how to tell stories otherwise, a cura di Catherine Nichols, schiera una lista artisti kosovari e albanesi, fra cui Petrit Halilaj e Adrian Paci, in un dialogo stretto e ben riuscito con il territorio che viene coinvolto per intero e non usato solo come sfondo. Ventisei le sedi, molte come il mirabolante Palazzo dello Sport o il Grand Hotel Prishtina, testimoni dell’utopia socialista sovietica con forme e architetture tanto ambiziose quanto desuete da cui parte una narrazione storica e un dialogo con gli artisti fra poesia e geopolitica. Quartier generale l’Immensa National Library del Kosovo, un’architettura che distilla epoche e influenze mentre mostra se stessa e le installazioni degli artisti come modelli narrativi aperti.
Sempre in Germania all’Haus der Kunst di Monaco, la mostra site-specific del collettivo giapponese Dumb Type, fondato nel 1984 e protagonista anche del padiglione giapponese alla Biennale di Venezia, analizza una società dei consumi e individui talmente informatizzati da essere quasi annientati dal diluvio di dati e tecnologia. Le installazioni di Dumb Type, che attingono dalla musica elettronica, dalla programmazione e dal cinema, all’immaginario cyberpunk e all’esperienza di collettivi storici giapponesi come Gutai (1952/1977), rimettono in discussione la relazione fra tecnologia e corpo umano in tutte le sue manifestazioni: percezioni ed emozioni incluse.
A percezioni, visioni, immaginari non allineati si ispira anche la nuova mostra della francese Dominique Gonzalez Foerster alla Seprentine Gallery di Londra. Alienarium è il titolo di questo progetto immersivo e inclusivo che parte dall’immaginario queer e di alcune scrittrici donne di fantascienza del XIX Secolo per affermare un punto di vista alternativo ed ecologico su come osservare e vivere il contemporaneo. Immensi panorami che avvolgono le gallerie dal pavimento al soffitto e descrivono per immagini nuovi mondi in cui confluiscono passato, presente, futuro, mentre sculture luminose nel parco di Kensighton Garden guidano in questo mondo alieno. Ma chi sono davvero gli alieni ? Forse non è necessario andarli a cercare molto lontano da noi.
Di controllo parlano le scritte di Barbara Kruger, femminista e attivista che con Jenny Holzer e Cindy Sherman ha ribaltato la scena artistica newyorkese degli Ottanta. I suoi truismi, secchi, diretti, taglienti e politici, critti a lettere cubitali su muri e pavimenti del MOMA di New York attaccano le strutture di potere del sistema capitalistico fino alle propaggini più intime quelle dell’individuo che viene chiamato in causa in questa grande installazione intitolata Thinking of You. I Mean Me. I Mean You. Ricominciamo dall’individuo? E’ quello che sembra dire anche la Biennale di Venezia in Laguna Il Latte dei Sogni a cura di Cecilia Alemani.