La nuova Beirut ricomincia dall'arte
di Dario Pappalardo , di Dario PappalardoBEIRUT. Sulla tela c'è un uomo con un cappellino rosso e una torcia in mano; altri tre dormono dentro un pickup. Beirut ricomincia da questa immagine: da una figura che cerca la verità nel buio della notte, in mezzo a figure assopite. È un dipinto dell'artista americana Nicole Eisenman che dà il titolo alla prima grande mostra in Libano dopo le rivolte, dopo la pandemia, dopo l'esplosione nel porto della capitale del 4 agosto 2020: con 245 morti - il bilancio è stato aggiornato pochi giorni fa - e i colpevoli ancora da trovare, mentre i ritratti delle vittime sono un monito nelle strade nel centro. Dark Light risulta un quadro emblematico oggi che per la crisi energetica i palazzi della città restano spenti dopo il tramonto. È stato scelto da Massimiliano Gioni come sintesi dell'esposizione che raccoglie oltre duecento opere della Tony and Elham Salamé Collection, alla Aishti Foundation. "Eisenman dipinge la …
BEIRUT. Sulla tela c'è un uomo con un cappellino rosso e una torcia in mano; altri tre dormono dentro un pickup. Beirut ricomincia da questa immagine: da una figura che cerca la verità nel buio della notte, in mezzo a figure assopite. È un dipinto dell'artista americana Nicole Eisenman che dà il titolo alla prima grande mostra in Libano dopo le rivolte, dopo la pandemia, dopo l'esplosione nel porto della capitale del 4 agosto 2020: con 245 morti - il bilancio è stato aggiornato pochi giorni fa - e i colpevoli ancora da trovare, mentre i ritratti delle vittime sono un monito nelle strade nel centro. Dark Light risulta un quadro emblematico oggi che per la crisi energetica i palazzi della città restano spenti dopo il tramonto. È stato scelto da Massimiliano Gioni come sintesi dell'esposizione che raccoglie oltre duecento opere della Tony and Elham Salamé Collection, alla Aishti Foundation. "Eisenman dipinge la follia dell'America di Trump - racconta il curatore - ma si attaglia perfettamente alla situazione che vive Beirut. L'arte è in cerca di una verità proprio mentre questa nozione sembra sia stata drammaticamente erosa negli ultimi anni".
Il sottotitolo del percorso parla chiaro: Realism in the Age of Post-Truths. E appare paradossale solo fino a un certo punto che, proprio mentre il concetto di verità è sotto lo scacco di fake news e metaversi, gli artisti riscoprano il figurativo. "Forse c'è un ritorno alla pittura come fisicità, come scoperta di una realtà empirica, in carne e ossa - continua Gioni - proprio nel momento in cui valori che una volta erano universali e condivisi sono sotto attacco o comunque vengono ridefiniti. Non si tratta però di una "chiusura" o di un ritorno all'ordine, anche perché questa pittura figurativa è quanto mai ricettiva nei confronti delle nuove tecnologie - telefonini, computer e schermi sono tutti presenti in molte di queste opere - . E, forse proprio sotto l'influenza di computer e tecnologie digitali, gran parte della pittura figurativa degli ultimi anni si confronta con il tema dell'identità: sessuale e razziale in particolare. In molte delle opere la pittura figurativa e in particolare il ritratto diventano lo specchio nel quale affermare se stessi e immaginare nuove combinazioni e anatomie, uno spazio sia di affermazione che di libertà e reinvenzione".
Accade sulle tele di Tunji Adeniyi-Jones dove i corpi dei personaggi fluttuano nel colore, richiamando Matisse, il cubismo e i simboli dell'Africa occidentale di cui l'artista nato a Londra è originario. O con l'americano Jonathan Lyndon Chase, che dipinge su mussola, lenzuola e biancheria figure dall'identità sessuale non sempre definita, in uno spazio riempito da armi o da cellulari. Tocca all'islandese Ragnar Kjartansson, esposto per la prima volta in Medio Oriente, farsi gioco della messinscena e di ogni verosimiglianza: la sua videoinstallazione Bliss riprende musicisti e cantanti d'opera intenti a rappresentare per dodici ore consecutive, fino allo stremo, tre minuti dell'ultima aria delle Nozze di Figaro di Mozart.
Il Libano con le sue ferite di decenni compare nei cieli bianchi e neri della pittrice Simone Fattal, che tinge la baia della capitale di rosso e d'azzurro e nelle sculture ritrae esseri umani in piedi che resistono. Beirut com'era dal mare - prima che 2750 tonnellate di nitrato di ammonio esploso nel porto devastassero il centro - si affaccia dalle fotografie in bianco e nero di Ziad Antar. "Purtroppo non tornavo a Beirut da tre anni - racconta Gioni - Prima le dimostrazioni di protesta del 2019, quando il governo dell'epoca aveva cercato di tassare le comunicazioni su Whatsapp, poi la pandemia e l'esplosione nell'agosto del 2020, la crisi energetica del 2021: sono stati anni molto difficili. Le difficoltà non sono finite: mi ha colpito vedere ancora tanti edifici danneggiati dall'esplosione. Ma andare oggi a Beirut significa vedere una città e una scena culturale che si è impegnata a rinascere e che opera in condizioni ancora difficilissime, ma con grande determinazione". Alla fine di ottobre, Beirut ha ospitato il primo Festival internazionale e francofono del libro con l'Accademia del Premio Goncourt e un centinaio di autori, tra cui Philippe Claudel, Tahar Ben Jelloun, Eric-Emmanuel Schmitt. Le gallerie del centro sono tornate a esporre artisti locali, ma anche iracheni, siriani, palestinesi. Proprio davanti al lungomare dove nel 2005 fu ucciso il premier Rafiq Hariri, lo storico Phoenicia Hotel ha riaperto i battenti.
"Qui a Beirut facciamo tutto due, tre, quattro volte - dice Tony Salamé - Le bombe distruggono e noi ogni volta ricostruiamo". Imprenditore nel campo della moda, collezionista con all'attivo 4000 opere, compresa la piscina sul terrazzo del suo appartamento al trentesimo piano disegnata da Daniel Buren, ha aperto nel 2015 con la moglie Elham la Aishti Foundation, un parallelepipedo disegnato da David Adjaye che comprende 4000 metri quadri di spazio espositivo. "Volevo condividere con i cittadini di Beirut la passione per l'arte in un posto così instabile - spiega - Qui c'è molta voglia di vivere, nonostante tutto. E l'arte diventa un modo per restare connessi. Per vedere una mostra curata da Massimiliano Gioni come questa gli abitanti di Beirut dovrebbero andare a Parigi o a New York. E invece hanno queste opere vicino casa". La mostra precedente, dedicata a Urs Fischer nel 2019, si inaugurava nel pieno delle proteste per la tassa su Whatsapp: "Ho dovuto chiamare gli ospiti in arrivo per non farli uscire dall'aeroporto - ricorda Salamé - Ma ora c'è speranza. Sono ottimista: se l'accordo con Israele sui confini marittimi andrà a buon fine come sembra, almeno ci sarà un po' di stabilità. Vorrei contribuire a ricostruire il centro di Beirut, il suq, il palazzo di Zaha Hadid: tutta questa zona deve rinascere. Tutti i libanesi, sin dalla nascita, aspirano a partire. Io voglio restare qui".