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Kenzaburo Oe, morto lo scrittore premio Nobel: i suoi libri e il suo mondo

Kenzaburo Oe a una manifestazione antinucleare a Tokyo (marzo 2014) (ansa)
Ritratto d'autore del romanziere scomparso a 88 anni. Tra pacifismo, Dante e traumi familiari
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C'è una ferita immedicabile, un evento-incidente esistenziale che irraggia l'intera opera di Kenzaburo Oe  (lo scrittore premio Nobel morto a 88 anni): la nascita di un figlio segnato da un'ernia cerebrale. La sua venuta al mondo determina, in chi lo aveva atteso, uno sconcerto che si fa paura e desiderio di fuga. Vergogna, anche, ma per chi? Per quel bambino o per sé stessi, per la propria inadeguatezza? Nelle pagine di Un'esperienza personale (1964), il Kenzaburo trentenne non risparmia al lettore gli aspetti più opachi, ambigui e dolorosi di una paternità difficile. Disintegra ogni possibile retorica sull'handicap, nel racconto spietato di una turbolenza emotiva che smuove anche indicibili pulsioni omicide, e fa naufragare il sogno di armonia. Forse anche in questa tensione sempre incompiuta, frustrata, verso l'ordine e la bellezza, il Sublime desiderato e invece negato dalla violenza della natura e delle passi…

C'è una ferita immedicabile, un evento-incidente esistenziale che irraggia l'intera opera di Kenzaburo Oe  (lo scrittore premio Nobel morto a 88 anni): la nascita di un figlio segnato da un'ernia cerebrale. La sua venuta al mondo determina, in chi lo aveva atteso, uno sconcerto che si fa paura e desiderio di fuga. Vergogna, anche, ma per chi? Per quel bambino o per sé stessi, per la propria inadeguatezza? Nelle pagine di Un'esperienza personale (1964), il Kenzaburo trentenne non risparmia al lettore gli aspetti più opachi, ambigui e dolorosi di una paternità difficile. Disintegra ogni possibile retorica sull'handicap, nel racconto spietato di una turbolenza emotiva che smuove anche indicibili pulsioni omicide, e fa naufragare il sogno di armonia. Forse anche in questa tensione sempre incompiuta, frustrata, verso l'ordine e la bellezza, il Sublime desiderato e invece negato dalla violenza della natura e delle passioni umane - la rabbia, l'odio, la fame sessuale - c'è un altro tratto distintivo della narrativa di questo scrittore giapponese, cresciuto nella provincia remota, un villaggio dell'isola di Shikoku, da una nonna-maestra e da una madre gran lettrice. 

 

È un bambino negli anni della guerra e della sconfitta del Giappone, le visioni a metà fra allucinazione e incubo di quel periodo - gli aerei nemici, i prigionieri - gli dettano le primissime storie (L'animale d'allevamento) e forse anche un originario, precoce disincanto. Che gli fa leggere spesso l'umano come deformità, in una luce angosciata e livida: chiarì una volta per tutte Oe che non era affascinato dai "normali", che a interrogarlo erano piuttosto gli esseri marcati da anomalie, gli idioti, i malati. Malattie del corpo - la sua prosa indugia sul viscerale, su una corporalità esposta - e dello spirito: vale da epigrafe un titolo rubato a Auden, Insegnaci a superare la nostra pazzia (1969). Il grottesco "dal vero", la favola nera e una prosa densissima concorrono a generare un effetto di terribile iper-realtà che compatta quattro diversi brevi romanzi. Nel primo, Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime, un trentacinquenne morente insegue nella memoria i giorni felici (lo furono davvero?), e sente per paradosso che il cancro lo libera, libera la sua immaginazione: "Il suo cancro gli appariva come un fiorente cespuglio di crisantemi o giacinti gialli, investiti da una luce purpurea"; l'energia sessuale non sembra sopita, proprio mentre pensa all'urna delle sue ceneri future. I ricordi lo sospingono nelle nebbie dell'infanzia e lì ritrova il fantasma di un padre devoto all'Impero, in contrasto con la moglie.

 

Nel testo che dà il titolo alla raccolta, Kenzaburo torna sul rapporto con il figlio e mette in scena una imprevedibile forma di condivisione del dolore, l'"intima corrispondenza" nella luce di una comprensione reciproca che "rifluendo attraverso le loro mani unite, portasse ordine all'interno della testa buia e annebbiata del figlio". C'è nelle pagine una sconvolgente durezza, che è il rovescio di una altrettanto sconvolgente pietà - l'esito di un tremendo, e ancora una volta reciproco, apprendistato che passa interamente dai corpi. Gli occhi, i denti, il grasso in esubero, il sudore, il cattivo odore, le lacrime, gli spasmi. Una prova radicale, a cui si sopravvive dantescamente: rinnovandosi, quando la traversata della selva oscura è compiuta. 

Nel discorso di accettazione del Premio Nobel per la letteratura, che gli fu assegnato - secondo giapponese dopo Kawabata - nel 1994, lo scrittore si racconta come un sopravvissuto. E richiama l'esclamazione in cui si imbatté leggendo, da bambino, Il meraviglioso viaggio di Nils di Selma Lagerlöf: "Sono di nuovo un uomo!". Quante volte si può ripetere, in una vita, una frase simile? 

Sembra la domanda sotterranea di un ampio romanzo di Oe intitolato Gli anni della nostalgia (1986), una "purgatoriale" vicenda di amici che si ritrovano. Gii, uno dei due, è un appassionato lettore di Dante, un bizzarro eremita abbarbicato alla selva, la foresta in cui è nato. Cerca di difenderla da ciò che la minaccia. E intanto, proprio come un'anima del Purgatorio, attende e ricorda. Coglie nella vicenda della Commedia un processo di conversione raggiunto attraverso una morte e una resurrezione altrettanto terrena: sì, sostiene Gii, si può morire e risorgere a sé stessi, bisogna avere il coraggio che ha avuto Dante. Nutrito di cultura europea, da Rabelais a Yeats, Oe, che si laureò su Sartre, ha tenuto fede libro dopo libro a un'alleanza strategica fra due mondi, la sua "ambigua" nazione insulare e il Vecchio continente: cerca, nella modernità europea, linfa per la sua ispirazione di cittadino di un Paese "accettato" dal resto del mondo per la sua produzione di automobili e l'avanzamento tecnologico, un Paese che porta i segni dell'"entusiasmo della distruzione".

Nelle sue Note su Hiroshima, referto di una visita del 1964, lo scrittore cerca la tenacia e la "brama di bene" in un paesaggio devastato: una volta ancora, essere di nuovo umani. In un dialogo "pacifista" con Amos Oz alla fine degli anni Novanta insisteva sulla capacità di "ridere, immaginare, relativizzare, venire a un compromesso, opporsi a ogni tipo di fanatismo" per correggere la pazzia del mondo. E nel discorso del Nobel, qualche anno prima, manifestava una qualche speranza nel potere curativo dell'arte: mio figlio - raccontò - è stato svegliato dalle voci degli uccelli alla musica di Bach e Mozart, è diventato musicista a sua volta. Nelle note c'erano, come una rugiada, gioia e splendore, "ma non potevo non sentire nella sua musica anche la voce di un'anima piangente e oscura". Solo triste? No, dice Kenzaburo Oe, quella massa di dolore senza luce ha trovato la sua via per esprimersi, e per questo la voce di un'anima piangente e oscura è così bella.