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Viaggio a Pompei, dove già si studiava la semiotica

Filodemo di Gadara 

 
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Pompei ed Ercolano non cessano di restituire tesori. Non è noto a tutti, però, che fra questi si annovera anche il più antico trattato di semiotica dell’umanità, il De signis di Filodemo di Gadara, filosofo greco del I secolo a.C. L’opera, strappata alle ceneri del Vesuvio già dai primi scavi borbonici presso la Villa dei Papiri, è tornata a parlare, in forma frammentaria, solo dopo un paziente lavoro di ricostruzione filologica.

Oggi diviene per la prima volta disponibile in lingua italiana grazie alla pubblicazione del volume curato da Giovanni Manetti e Daniela Fausti, per la collana Semeia delle Edizioni ETS, con il titolo Sui fenomeni e sulle inferenze semiotiche.

Nativo della Siria e allievo di Zenone di Sidone nel Giardino di Atene, Filodemo divenne a Roma un protégé di Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Giulio Cesare, contribuendo a diffondere l’insegnamento di Epicuro nell’Italia tardo-repubblicana. Il suo messaggio avrebbe influenzato, probabilmente, anche il poeta Lucrezio…

Pompei ed Ercolano non cessano di restituire tesori. Non è noto a tutti, però, che fra questi si annovera anche il più antico trattato di semiotica dell’umanità, il De signis di Filodemo di Gadara, filosofo greco del I secolo a.C. L’opera, strappata alle ceneri del Vesuvio già dai primi scavi borbonici presso la Villa dei Papiri, è tornata a parlare, in forma frammentaria, solo dopo un paziente lavoro di ricostruzione filologica.

Oggi diviene per la prima volta disponibile in lingua italiana grazie alla pubblicazione del volume curato da Giovanni Manetti e Daniela Fausti, per la collana Semeia delle Edizioni ETS, con il titolo Sui fenomeni e sulle inferenze semiotiche.

Nativo della Siria e allievo di Zenone di Sidone nel Giardino di Atene, Filodemo divenne a Roma un protégé di Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Giulio Cesare, contribuendo a diffondere l’insegnamento di Epicuro nell’Italia tardo-repubblicana. Il suo messaggio avrebbe influenzato, probabilmente, anche il poeta Lucrezio.

Si può dire che il trattato De signis sia una delle prime tappe di una decostruzione. Il pensiero epicureo porta Filodemo a difendere un’inferenza semiotica fondata sulla similarità fra segno e significato, implicando una logica induttiva. La fuoriuscita di soli fagioli bianchi da un sacchetto invita a pensare che tutti i fagioli ivi contenuti siano di quel colore, benché ciò non sia necessario. Secondo le parole di Manetti, la novità introdotta dagli epicurei – poi ripresi dagli empiristi, si pensi a John Locke – starebbe proprio nell’«aver compreso che la scienza non poteva funzionare solamente sulla base di verità necessarie ottenute per deduzione».

Tale processo di decostruzione del pensiero forte deduttivo avrebbe compiuto un’altra tappa nell’America dell’Ottocento, dove, in piena temperie evoluzionista, il fondatore del pragmatismo Charles Sanders Peirce avrebbe teorizzato e difeso l’abduzione, ancora più rischiosa del metodo induttivo eppure assai utile a fini concreti, perché in grado di prospettare un progresso conoscitivo. La presenza di alcuni fagioli bianchi nelle vicinanze di un sacchetto che sappiamo contenere solo fagioli di quel colore porta a desumere che essi provengano proprio dal suo interno, pure in assenza di qualunque necessità nel rapporto fra segno e significato.

Già gli antichi d’altronde – come si apprende dal saggio di Fausti – erano ben consapevoli che l’azzardo poteva valere la vita, come accade in ambito medico, dove il segno diviene sintomo. In definitiva, tutta la comprensione riposa sulla qualità delle relazioni che la mente riesce a individuare fra segno e significato; questo il discrimine della bontà di ogni scelta, il campo di applicazione dell’intelligenza. La decostruzione iniziata nell’Hortus epicureo avrebbe raggiunto la sua conflagrazione nel secolo della fissione nucleare, il Novecento.

Se ogni inferenza segnica si basa su convenzione, se nessuna necessità è mai all’opera, la semiotica non è altro che una “teoria della menzogna”, per dirla con Umberto Eco. E ogni pretesa conoscenza si riduce, di fatto, a superstitio. Giunta all’estremo dello scetticismo, la decostruzione deve, però, inevitabilmente arrestarsi. Un faticoso lavoro di ricostruzione deve giocoforza iniziare. Socrate continuerebbe, allora, a non stancarsi di interrogare, quand’anche ponesse sempre la stessa domanda, quand’anche ricevesse sempre la stessa risposta, consapevole che né l’una né l’altra sarebbero mai davvero identiche alle loro versioni precedenti.

Quella rete dialettica fra segni, quell’enciclopedia semiotica, che si fa segno a sua volta gli apparirebbe comunque, magari proprio in virtù della sua unicità, decisamente preziosa. In fondo, è la sua, è la nostra esistenza.

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