ROMA. Racconta che negli ultimi giorni, quando scendere quei pochi gradini fino al giardino costava troppa fatica, Michela se ne stava in camera da letto a farsi cullare dalle voci degli amici e dei figli d’anima che chiacchieravano tirando tardi, esattamente come lei aveva sognato. «A turno qualcuno di noi ci andava per farle un po’ di compagnia e lei era così felice di saperci tutti lì fuori». Lorenzo Terenzi, il marito di Michela Murgia, apre la porta della casa dove la scrittrice sarda, scomparsa il 10 agosto, ha vissuto nelle ultime settimane e dove adesso è rimasto lui.
La prima casa che Murgia ha comprato a Roma, quella che ha cercato per trascorrere il tempo che le rimaneva con la famiglia che si era scelta, se ne sta al piano terra, al confine tra Trastevere e Ostiense, in una strada ampia, popolare e trafficata.
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Ma la prima cosa che colpisce varcata la soglia è il silenzio. Chiudendosi la porta alle spalle, il rumore della città…
ROMA. Racconta che negli ultimi giorni, quando scendere quei pochi gradini fino al giardino costava troppa fatica, Michela se ne stava in camera da letto a farsi cullare dalle voci degli amici e dei figli d’anima che chiacchieravano tirando tardi, esattamente come lei aveva sognato. «A turno qualcuno di noi ci andava per farle un po’ di compagnia e lei era così felice di saperci tutti lì fuori». Lorenzo Terenzi, il marito di Michela Murgia, apre la porta della casa dove la scrittrice sarda, scomparsa il 10 agosto, ha vissuto nelle ultime settimane e dove adesso è rimasto lui.
La prima casa che Murgia ha comprato a Roma, quella che ha cercato per trascorrere il tempo che le rimaneva con la famiglia che si era scelta, se ne sta al piano terra, al confine tra Trastevere e Ostiense, in una strada ampia, popolare e trafficata.
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Ma la prima cosa che colpisce varcata la soglia è il silenzio. Chiudendosi la porta alle spalle, il rumore della città d’incanto svanisce. La camera da letto sta proprio di fronte all’ingresso. Entrando, subito a sinistra, c’è la cabina armadio, ancora piena delle sue camicie colorate appese alle staffe.
A destra, la vista si apre sul soggiorno cucina che si affaccia sul piccolo meraviglioso giardino dove dondola, sospinta dal vento, la poltrona altalena che la scrittrice adorava, sulla quale se ne stava accovacciata a leggere, a ridere, a parlare. Una poltrona da esterno che le faceva compagnia da anni e che prima di trovare il suo posto in giardino, la cullava dentro a un normale salotto.
I divani disposti a elle, la grande finestra con vista sugli alberi che avrebbe voluto trasformare in un’alcova alla coreana se solo i cuscini fossero arrivati in tempo, la libreria con le foto, i volumi, i cimeli raccolti in giro per il mondo, sonnecchiano tra le pareti bianche e viola, nella luce di un pomeriggio di settembre. Sembra una casa vissuta da sempre, anche se mancano ancora le porte e il piano cottura a induzione non è della misura giusta, perché i trasportatori si sono sbagliati.
Terenzi fa strada fino al giardino che ha diserbato personalmente, e che cura, togliendo le erbacce, piantando i fiori. La conversazione, seduti sui divanetti da esterno, è scandita dallo sciabordio di un laghetto che si intravede dietro a una parete di bambù. Ci nuotano i pesci rossi e se ne sta nella casa di fianco, dove vivono alcuni monaci buddisti. Le foglie schermano il giardino dai palazzoni intorno, che si intravedono alzando gli occhi al cielo. Questo è il giardino in cui il 23 luglio, Michela e Lorenzo, che si erano sposati pochi giorni prima controvoglia per ragioni legali, hanno festeggiato la famiglia queer con gli abiti bianchi disegnati da Dior, pezzi interscambiabili, senza genere, che gli amici hanno indossato divertendosi a comporli. L’abito di Michela sta ancora nella cabina armadio, riposto con cura nel cellophane. Lorenzo lo mostra, tenendolo con delicatezza. «Michela è forse la più grande amica che abbia mai avuto». E lui, Lorenzo, è l’amico al quale ha chiesto di farsi carico della sua eredità, insieme con gli altri. Lunedì 11, a Bologna, sarà aperto il testamento che la scrittrice ha affidato all’avvocata Cathy La Torre.
Quando Murgia trova la casa è primavera. Il tempo è poco, quanto poco non si sa ancora. Ma ci sono lavori da fare. È Claudia, la mamma di Raphael, uno dei quattro figli d’anima dell’autrice di Accabadora, che da architetta si occupa di tutto: poca roba, una parete in cartongesso da tirare su, qualche tramezzo da spostare, ma soprattutto un ambiente da arredare, dipingendo le pareti, scegliendo con cura gli arredi, che sono semplici ma caldi. I divani grigio chiaro; le sedie di velluto, attorno al tavolo rettangolare, viola come le pareti; il parquet di legno chiaro.
«Tra giugno e luglio Michela insisteva per entrare – racconta Lorenzo – ma i lavori non erano ancora conclusi, si dovevano montare i mobili, e nessuno di noi voleva che lei stesse in un posto impolverato, insalubre». Così si mettono tutti a lavoro. Lorenzo mostra la cabina armadio con orgoglio: «Montarla è stato un incubo», ride. Sotto alla finestra della stanza armadio, c’è la poltrona letto dove per giorni ha dormito Alessandro Giammei, figlio d’anima e docente di Yale. C’è ancora il cartello che gli amici gli hanno fatto trovare una volta arrivato all’aeroporto: «il prediletto di sto c.», si legge. «Michi lo chiamava il prediletto e noi ci giocavamo».
Ognuno ha fatto qualcosa. Persino Roberto Saviano, che non ha molta dimestichezza con i lavori di montaggio, ha preso il trapano in mano. «Michi gli ha fatto montare le tre mensole portaspezie, prendendolo e prendendoci in giro». C’è un video molto buffo sul suo profilo Instagram che racconta quel momento. Sul muro, dietro al tabasco e alla cannella, c’è la firma “Roberto” appena sbiadita.
La cucina era il regno di Murgia che adorava stare ai fornelli e, a sentire la famiglia queer, cucinava benissimo. Ma è stata Chiara Valerio, la scrittrice e amica, che ha preparato la prima cena: un risotto per tutti. «Era una domenica, Michela voleva a tutti i costi passare la prima sera a casa – racconta ancora Terenzi – Chiara ha montato le sedie, mia sorella e mia nipote, di passaggio a Roma, ci hanno dato una mano. E così tutti gli altri. Quando si è fatta sera e si sono accese le fiaccole e le lucine colorate che alcuni amici avevano portato, ho chiesto di darmi un pizzicotto: c’eravamo davvero riusciti. Era da tempo che Michela non faceva tardi, quella sera ha fatto tardissimo». Sembra di sentire l’eco delle risa.
Lorenzo racconta della gioia di Michela sulla sua poltrona a dondolo: «Lei era elastica e aveva un rapporto col suo corpo stupendo: sempre scalza, a gambe incrociate. Sempre con quello sguardo birichino da bambina che non ha smesso di vedere la meraviglia».
Sul giardino, si affacciano due camere da letto seminterrate. Ci sono due letti matrimoniali e un lettino. Nei giorni in cui la famiglia d’anima si è riunita, un paio di amici dormivano anche sui divani del soggiorno.
Momenti di non trascurabile felicità. Quando Lorenzo entra in camera da letto con la cassa dello stereo che manda a palla i Bts, il gruppo preferito di Murgia, e se ne sta cinque minuti a ballare «come uno scemo» mentre lei ride; quando, dopo giorni di inappetenza, le prepara un uovo sodo che lei trova perfetto: «Quattro minuti dal bollore, non tre: lei entusiasta». Quando Paolo Repetti passa con un prosciutto speciale che ha appena comprato o Patrizia Renzi torna con la biancheria lavata e stirata, perché la lavatrice nella casa dell’anima non c’è ancora. Lei che stesa a letto dice, «sto bene, oggi ho scritto», perché ha scritto nella sua mente; lei che detta il suo ultimo libro al figlio d’anima Riccardo, senza mai un’esitazione o un ripensamento, arrabbiandosi perché lui non è abbastanza veloce a battere. Francesco Leone, figlio d’anima e cantante lirico, che in giardino intona i canti di chiesa con lei che gli fa il coro. Il proiettore montato in camera da letto per farle vedere i concerti e le serie coreane che amava.
«Sembra incredibile, eppure mai, nemmeno una volta, in questa casa si è respirata aria di morte. Qui abbiamo riso, siamo stati felici, Michela è stata felice. Ci siamo concentrati sul presente. Lei ci ha insegnato a stare».
Nel comodino che era di Michela, ora c’è il quarto volume della Recherche che Terenzi sta leggendo. E ora, Lorenzo? «Ora le parlo, non sempre, ma spesso. Lei è ancora qui con noi. La ritrovo negli occhi degli altri. Ognuno di noi ha un pezzo di lei». Michela è anche qui, in questa casa. La casa della gioia che ha sconfitto la morte.
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