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Il canto migrante di William Kentridge

William Kentridge, Cash Book Drawing XII

 
L’artista allestisce a Palermo una mostra su chi fugge dalla propria terra. E, sul prossimo Robinson, spiega perché l’Europa deve aprire le porte
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Le lettere appaiono all’improvviso su una volta stellata che ruota come uno zodiaco. Compongono via via un messaggio che ha il tono di una profezia: «Adesso la casa della giustizia è collassata. È stato fatto qualcosa di sbagliato. Chiedo giustizia. Te che non ho potuto salvare, ascoltami. Cerca di capire questo semplice discorso. Nessun cielo straniero mi ha protetto. Nessuna ala sconosciuta ha difeso la mia faccia. Chiedo questo letto. Chiedo questa sedia. Perché? Perché questo tempo è peggiore degli altri? La sventura è caduta su ognuno, ovunque».

Un canto accompagna il messaggio. I singoli assoli si fondono in un’unica voce. Sulla volta stellata, si alternano personaggi diversi: i volti di Frida Kahlo, di Gandhi, di Josephine Baker, dell’imperatrice creola Joséphine, del poeta Aimé Césaire, di altri ancora che hanno lottato per affermare i propri diritti e l’identità: meticcia, migrante, “diversa”, secondo il giudizio dei loro contemporanei.

Quello che raccontiamo è il video di…

Le lettere appaiono all’improvviso su una volta stellata che ruota come uno zodiaco. Compongono via via un messaggio che ha il tono di una profezia: «Adesso la casa della giustizia è collassata. È stato fatto qualcosa di sbagliato. Chiedo giustizia. Te che non ho potuto salvare, ascoltami. Cerca di capire questo semplice discorso. Nessun cielo straniero mi ha protetto. Nessuna ala sconosciuta ha difeso la mia faccia. Chiedo questo letto. Chiedo questa sedia. Perché? Perché questo tempo è peggiore degli altri? La sventura è caduta su ognuno, ovunque».

Un canto accompagna il messaggio. I singoli assoli si fondono in un’unica voce. Sulla volta stellata, si alternano personaggi diversi: i volti di Frida Kahlo, di Gandhi, di Josephine Baker, dell’imperatrice creola Joséphine, del poeta Aimé Césaire, di altri ancora che hanno lottato per affermare i propri diritti e l’identità: meticcia, migrante, “diversa”, secondo il giudizio dei loro contemporanei.

Quello che raccontiamo è il video di William Kentridge che dà il La alla mostra di Palermo, a Palazzo Branciforte: You Whom I Could Not Save: “Te che non ho potuto salvare”, appunto (dall’8 ottobre al 12 gennaio 2024, a cura di Giulia Ingarao e Alessandra Buccheri). Si tratta di un nuovo capitolo nella poetica dell’artista sudafricano (Johannesburg, 1955) che, bianco, appartenente alla classe egemone nel Paese dell’apartheid, ha incrociato la sua creatività con la necessità di incontrare l’altro, di abbattere i confini.

Non è un artista politico tout court, William Kentridge: lo spiegherà bene nell’ampia intervista concessa a Robinson in edicola da domani. Ma con gli strumenti — tanti — che gli si confanno — la penna, la matita, la pittura, la scultura, il teatro, il video — ama insinuare il dubbio nella realtà di oggi e nella storia. Un processo, quello storico, che lui legge come un alternarsi di trionfi e lamenti.

Gli stessi che raffigurò nel 2016 lungo gli argini del Tevere, a Roma. Quelle pitture oggi sono state inghiottite dal tempo e dallo smog. Ma la loro scomparsa, sin dall’inizio, era già parte integrante del progetto. Tutto passa, anche le vittorie e le sconfitte. «Amo l’idea di provvisorietà dell’opera d’arte. Non mi sogno assolutamente che qualcosa che faccio possa durare per sempre. L’arte aiuta a capire che il mondo è molto più provvisorio e incerto di quanto crediamo», ha tenuto a precisare più volte.

Risulta tutt’altro che effimera, invece, l’opera che l’artista presenta a Palermo e che segna il suo ritorno in Italia. La videoinstallazione sonora You Whom I Coul Not Save — con sette voci femminili diffuse da megafoni e altoparlanti nello spazio di quello che era il Monte dei Pegni di Santa Rosalia — non è che la prima traccia di una performance teatrale che Kentridge sta sviluppando via via: The Great Yes, The Great No.

Si ispira a un viaggio di emigrazione al contrario: dalla ricca Europa alle Antille, terre dello sfruttamento coloniale. Il 25 marzo del 1941 il piroscafo Capitaine Paul-Lemerle salpò da Marsiglia alla volta della Martinica con trecentocinquanta persone in fuga dalla Francia di Vichy: su quella nave, tra gli altri, c’erano anche André Breton e Claude Lévi-Strauss. Sarà grazie a quel viaggio che Breton scoprirà i versi di Aimé Césaire, destinati poi a essere pubblicati a Parigi. Gli intellettuali antinazisti trovarono l’eden che Gauguin e Conrad avevano inseguito prima di loro.

Con quella fuga dal vecchio continente in fiamme, Kentridge racconta come le alterne fortune della storia vedano gli esseri umani di volta in volta assumere il ruolo di oppressi o di oppressori. Lo fa attingendo dai versi delle tragedie di Eschilo, come di Majakovskij, che si intrecciano ai canti nelle lingue nguni, quelle autoctone del Sudafrica, composti da Nhlanhla Mahlangu.

Ma non solo: tutt’intorno gli arazzi in seta mohair raffigurano donne africane che danzano su vecchie mappe europee. Gettano un’ombra e frammenti di colore sul passato coloniale, sul risiko che ha segnato per sempre le sorti di quello che abbiamo chiamato per decenni il terzo mondo.

Una danza è anche quella della Sibilla, la profetessa a cui Kentridge ha dedicato una serie di schizzi e il video Sibyl del 2020 che fa parte della mostra palermitana. La sacerdotessa di Apollo ha il volto di quella affrescata da Michelangelo nella Sistina, ma anche i tratti di una donna africana.

Completano l’allestimento i collage inediti che rimandano alla tradizione del surrealismo, le sculture in bronzo, i disegni a carboncino di quello che è l’ultimo degli artisti rinascimentali. William Kentridge continua a interrogarsi sul mondo, ritraendo la condizione umana su quella imbarcazione precaria che trovate sulla copertina del nuovo Robinson. Quella nave che ci riguarda tutti. Anche se pensiamo di trovarci al sicuro, sulla terraferma.

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