Bruno De Finetti, grande matematico italiano, nel suo Saggio sul probabilismo (1933) scrive non è importante perché il FATTO che IO prevedo accadrà, ma perché IO prevedo che il FATTO accadrà. Bisogna stare attenti alla posizione del “perché” e dell’“io”. De Finetti stabilisce una cosa formidabile e cioè che ciascuno di noi coincide con l’errore di valutazione che compie, volta per volta. Ciò che possiamo fare è cercare di non commettere errori gravi.
Così, quando ieri ho letto la pagina di Francesco Merlo riguardo le vicende che hanno coinvolto Zerocalcare, Fumettibrutti, e altri artisti che hanno deciso di non partecipare a Lucca Comics, financo Michela Murgia che non può più rispondere, mi sono chiesta perché le fiere, i festival, i giornali stessi, questo giornale sul quale scrivo, e molti di noi, siano diventati il luogo e il modo non della discussione ma della posizione. Non la posizione culturale che è giusto prendere laddove uno voglia e senta di avere gli strumenti, ma una pos…
Bruno De Finetti, grande matematico italiano, nel suo Saggio sul probabilismo (1933) scrive non è importante perché il FATTO che IO prevedo accadrà, ma perché IO prevedo che il FATTO accadrà. Bisogna stare attenti alla posizione del “perché” e dell’“io”. De Finetti stabilisce una cosa formidabile e cioè che ciascuno di noi coincide con l’errore di valutazione che compie, volta per volta. Ciò che possiamo fare è cercare di non commettere errori gravi.
Così, quando ieri ho letto la pagina di Francesco Merlo riguardo le vicende che hanno coinvolto Zerocalcare, Fumettibrutti, e altri artisti che hanno deciso di non partecipare a Lucca Comics, financo Michela Murgia che non può più rispondere, mi sono chiesta perché le fiere, i festival, i giornali stessi, questo giornale sul quale scrivo, e molti di noi, siano diventati il luogo e il modo non della discussione ma della posizione. Non la posizione culturale che è giusto prendere laddove uno voglia e senta di avere gli strumenti, ma una posizione sondaggistica. “Pro e contro Zerocalcare?” è forse una domanda sufficiente? Io penso non lo sia. O lo sia in una cornice politica che tende a creare il nemico. Non l’avversario, il nemico.
Noi non discutiamo più, rispondiamo a sondaggi e a incitamenti di una curva, il cui principio e fine è la riduzione a macchietta dell’altro e della sua posizione che si suppone parimenti basata su sondaggio e tifo. Il post di Zerocalcare su Lucca Comics era un post gentile, pieno di domande e incertezze, non arrogante. Come è piena di domande e incertezze l’opera di Zerocalcare.
Si può scrivere che «Zerocalcare neppure si rende conto di somigliare ad Hamas» quando i suoi libri sono una opposizione strenua e radicale a ogni terrorismo? Si può scriverlo avendo la memoria recente — ma anche senza, basta andare in libreria — di Zerocalcare in Siria, col suo corpo esposto? Si può parlare di marketing e vendite come se andassero a detrimento del valore e della qualità di un’opera, senza considerare che Lucca Comics, come il Salone del Libro a Torino, come Più Libri Più Liberi a Roma, come Testo a Firenze (per citarne tre tra le più importanti) sono fiere? Il che significa che gli editori comprano uno spazio, espongono, vendono, presentano i loro libri e i loro autori. Si possono mettere virgolette a dichiarazioni che non sono mai state pronunciate?
Prendiamo una posizione sondaggistica — pro o contro — e ci sentiamo salvi, confortati, partecipi, a riparo nella parte giusta di una storia troppo lunga, prima e dopo, per contemplarla tutta, giochiamo a ruba bandiera. Ma non c’è salvezza, e non c’è riparo. C’è solo la possibilità di attraversare lo sgomento. «The best way out is always through» ha scritto Robert Frost in A Servant To Servants (in italiano, per i tipi di Adelphi, nella raccolta Fuoco e Ghiaccio, 2022, traduzione di Silvia Bre).
Mi chiedo se l’infantilizzazione è tale che preferiamo giocare a ruba bandiera. Indossare una casacca è, mi pare, la fine della cultura intesa come esercizio all’altro che abbiamo sempre praticato. Penso pure all’amnistia di Togliatti (fino a ieri abbiamo odiato, oggi non odiamo più).
Esercizio all’alterità non significa accettazione della medesima, ma, semplicemente, ammettere che l’altro sia diverso da noi e sia irriducibile a noi. E che bisogna tenere conto di queste differenza e distanza. Esercizio all’alterità vuol dire che volere bene non significa essere d’accordo. Esercizio all’alterità vuol dire che non è importante avere ragione, ma trovare una soluzione.
Si può avere ragione con la forza, non si può trovare una soluzione con la forza. Facile.
Questa “reductio” a ruba bandiera della cultura italiana ha, mi pare, motivazioni sia interne al paese che più globali.
Quelle globali riguardano la velocità del consumo culturale (il capitalismo è nella sua matura fase semantica produce e macina concetti più che oggetti), la pervasività di strumenti come i social e la misurazione del picco di attenzione di un essere umano medio — che, chiarisco, è una invenzione recentissima, ottocentesca, forse la più grande invenzione letteraria dell’Ottocento (la statistica).
Quelle locali sono il racconto di una scuola pubblica come percorso formativo nel quale il risultato è più importante del modo in cui il risultato si raggiunge o non si raggiunge (motivo per cui studenti e studentesse soffrono di ansie di varia natura e criticità).
Quelle globali riguardano l’abitudine all’evento, dunque all’appuntamento (highlights dei gol, app per dating, consegna del cibo a domicilio et alia), più che all’imprevisto dunque all’attesa (partita di calcio vista per intero, tempo per conoscere una persona, fila).
La pazienza non è una dote, è un esercizio. La frustrazione è un sentimento comunitario prima che singolo. C’è, insomma, qualcosa che ci riguarda prima tutti insieme che ognuno da solo. In sé abbiamo tutti ragione — come giustamente dichiarava il titolo del bel romanzo di Paolo Sorrentino, — ognuno solo con sé stesso ha ragione. È nella sua ragione. Ma la soluzione non è in sé, è in noi. In quell’errore di valutazione che siamo noi e sono gli altri.
Zerocalcare, Fumettibrutti, Giancane, Davide Toffolo e chi ha deciso di non andare fisicamente a Lucca Comics ha però lì i suoi libri. Un essere umano è più e meno della sua opera. Un essere umano ha un corpo che ormai è occasione di lapidazione o di trionfo, e in mezzo a questi superlativi, a questi estremi, non c’è più niente. Non c’è esitazione, dubbio, tenerezza, tentennamento, arguzia. Non c’è sfumatura. Non c’è ombra e dunque non c’è profondità. Ricordo la vignetta di Bucchi: «Prima il pensiero era profondo, ora si tocca».
Si può decidere di portare il corpo o decidere di non portare il corpo, volta per volta. “Pro e contro portare il corpo?” è ancora una domanda non sufficiente. Da tifoseria, da curva. Si risponde sì o no e si frantumano le problematicità che l’altro porta, a sé e a noi.
Dunque, non stare contro, stare con. Sto con Zerocalcare e sto con Sio, sto con Fumettibrutti e sto con Licia Troisi. Con chi ha portato e chi ha sottratto il corpo, perché tutti insieme, e ciascuno, stanno smantellando il noioso e vergognoso ruba bandiera, stanno complicando e non semplificando. Sanno che nessuna delle loro parole dette o taciute ferma un solo proiettile. Eppure stanno lì, o non ci stanno, e creano l’alternativa al sondaggio, ricordano che esiste l’altro da sé.