Julia Quinn e un Natale speciale a casa Bridgerton
di Lara CrinòSta per succedere di nuovo. In primavera, ai quattro angoli del globo donne (ma anche uomini) di tutte le generazioni si ritroveranno davanti a uno schermo per seguire su Netflix le nuove puntate di Bridgerton, la serie in costume che ha battuto ogni record d’ascolto; le nuove puntate si vedranno in due parti, la prima metà dal 16 maggio 2024, la seconda dal 13 giugno.
Per celebrare questo regalo ecco il nostro “Natale dai Bridgerton”. Sulla copertina di Robinson in edicola da domani trovate un’intervista di Sara Scarafia a Julia Quinn, la scrittrice americana che ha inventato la saga in stile Regency, divertente e romantica, a cui Shonda Rhimes, genio delle serie made in Usa, si è ispirata per creare il suo period drama, conservando trama e personaggi ma introducendo una novità dirompente: il cast è infatti color blind, con personaggi di colore in molti ruoli principali, a partire dal Duca di Hastings, interpretato da Regé-Jean Page.
Se la scelta inizialmente ha fatto storcere la …
Sta per succedere di nuovo. In primavera, ai quattro angoli del globo donne (ma anche uomini) di tutte le generazioni si ritroveranno davanti a uno schermo per seguire su Netflix le nuove puntate di Bridgerton, la serie in costume che ha battuto ogni record d’ascolto; le nuove puntate si vedranno in due parti, la prima metà dal 16 maggio 2024, la seconda dal 13 giugno.
Per celebrare questo regalo ecco il nostro “Natale dai Bridgerton”. Sulla copertina di Robinson in edicola da domani trovate un’intervista di Sara Scarafia a Julia Quinn, la scrittrice americana che ha inventato la saga in stile Regency, divertente e romantica, a cui Shonda Rhimes, genio delle serie made in Usa, si è ispirata per creare il suo period drama, conservando trama e personaggi ma introducendo una novità dirompente: il cast è infatti color blind, con personaggi di colore in molti ruoli principali, a partire dal Duca di Hastings, interpretato da Regé-Jean Page.
Se la scelta inizialmente ha fatto storcere la bocca a chi andava in cerca di accuratezza storica, è bastato poco per accorgersi che Bridgerton è un fenomeno di costume, capace di spostare più in là l’asticella del consentito, in termini di verosimiglianza: una miscela perfetta di genere romantico e storico-fantasy, che crea un proprio luogo e tempo e piace in modo trasversale. Per capire l’effetto che fa, potete leggere su Robinson Rita Nardi, booktoker che scrive romanzi: sulle nostre pagine racconta di come, da fan, ha incontrato la creatrice di Bridgerton, e lo fa proprio indossando panni da cronista di inizio Ottocento.
Nel successo di una saga, tuttavia, c’è sempre un mistero, e cercare di svelarlo è divertente quanto leggerla. Partiamo dai fondamentali: lo stesso Bridgerton è nato per divertimento, prima di diventare per la sua autrice un mestiere molto serio. Ricordando gli esordi è Julia Quinn, cinquantatré anni, americana del New England, ottimi studi nella Ivy League — storia dell’arte ad Harvard, poi la medical school abbandonata per dedicarsi alla scrittura — a confessare che iniziò a scrivere in un periodo di crisi (vi ricorda qualcosa, J.K. Rowling ad esempio?) e le sembrò che iniziare dal “rosa” fosse la cosa migliore.
Oggi, dopo vari soggiorni nella bestseller list del New York Times e la fama planetaria dei suoi personaggi, afferma con cognizione di causa e senza acrimonia che il romance, da sempre “figliastro” dei grandi editori, ha il merito di riempire le casse degli stessi per poi poter pubblicare tutto il resto, dalla poesia agli esordienti.
Ma perché Bridgerton funziona così bene? Ripassiamo la trama per chi non si sia già divorato le due stagioni della serie, lo spin-off sulla regina Carlotta e gli otto libri scritti da Quinn: ambientati tra il 1813 e il 1827 i romanzi, in Italia tutti editi da Mondadori, raccontano le vicende degli otto figli del defunto Visconte di Bridgerton, membro influente della nobiltà dell’epoca, e della saggia Lady Violet. Si comincia con la primogenita Dafne, che dopo un tortuoso e fittizio fidanzamento col Duca di Hastings diventa la di lui veritiera e soddisfatta moglie e si scende, giù pe’ li rami, fino ai figli cadetti, continuando a raccontare, con qualche scena di sesso scritta “dalla parte di lei”, di fidanzamenti e matrimoni.
Intorno a loro the Ton, ossia la buona società dell’epoca, ricama pettegolezzi e dicerie guidata — e qui sta la migliore invenzione di Quinn — da una dama misteriosa ma assai ben informata che si firma Lady Whistledown il cui bollettino viene avidamente letto in ogni famiglia che si rispetti. Intorno ai personaggi abbiamo all’apparenza un mondo non dissimile da quello raccontato da Jane Austen e un periodo, quello della Reggenza, fatto apposta per diventare scenario da romanzo. Non solo perché è un’epoca di dandysmo, di ricerca dell’eleganza e del bel vivere, elementi che forniscono sempre al narratore (e poi al costumista e allo scenografo in caso di trasposizione filmica) ciò che serve per fare contorno, ma perché è l’epoca di una prima rivoluzione al femminile.
Lo racconta bene sulle pagine di Robinson Felicia Kingsley, l’italianissima regina del romance, che si è lanciata nel Regency con il suo nuovo romanzo Una ragazza d’altri tempi: Kingsley spiega come una serie di fattori storici ed economici portarono allora le donne delle classi alte britanniche, nobili e borghesi, a scoprire il tempo libero e la lettura e la scrittura come passatempo e talvolta come professione; il matrimonio era ancora la scommessa in cui si giocavano tutto, ma con una consapevolezza nuova.
Lo sapevano bene le acute eroine austeniane, e lo sanno di conseguenza le eroine di tutte quelle autrici che ancora utilizzano il canovaccio austeniano per mettere in scena le loro storie. Del resto il romanzo stile Austen è un genere intero e vanta autrici di calibro come la britannica Georgette Heyer, che tra gli anni Venti e i Quaranta del Novecento scrisse interi cicli ambientati tra il periodo georgiano e la Reggenza.
Perché dunque Bridgerton ha fatto la differenza? Perché ne avevamo bisogno. Se i romanzi di Quinn hanno fatto la loro scalata nel corso di un ventennio (il primo tomo, Il Duca e io, risale al 2000), la serie ha fatto da detonatore perché è arrivata durante la pandemia. Chiusi in casa, spaventati dal futuro, abbruttiti dal lockdown, abbiamo scoperto un mondo in cui non esiste il disordine, fatto di case meravigliose, carrozze, passeggiate nel parco con tanto di chaperon, gite sul lago con il parasole, e giovani uomini e giovani donne impegnati in una guerra amorosa che sembra non avere vittime ma solo vincitori. Se guardiamo oggi fuori dalla finestra, se scrolliamo i nostri telefonini, ci sembra inevitabile voler continuare a sognare. Long live Bridgerton.