✕

2023 – Le immagini di un anno

La guerra, la politica, i grandi successi sportivi e le tragedie alle quali non riusciamo ad abituarci. Ecco alcuni degli avvenimenti più importanti raccontati attraverso le fotografie e le nostre firme
8 minuti di lettura

Il coraggio di Vialli, campione fino alla fine
di Maurizio Crosetti
Quanto è stata viva, la morte di Gianluca Vialli. Una morte per cancro al pancreas, presente da alcuni anni nella sua esistenza come possibilità, come spavento, non come avversaria (diceva lui) ma come compagna di strada: perché non vince chi combatte meglio, ma semplicemente chi guarisce. Non Vialli, purtroppo. È stata una lunga e dolorosa storia, ma anche una testimonianza serena e lucida: il campione si è rivolto agli altri malati, e ha narrato il cancro come esperienza di vita, come «un passeggero che a un certo punto è salito sul treno e si è seduto nel mio scompartimento: spero scenda prima di me». Dopo avere fondato insieme all’amico Massimo Mauro una fondazione contro i tumori, anni prima di ammalarsi a sua volta, Vialli non si è mai nascosto al proprio destino. Tra le moltissime immagini che ci restano, quell’abbraccio in lacrime con Roberto Man…

Il coraggio di Vialli, campione fino alla fine
di Maurizio Crosetti
Quanto è stata viva, la morte di Gianluca Vialli. Una morte per cancro al pancreas, presente da alcuni anni nella sua esistenza come possibilità, come spavento, non come avversaria (diceva lui) ma come compagna di strada: perché non vince chi combatte meglio, ma semplicemente chi guarisce. Non Vialli, purtroppo. È stata una lunga e dolorosa storia, ma anche una testimonianza serena e lucida: il campione si è rivolto agli altri malati, e ha narrato il cancro come esperienza di vita, come «un passeggero che a un certo punto è salito sul treno e si è seduto nel mio scompartimento: spero scenda prima di me». Dopo avere fondato insieme all’amico Massimo Mauro una fondazione contro i tumori, anni prima di ammalarsi a sua volta, Vialli non si è mai nascosto al proprio destino. Tra le moltissime immagini che ci restano, quell’abbraccio in lacrime con Roberto Mancini, suo “gemello” negli anni gloriosi alla Sampdoria, e nel 2021 commissario tecnico della Nazionale di cui Gianluca era team manager, dopo la vittoria dell’Europeo. In quella commovente stretta, non solo di Mancini ma in qualche modo di tutti noi, c’era la vita, non l’addio.

Il miracolo di Aya, la bimba più forte del terremoto
di Gabriella Colarusso
Aya è il miracolo nella notte dell’apocalisse. I soccorritori la trovano sotto le macerie, nuda e al freddo, ancora legata con il cordone ombelicale a sua madre, ormai morta. È nata da poche ore, sopravvissuta nella pancia della mamma alla sequenza di scosse che alle 4.17 del mattino squassano il Sud Est della Turchia e il Nord Ovest della Siria, il terremoto più forte registrato sulla Terra negli ultimi sei anni. È il 6 febbraio, un’ecatombe: più di 57 mila morti, oltre 122 mila feriti, migliaia di orfani. Nella provincia di Hatay, uno degli epicentri, non resta più nulla in piedi, scuole, case, ospedali, l’ antica capitale Antiochia. Intere aree sono irraggiungibili, senza acqua, cibo, elettricità, con i cadaveri in strada e i vivi sotto le macerie. Si scava con le mani ed ogni mezzo. La protezione civile turca è sopraffatta. All’aeroporto di Adana arrivano soccorritori da tutto il mondo. I primi a raggiungere Hatay sono i greci, prova di amicizia che commuove i turchi. «Nessuno poteva essere preparato a una tragedia di queste dimensioni», si difende il presidente Erdogan: sotto accusa c’è la deregulation edilizia di vent’anni al potere. Aya la trovano in Siria, lì nemmeno gli aiuti arriveranno, per settimane. Aya, “gesto di Dio”.

La cattura del boss in fuga da trent’anni
di Lirio Abbate
Il 16 gennaio 2023 è una data che segna la fine della latitanza, dopo 30 anni, per l’ultimo capo corleonese libero: Matteo Messina Denaro, u Siccu. I lineamenti del volto erano invecchiati ma non cambiati, uguale alle foto con le quali era ricercato in tutto il mondo. U Siccu è stato preso a Palermo in una clinica dai carabinieri del Ros coordinati dal procuratore Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Paolo Guido.
Per capire questo personaggio, responsabile delle stragi e delle uccisioni di quasi cento persone fra cui donne e bambini, basti pensare alla “simpatia” che tentava di esibire tra i sanitari della clinica La Maddalena in cui andava a curarsi: facendosi passare per un «gentile imprenditore agricolo». L’impostura di un boss che voleva palesarsi attraente.
Un atteggiamento che fa parte della sua doppia personalità. Non si è latitanti per 30 anni se non c’è chi ti copre le spalle: non solo i picciotti, ma pure esponenti delle istituzioni, professionisti, insegnanti. Per questo u Siccu è stato libero di girare. Grazie a loro ed ai prestanome che gli hanno permesso di accumulare un tesoro miliardario su cui ora è aperta la caccia.

La solitudine di Mattarella tra le bare dei migranti
di Francesco Bei
Pietà l’è morta, diceva Nuto Revelli. Ma la strofa del vecchio canto partigiano potrebbe essere anche il titolo di questa immagine. Il Presidente davanti a 67 bare, molte bianche, allineate in un palazzetto del Sud d’Italia, a Cutro. In quella Calabria che vide emigrare cent’anni fa migliaia di italiani e ora diventata meta di uomini e donne dall’Afghanistan, il Pakistan, l’Iraq, il corno d’Africa, la Siria.
Mattarella è solo, perché per il governo quei morti – come dirà una destra priva di vergogna e di umanità – se la sono cercata. Potevano restarsene a casa loro, sarebbero ancora vivi. Verranno le scuse e poi le inchieste, le promesse ai superstiti, puntualmente tradite. E il decreto Cutro che, in spregio a quei morti, restringe ancora di più le maglie di una legislazione già oggi orientata solo ai respingimenti.
E allora quell’anziano stretto nel suo cappotto, in preghiera, è l’omaggio della Costituzione vivente, la sua prima parte, bandiera dell’accoglienza, del diritto d’asilo, del riconoscimento della persona sopra ogni altra cosa. Il gesto più politico di un Presidente rimasto, suo malgrado, come l’ultimo argine.

Quella piena che travolge tutto ma non piega l’Emilia-Romagna
di Marco Belpoliti
L’acqua l’ha costretto a fare San Martino. Si chiamava così, in pianura, il trasloco legato ai contratti d’affitto, quando a novembre finiva l’annata agraria. Qui invece è maggio e il signore seduto sulla sedia pieghevole coi piedi nel fango ha portato fuori casa tutte le suppellettili o quello che ha salvato dalla furia del torrente: tavoli, reti da letto, mobili, elettrodomestici. L’acqua è una padrona non meno inclemente dei proprietari terrieri del passato, che facevano il buono e il cattivo tempo e sloggiavano le famiglie dei braccianti o dei mezzadri. Ora l’acqua, fonte di vita, sembra destinata a colpire le case di tutti con la sua forza inarrestabile, così che abitare vicino a un torrente, un fiume o un canale non è più cosa tanto sicura. E poi il sollevarsi del mare, il mite Adriatico che con il riscaldamento globale alzerà il proprio livello coprendo parte della Pianura padana. Il mondo è diventato fragile come questo signore che, sconsolato, poggia le mani una sopra l’altra. Non rassegnazione ma sconcerto: nemica acqua? La furia degli elementi è una cosa che abbiamo rimosso dal nostro quotidiano, mentre nel mondo contadino era una costante. Il progresso avanza ora all’indietro?

Napoli impazzisce per il calcio. Arriva lo scudetto più romantico
di Paolo Condò
La festa di Napoli è cominciata il 13 gennaio, perché chiunque abbia cognizione del pallone si è tolto ogni dubbio dopo il 5-1 alla Juventus, e ha attraversato inverno e primavera con la disposizione d’animo leggera dello spettatore compiaciuto prima che emozionato. Sono le conseguenze di uno scudetto pronunciato così presto da sbeffeggiare ogni scaramanzia, una vittoria ricca di romanticismo come tutte le cose belle che accadono a Napoli, ma scientifica nel suo assemblaggio. Un punto di equilibrio tra genio, programmazione e duro lavoro talmente perfetto da esplodere un minuto dopo il trionfo, rivelando come De Laurentiis, Giuntoli e Spalletti abbiano privilegiato il risultato collettivo sui loro personali ego, una cosa che si può fare per un tempo finito, non per sempre.
Se i primi due scudetti si dovevano a un semidio, il terzo è un mosaico nato con Osimhen ai semafori di Lagos, nei campetti georgiani di Kvara e in quelli toscani di Di Lorenzo, al master un po’ noioso di un’università coreana, e appena Kim è uscito dall’aula la storia ha preso il suo verso per finire di svolgersi nello stadio del semidio. Napoli, seduta in prima fila, se l’è proprio goduta.

L’addio sfarzoso a Silvio Berlusconi tra vip, tifosi e tacchi a spillo
di Filippo Ceccarelli
Una pagina di storia, ok. Però anche uno spettacolo abbagliante, un rito di passaggio, una meraviglia postuma, uno sforzo egemonico, un’apoteosi televisiva, un teatro dell’immortalità, una carezza alla memoria, un fulgore di gloria controversa, un pezzetto di vita che se n’è andato per tutti noi. I funerali di B., interminabili e sgargianti, solenni, pettegoli e addolorati nell’indispensabile intrattenimento. Il Cavaliere li avrebbe voluti così, magari concedendosi qualche minima riserva - quel dettaglio, quello sfondo - per celebrare l’estremo perfezionismo. La bara in terra, nessuna foto del cadavere per l’uomo più fotografato d’Italia, la diretta tv, metro per metro, del gigantesco carro funebre da Arcore a piazza Duomo, gli slogan dei tifosi milanisti arrampicati attorno al monumento, le lacrime delle sciure dietro alle transenne, i ministri che arrivavano in pulmino, i telefonini, i tacchi a spillo, gli sguardi d’intesa, la camminata dei vips sul red carpet di marmo, la schiacciante eredità sulle spalle dei figli. Tutto eccessivo com’è stato eccessivo lui, padre della patria a metà. Un sogno, la morte e così sia.

Prigozhin, il capo dei mercenari che osò sfidare Putin. E perse
di Gianluca Di Feo
È stato l’unico a sfidare lo Zar, lanciando un assalto contro il Cremlino tanto temerario quanto disperato, che gli ha permesso di conquistare un posto nella Storia prima di scomparire nel rogo del suo jet. Un epilogo epico per Evgenij Prigozhin, che si è formato nelle prigioni sovietiche per poi lanciarsi famelico nelle opportunità della nuova Russia. Si impone come il ristoratore che soddisfa la voglia di lusso degli oligarchi di San Pietroburgo, ottiene la fiducia di Vladimir Putin e si fa spazio nella sua corte. Imprenditore senza scrupoli, nel 2014 inventa una compagnia di ventura - la Wagner - e partecipa ai conflitti in Siria e in Africa, fornendo mercenari e armi in cambio di diamanti e petrolio. Quando l’invasione dell’Ucraina si trasforma in una disfatta, Prigozhin diventa il critico più duro dei vertici militari. Usa il suo esercito personale per espugnare la città di Bakhmut, poi contesta apertamente Putin e il 23 giugno fa marciare la Wagner su Mosca. Nessuno aveva mai osato tanto. E quando, 60 giorni dopo il suo aereo si schianta, nessuno crede a un incidente.

La notte di Brandizzo e le stragi ferroviarie
di Stefano Massini
Nel terzo millennio dell’Intelligenza artificiale, c’è qualcosa di anacronistico nei binari della ferrovia. Per quanto i treni corrano a 300 km orari, la massicciata solcata da quel ferro rimanda sempre a un passato di locomotive sbuffanti e di remoti Far West. Le vittime di Brandizzo erano lavoratori addetti proprio alla manutenzione di questo sistema di infrastrutture così remoto eppure così attuale, a cui si affidano ogni giorno le vite e le professioni di milioni di viaggiatori, creando un corto circuito fra l’Ottocento e l’hi-tech. Chi ha predominato, fra questi due antipodi, in quella notte del 30 agosto in località Brandizzo? Senza dubbio su quei binari vi fu una regressione di un paio di secoli, tornando a un’era in cui il lavoro non poteva contare sulla tecnologia e il rischio era una costante: pochi minuti prima della mezzanotte un treno sfreccia senza preavviso falciando le vite di cinque persone, i cui nomi vanno ad aggiungersi all’infinita lista di chi ogni mattina esce da casa per andare a guadagnarsi “da vivere”, finendo per crudo paradosso in una bara. E la sicurezza? Una chimera. Fino al prossimo cadavere, probabilmente morto sul lavoro mentre leggete queste righe.

La Davis di Jannik Sinner, il campione gentiluomo
di Gabriele Romagnoli
E poi, a fine novembre, macerata fra malinconie climatiche, ribassi finanziari e meschinità politiche, l’Italia si è aggrappata a Jannik Sinner. Come spesso, è arrivato un ragazzo (Adriano Panatta, Paolo Rossi, Alberto Tomba, adesso lui) a spazzare le nuvole per un pomeriggio e a riportare la luce che si stava spegnendo nel retrovisore. Eravamo stati re: nel ’76, nell’82, nel ’95. Avevamo alzato coppe dal divano, per interposta persona. Poi, quando si giocava a tennis, eravamo rimasti seduti, sprofondati tra la facile ammirazione per Federer, la psico-passione per Nadal e l’amore-odio per Djokovic. Chi ce lo doveva dire che sarebbe venuto un altro a farci mangiare nell’insalatiera. Ce l’aveva detto lui, Jannik, con cortese ferocia, quando era apparso alla Next Gen, vincendola in diretta nel 2019. In quest’epoca 4 anni d’attesa sono un’eternità. Impazienza e critiche: sta a Montecarlo, non fa le Olimpiadi, non fa la Davis, appunto. Sinner carica il suo orologio, dà appuntamenti a sé stesso e arriva puntuale. Sempre un po’ cresciuto rispetto alla volta precedente. Ha vinto lui, non la federazione, non il comitato, non il Paese. È una splendida anomalia. Non pretendete, aspettate. Lasciate perdere, lasciate che vinca.

La strage che cambia il Medio Oriente
di Francesca Caferri
Quando il 2023 finirà nei libri di Storia, la data del 7 ottobre verrà cerchiata in rosso. La giornata che ha cambiato il destino di Israele, di Gaza e dell’intero Medio Oriente è iniziata presto: sono le 6.20 del mattino quando i primi uomini di Hamas riescono a penetrare il muro che separa la Striscia da Israele, cogliendo di sorpresa le difese dello Stato ebraico e dando il via a un’operazione che li vedrà sferrare più di venti attacchi contemporaneamente contro villaggi, città, caserme e una festa in corso a Re’im, nel Sud del Paese. Al termine di più di due giorni di combattimenti in Israele restano a terra più di 1200 vittime, per lo più civili: circa 240 persone vengono portate a Gaza come ostaggi. Molti sono vivi, altri morti: di alcuni non si conosce la sorte. Lo Stato ebraico reagisce lanciando su Gaza quella che si rivelerà essere la più violenta offensiva mai sferrata sulla Striscia: i morti, secondo i dati del governo di Hamas che controlla la zona, sono più di 20mila, più di un milione gli sfollati. Anche in questo caso si tratta per lo più di civili. L’offensiva è ancora in corso: il rischio è quello di un allargamento del conflitto ai Paesi limitrofi. Il Libano, la Siria e in definitiva l’Iran che in entrambi gioca un ruolo di primo piano dal punto di vista militare.

Anila e le altre, operaie uccise in azienda dai robot
di Linda Laura Sabbadini
Anila Grishaj era di origine albanese, viveva a Treviso. Solare, amata da tutti i colleghi. A soli 26 anni, una vita spezzata nell’azienda Bocon, da un robot: un macchinario che lei tentava di riparare e che dovrebbe essere programmato per fermarsi in caso di pericolo. Era orgogliosa del suo lavoro, Anila. Operaia, era diventata responsabile di linea. Un ruolo conquistato sul campo, con le sue capacità. Ricorda Luana D’Orazio, 22 anni, anche lei operaia, risucchiata letteralmente da un macchinario, che la uccise, perché modificato per velocizzare il lavoro.Una vergogna. Non bastano le vite calpestate dai femminicidi. Anche gli incidenti sul lavoro uccidono donne. E,spesso, per pura fame di profitto. Quel profitto cieco che segue le sue logiche irrazionali e non salvaguarda neanche coloro che lo rendono possibile, chi lavora. Nonostante in maggioranza le vittime sul lavoro siano uomini, in 9 mesi , nel 2023 , 54 donne sono rimaste uccise. Tutte morti evitabili.Ma che paese siamo? Il diritto alla sicurezza e alla vita sono diritti inalienabili, e quello al lavoro dovrebbe includerli. Appunto, dovrebbe.

Leggi i commenti