✕

Così ho scelto di essere madre di figli d’anima, il libro di Michela Murgia

Ascolta l'audio

Pubblichiamo un brano dal nuovo romanzo, che esce ora in libreria, della scrittrice scomparsa. Storia di famiglie senza vincoli di sangue
3 minuti di lettura

Nel 2017, in Messico, accadde una cosa che a ripensarci oggi non era tanto banale. Venni invitata a una rassegna editoriale internazionale e — come spesso accade in questi eventi — non ero sola, ma intruppata con altre scrittrici e scrittori italofoni in una specie di gita di classe promossa dall’Associazione italiana editori e sostenuta economicamente dal ministero degli Esteri, a cui fa capo l’organizzazione culturale fuori confine.

La sera prima della partenza, uno dei miei figli d’anima si sentì male ed ebbe bisogno di me. Cancellai subito il viaggio e dissi: spiacente, ma la mia presenza è richiesta qui, ubi maior, capirete. L’organizzazione fu all’inizio comprensiva, ma nei giorni successivi mi giunse dagli uffici di segreteria la richiesta di rifondere allo Stato la cifra del big…

Nel 2017, in Messico, accadde una cosa che a ripensarci oggi non era tanto banale. Venni invitata a una rassegna editoriale internazionale e — come spesso accade in questi eventi — non ero sola, ma intruppata con altre scrittrici e scrittori italofoni in una specie di gita di classe promossa dall’Associazione italiana editori e sostenuta economicamente dal ministero degli Esteri, a cui fa capo l’organizzazione culturale fuori confine.

La sera prima della partenza, uno dei miei figli d’anima si sentì male ed ebbe bisogno di me. Cancellai subito il viaggio e dissi: spiacente, ma la mia presenza è richiesta qui, ubi maior, capirete. L’organizzazione fu all’inizio comprensiva, ma nei giorni successivi mi giunse dagli uffici di segreteria la richiesta di rifondere allo Stato la cifra del biglietto, se non volevo rispondere di danno all’erario. Non era una richiesta irragionevole, ai loro occhi: per evitare il rimborso sarebbe bastato mostrare un certificato di famiglia che attestasse la parentela e uno relativo alle condizioni di salute del ragazzo. Io però non avevo niente di simile perché, agli occhi dello Stato, non ero io la madre del figlio di cui stavo prendendomi cura. Non so quanto un biglietto intercontinentale sia una spesa notevole per voi. Per me lo era. Lo ripagai, ma cominciai a farmi domande che non mi ero mai posta prima.

La scrittrice Michela Murgia, scomparsa lo scorso 10 agosto 2023 a 51 anni, in uno scatto del 2015

 

L’anno precedente, il più piccolo dei miei figli era ancora minorenne. Io e l’altra sua madre avevamo un’usanza tipica delle famiglie che si vedono troppo poco perché non vivono insieme, benché saldamente legate: ogni anno facevamo una vacanza di qualche giorno, di solito insieme al padre del ragazzo — un altro membro della famiglia che biologico non è. Era un momento importante, che cementava e ribadiva i legami tra di noi nel tentativo di non far sentire escluso nessuno da dinamiche relazionali che cambiavano nel corso del tempo — e che continuavano a chiederci di cambiare a nostra volta. Io infatti il padre di quel mio figlio lo conoscevo ancora poco, e sapevo che per il ragazzo era importante che sviluppassi con quell’uomo una familiarità più forte.

Di viaggi simili ne avevamo fatti diversi: Genova, le Marche, qualche spostamento in alta Italia, ma sempre nei confini nazionali. Nel 2016, però, si progettava un fine settimana a Budapest. L’altra madre si prese la responsabilità di far viaggiare il ragazzo soltanto con me e suo padre — padre non in senso biologico, lo ribadisco — sapendo che il rischio che stavamo correndo era dover giustificare come mai io e quell’uomo, per l’anagrafe due perfetti estranei tra di noi e nei confronti del ragazzo, cercavamo di attraversare le frontiere con un minorenne.

Fu molto angosciante. Continuavo a pensare che me lo avrebbero portato via e mi avrebbero accusato di chissà cosa: ratto di minore, traffico di esseri umani, fuga da un divorzio difficile con un amante, falso ideologico…

Ebbi paura. Eravamo fragili e ignoranti. Rinunciammo ad altri viaggi insieme fuori d’Italia finché il ragazzo non divenne maggiorenne.

Allora non mi chiedevo se esistesse o dovesse esistere un modo per garantirci un’esperienza serena senza quello stress, attraverso la legge. Avevo un’esperienza di relazione peculiare — o almeno così la credevo allora, prima di rendermi conto che era invece molto diffusa — che si era ripetuta diverse volte nella mia esistenza, giacché sono stata prima una figlia adottiva per elezione senza aver perso la mia famiglia biologica (lo racconto, romanzando, nel mio romanzo più celebre) e poi quattro volte materna secondo lo stesso schema comportamentale (lo racconto, romanzando, in un altro mio romanzo). Avevo sviluppato una competenza nei rapporti atipici che mi poneva nella strana posizione di poter chiamare famiglia qualcosa che nemmeno le famiglie più all’avanguardia si immaginavano di accettare, ma per lo Stato tutto questo non aveva alcun valore.

Alcune tra le madri biologiche dei miei figli d’anima accettavano con più facilità l’idea di avere un figlio sedotto da una donna più grande piuttosto che immaginare di dover condividere l’unico potere di cui troppe donne credono di disporre: il ruolo sacro di genitrice. Con grande intelligenza i miei quattro figli si sono assunti l’intero peso del lavoro emozionale di relazione, risolvendo essi stessi l’impasse delle gelosie dell’intromissione nei ruoli. Oppure superandole, aiutando i rispettivi genitori biologici a venirne a capo con loro.

Io ero troppo giovane per fare questo. Il primo figlio arrivò che avevo trentadue anni, e non avevo mai visto il mondo oltre l’orizzonte del mio paesino. L’ultimo, arrivato nel 2011, mi ha trovata che di anni ne avevo trentanove, ma non ero in fondo molto più scafata.

All’inizio ero troppo giovane anche per risolvere tante cose pratiche che complicavano la vita dei miei figli: per esaudire, come intendevo fare, i loro desideri più promettenti. Più che giovane, dovrei dire che ero troppo povera. Man mano che iniziai a percepire un reddito tale da poter mantenere anche qualcun altro, cominciai a pagare delle cose per loro, assecondando bisogni e talenti.

Anche questo fu complicato per i genitori biologici, perché istintivamente si sentivano prevaricati. Ci volle del tempo per capire, sia io sia loro, che quel senso di prevaricazione nasceva dalla minaccia a un potere inscritto nella struttura della famiglia nucleare, quella cosiddetta tradizionale: il potere di controllare le figlie e i figli col proprio denaro, coltivando anche inconsciamente il loro senso di dipendenza. Alla prole si intima: «Se non fai come dico io, ti taglio i viveri». Che un’adulta fuori da questo meccanismo normativo possa offrire un’alternativa in termini materiali, una via d’uscita, può risultare scandaloso anche a chi si crede progressista.

Ho sempre vissuto la mia maternità, e tutte le altre relazioni familiari queer della mia vita, come strumenti di liberazione e di indipendenza. A chi amo, a chi scelgo, voglio offrire una sola rassicurazione: quella di non dover mai fingere di non essere chi è.

© 2024 Rizzoli. Pubblicato in accordo con S&P Literary — Agenzia Letteraria Sosia & Pistoia

Il libro
Dare la vita
di Michela Murgia (Rizzoli, a cura di A. Giammei, pagg. 128, euro 15). In libreria dal 9 gennaio

Leggi i commenti