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Ridiamoci sopra, è soltanto l’Armageddon

Pieter Brueghel il Vecchio, La lotta tra Carnevale e Quaresima

 

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Il comico spiega perché, in tempi di crisi come questo, l’ironia è un’arma importante: “Il mondo non ha mai fatto altro che finire: meteoriti, invasioni, pandemie, imperi che crollano, da quello romano ai Ferragnez”
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II mondo sta finendo. I segni ci sono tutti: i cambiamenti climatici, la Terza guerra mondiale, e anche io non mi sento tanto bene. Detta altrimenti, con Ennio Flaiano: la fine del mondo è grave ma non è seria. Del resto, come si fa a non ridere della fine del mondo? È una colossale torta in faccia, una gigantesca buccia di banana sulla quale stiamo scivolando tutti quanti gambe all’aria. Se, come diceva Lenny Bruce, «la comicità è tragedia più tempo», il lato buffo della fine del mondo è che il mondo non smette mai di finire; e ciò rende la fine del mondo, più che tragica, ridicola.

L’Apocalisse che stiamo vivendo (da sempre) assomiglia all’inizio di Hollywood Party (Blake Edwards, 1968), con Peter Sellers nei panni di un indiano di fine ’800 che per salvare l’esercito britannico …

II mondo sta finendo. I segni ci sono tutti: i cambiamenti climatici, la Terza guerra mondiale, e anche io non mi sento tanto bene. Detta altrimenti, con Ennio Flaiano: la fine del mondo è grave ma non è seria. Del resto, come si fa a non ridere della fine del mondo? È una colossale torta in faccia, una gigantesca buccia di banana sulla quale stiamo scivolando tutti quanti gambe all’aria. Se, come diceva Lenny Bruce, «la comicità è tragedia più tempo», il lato buffo della fine del mondo è che il mondo non smette mai di finire; e ciò rende la fine del mondo, più che tragica, ridicola.

L’Apocalisse che stiamo vivendo (da sempre) assomiglia all’inizio di Hollywood Party (Blake Edwards, 1968), con Peter Sellers nei panni di un indiano di fine ’800 che per salvare l’esercito britannico da un imminente attacco dei thug li avvisa suonando la tromba, attirando così su di sé i colpi di fucile dei nemici. Ma ogni volta che sembra deceduto, il valoroso indiano — moribondo, sanguinante, ma mai del tutto morto — sbuca dalla roccia dietro la quale si era accasciato per continuare a soffiare rumorosamente dentro il suo strumento; e giù altri colpi di arma da fuoco contro di lui. A cui seguono suoi altri — sempre più rantolanti, sempre più grotteschi, sempre più buffi — squilli di tromba. E così via.

Non c’è niente di strano nell’Armageddon. Se ci pensate, durante la sua storia il mondo non ha mai fatto altro che finire: meteoriti, invasioni barbariche, pandemie, imperi che crollano — da quello romano ai Ferragnez. Semmai, il mondo non è mai iniziato (dicono sia successo durante il Big Bang, evento al quale però nessuno è stato invitato); ragion per cui l’Apocalisse è un evento paradossale. Il mondo è reale, quindi l’Apocalisse è surreale — cioè comica. Se non ne stiamo ancora ridendo tutti, è solo perché abbiamo smarrito il senso dell’umorismo; chissà, forse in un futuro prossimo (molto prossimo, tipo dopodomani) anche ridere diventerà prerogativa dell’Intelligenza Artificiale.

Del resto, ridere non è più contemporaneo: in un tempo come il nostro in cui tutto è pride, tutto è orgoglio e tutti siamo vittime, in cui cioè tutto e tutti ci siamo presi sul serio, abbiamo smarrito la facoltà di vedere il lato ridicolo della condizione umana. «Non si può più dire niente» dicono, smentendosi; e uno dei corollari a questa lamentela è che non si può più ridere a causa del politicamente corretto. Ma è l’esatto contrario: si ride proprio perché c’è il politicamente corretto. Si ride in presenza dei limiti: il divertimento da sempre sta nell’infrangerli e nel trasgredirli. Senza paletti (da non rispettare) non c’è comicità. Peggio dei moralisti e dei censori contemporanei sono solo i comici che si lamentano della morale e della censura woke: da sempre fare i comici ha significato far ridere alcuni e offenderne altri.

Non è cambiato niente. Anzi, sì: una volta per una battuta infelice ti tagliavano la testa. Ora ti insultano sui social. Sarà che io già soffro di cervicale, ma mi sembra un bel progresso. Semmai l’anomalia è stata negli anni passati, quando per una sorta di equivoco collettivo si è pensato che la satira fosse pop: la risata è sempre stata divisiva, e le satira elitaria.

Ma se i cani abbaiano e i gatti miagolano, gli esseri umani ridono. Ridere è il nostro verso più umano, ecco perché è importante coltivarlo e riscoprirlo. Si ride per esorcizzare e per sfogare, per scaricare tossine e tensioni. Se i comici hanno un ruolo, sociale e culturale, è proprio quello di dire quello che non si può dire (ma che, ci piaccia o no, si può pensare); ovviamente in modo divertente, ironico e iperbolico, così da disinnescare ciò che dicono nel momento stesso in cui lo dicono. Se non lasciamo che siano i comici a dire l’indicibile, ci penseranno altri a dirlo; ma nel loro caso sul serio. Con esiti assai meno divertenti di un comico che non fa ridere.

La risata da riscoprire, inoltre, è quella condivisa. Durante uno spettacolo comico dal vivo, puoi sentire gli altri ridere con te e sentirti così parte di una collettività, di una comunità, del presente; oppure può capitare di sentire gli altri ridere lì dove a te non viene da ridere, scoprendo così dei limiti — tuoi o altrui. Solo in un luogo pubblico la risata è dialettica. Ma per ottenere queste risate, i comici dovranno tornare a far ridere in pubblico e non solo “il loro pubblico” sui social — spesso intrattenuto mentre se ne sta con il telefono in mano sul wc a spremersi il colon: ammesso che ridano, quando poi si alzano in piedi non è per una standing ovation ma per tirare l’acqua dello sciacquone.

In tempi di Apocalisse, i comici siano come l’orchestra sul Titanic, anzi, di più: surfisti sul Titanic.

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