Messe una accanto all’altra, le parole “grande” e “niente” mi fanno pensare alle oscillazioni, grandiose e fragili, che abitano la personalità di ogni narcisista, cioè di tutti noi. «Sono indispensabile» e poi, d’un tratto, «a cosa servo?». La pelle spessa e la pelle sottile si alternano nell’avvolgere le diverse porzioni dell’anima. ll nostro grande niente, primo romanzo di Emanuele Aldrovandi, è una storia di universi paralleli.
Poco importa se sono universi di coscienze e inconsci indistinguibili e incompatibili. Abitano questo veloce romanzo in forme di sogno, veglia, addirittura coma. Il clima da Traumnovelle evoca a tratti l’intimità distante del doppio sogno kubri-schnitzleriano degli eyes wide shut.
Doppio è sicuramente il taglio compositivo del romanzo (già pronto per il teatro, da lì del resto arriva l’autore, e forse anche per lo schermo), aperto in due grazie a una cerniera narrativa che unisce la prima parte (“La tua vita senza di me”) alla seconda (“La mia vita senza d…
Messe una accanto all’altra, le parole “grande” e “niente” mi fanno pensare alle oscillazioni, grandiose e fragili, che abitano la personalità di ogni narcisista, cioè di tutti noi. «Sono indispensabile» e poi, d’un tratto, «a cosa servo?». La pelle spessa e la pelle sottile si alternano nell’avvolgere le diverse porzioni dell’anima. ll nostro grande niente, primo romanzo di Emanuele Aldrovandi, è una storia di universi paralleli.
Poco importa se sono universi di coscienze e inconsci indistinguibili e incompatibili. Abitano questo veloce romanzo in forme di sogno, veglia, addirittura coma. Il clima da Traumnovelle evoca a tratti l’intimità distante del doppio sogno kubri-schnitzleriano degli eyes wide shut.
Doppio è sicuramente il taglio compositivo del romanzo (già pronto per il teatro, da lì del resto arriva l’autore, e forse anche per lo schermo), aperto in due grazie a una cerniera narrativa che unisce la prima parte (“La tua vita senza di me”) alla seconda (“La mia vita senza di te”). La prima racconta il sogno — occhi chiusi, occhi aperti poco importa — che tutti noi facciamo quando, non contenti di avere immaginato il nostro funerale, ci domandiamo cosa sarà di noi nella vita dell’altro dopo che siamo morti. Un dopovita che continua, scarta, trasforma, tradisce, dimentica. «Chissà come sarebbe, se una volta morti si potesse continuare a esistere, da qualche parte, in compagnia della propria memoria. Sarebbe bello o sarebbe una tortura? E se anche fosse una tortura: è meglio esistere all’interno di una tortura o non esistere proprio?».
La seconda indaga il mistero che tiene unita una coppia: l’unicità, la necessità, la gelosia, la fedeltà, l’imprevisto. Dal mondo dei morti saremmo gelosi dei nostri successori? O siamo quelli che, nell’ora estrema, dicono «devi rifarti una vita»? Sapremmo fare nostre le parole del Cantico: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, perché forte come la morte è l’amore»? Distinguiamo tra memoria e zavorra? Siamo in grado di capire se la voce interiore dell’altro che non c’è più è l’ombra necessaria del lutto, compagna malinconica ma forse un giorno lieve, oppure è una colpa, un rimprovero, una tagliola per sopravvissuti nascosta dal pallore dei non ti scordar di me? Il protagonista di questo romanzo senza nomi ma solo soprannomi è un egocentrico fissato sulla propria indispensabilità o è un giovane uomo preoccupato dall’oblio, dal morantiano «equivoco del tempo volgare che medica ogni dolore», però consapevole che il mondo si muove e la vita continua? «Se l’universo restasse fermo anche solo per un secondo», così inaugura il racconto, «la gravità lo farebbe collassare su sé stesso. Per questo motivo, nonostante io sia appena morto, i pianeti continuano a roteare intorno alle proprie stelle, le galassie procedono nel loro costante allontanamento le une dalle altre e tu giri la chiave nella porta di quella che fino a qualche ora fa era casa nostra».
È un tema universale quello affrontato, senza pesantezze intellettuali o pedanterie romantiche, in questo libro. Ne ho appena ritrovato una variante nel bel film di Elise Girard con Isabelle Huppert, Viaggio in Giappone: una storia di lutto, apparizioni e ricordi sospesi tra un amore defunto che non vuole svanire e un amore neonato che prova a muovere i primi passi. Un film che, come il romanzo di Aldrovandi, parla del nostro legame con i morti, della coesistenza di mondi visibili e invisibili, di come i fantasmi ci aiutano a vivere, ma anche ci tengono prigionieri.
ll nostro grande niente è un’ossessione della memoria, della quale Aldrovandi si fida troppo e al tempo stesso non abbastanza, almeno non al punto di affidarsi a lei come unico contenitore possibile, grazie a Dio lacunoso e mutante, del proprio passato e del proprio futuro. Forse per questo sente il bisogno di consegnare alla matematica lo svolgersi dei giorni del suo amore. Il calendario della “tua vita senza di me” è narrato in una successione X+X+1 per rendere l’espansione esponenziale del tempo; mentre “la mia vita senza di te” segue la sequenza di Fibonacci (1, 1, 2, 3, 5, 8…) che in natura è presente in fenomeni come la disposizione delle foglie lungo un ramo o il numero di petali di una margherita.
Tra le cose belle del libro sono i dialoghi, mai virgolettati perché conversazioni tra sé, evocazioni, testimonianze accurate di un’interiorizzazione amorosa. Come direbbe Socrate a Teeteto: «stiamo dormendo, e discutiamo così nel sogno, oppure i nostri discorsi si svolgono nella realtà?». Bello sarebbe se il protagonista, questo giovane vedovo di sé stesso, tenero e ostinato, avesse uno/a psicoanalista che lo ascolta, aiutandolo a regalarsi la dolorosa morbidezza che occorre per affrontare la caducità, della vita come delle relazioni. Scongelare il pianto, abitare la solitudine, addolcire la rabbia, ammansire i ricordi. Anche se poi, certo, chi non ha mai pensato, come “la ragazza con gli occhi grandi” a cui Aldrovandi dedica il romanzo, che «per due persone che si amano, la cosa migliore sarebbe morire contemporaneamente»?
Poi, tra le inarrivabili voci dell’anima, c’è quella di Emily Dickinson che per me è impossibile ignorare: «Forse non vanno così lontano/come noi che si resta immaginiamo –/forse vengon più vicini, per la caduta/dell’abito dei corpi –/Può darsi sappiano per certo/che non dovremo temere tanto a lungo/perché la comprensione anticipa/e ci considera là –».
Il libro
Il nostro grande niente di Emanuele Aldrovandi (Einaudi Stile libero, pagg. 200, euro 17). L’autore ne discuterà giovedì 25 gennaio online alle 18 sui canali Instagram di Repubblica e di Einaudi e sul nostro sito con Carlotta Vagnoli. Modera Sara Scarafia