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Stranieri e outsider nella Biennale più queer di sempre

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Al via il 20 aprile la rassegna di Venezia dal titolo “Stranieri ovunque”: in cartellone 332 artiste e artisti, scelti soprattutto dal sud del mondo
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VENEZIA – Pietrangelo Buttafuoco, in giacca verde, prende appunti in prima fila. Sorride e non si sottrae ai selfie. Più tardi, agiterà la mano in aria, rispondendo senza proferire verbo alla richiesta di un commento. Non se ne parla. Intanto Adriano Pedrosa dice: «Sono il primo curatore apertamente queer della Biennale di Venezia. Vengo dal Brasile, un Paese che ha marginalizzato gli indigeni. I portoghesi l’hanno colonizzato, ma ha ospitato anche la diaspora africana, giapponese, africana…». A Ca’ Giustinian, scene dalla Biennale d’Arte di Venezia che verrà. Con il nuovo presidente Buttafuoco, nominato dal ministro Gennaro Sangiuliano e in carica dal 2 marzo, che in aprile, scaduto il mandato di Roberto Cicutto – sotto il governo più a destra possibile – si troverà a inaugurare la mostra più inclusiva di sempre. Stranieri ovunque è la rassegna (apertura al pubblico: 20 aprile-24 novembre) firmata da Pedrosa, con il titolo preso in prestito da una serie di sculture al neon di Claire …

VENEZIA – Pietrangelo Buttafuoco, in giacca verde, prende appunti in prima fila. Sorride e non si sottrae ai selfie. Più tardi, agiterà la mano in aria, rispondendo senza proferire verbo alla richiesta di un commento. Non se ne parla. Intanto Adriano Pedrosa dice: «Sono il primo curatore apertamente queer della Biennale di Venezia. Vengo dal Brasile, un Paese che ha marginalizzato gli indigeni. I portoghesi l’hanno colonizzato, ma ha ospitato anche la diaspora africana, giapponese, africana…». A Ca’ Giustinian, scene dalla Biennale d’Arte di Venezia che verrà. Con il nuovo presidente Buttafuoco, nominato dal ministro Gennaro Sangiuliano e in carica dal 2 marzo, che in aprile, scaduto il mandato di Roberto Cicutto – sotto il governo più a destra possibile – si troverà a inaugurare la mostra più inclusiva di sempre. Stranieri ovunque è la rassegna (apertura al pubblico: 20 aprile-24 novembre) firmata da Pedrosa, con il titolo preso in prestito da una serie di sculture al neon di Claire Fontaine: Foreigners Everywhere, due parole scritte in 53 lingue, compresi idiomi ormai estinti che vedremo all’Arsenale. In cartellone, divisi tra Nucleo contemporaneo e Nucleo storico, ci sono 332 artiste e artisti – un numero record – scelti soprattutto dal sud del mondo, dalle diaspore, nativi ed emarginati per appartenenza etnica o orientamento sessuale, che, nella quasi totalità dei casi, non si sono mai affacciati in una esposizione come questa. Mancano concessioni al mercato dell’arte. Gli unici nomi pop sono quelli di outsider passati alla storia: come Frida Kahlo, Diego Rivera, Tina Modotti. Tra gli italiani “canonizzati” troviamo anche Filippo de Pisis o Domenico Gnoli. Ma no, non chiamateli underdog.

«Gli artisti indigeni avranno una presenza emblematica – spiega il curatore, nato a Rio de Janeiro nel 1965 e direttore del Museu de arte di San Paolo – Le loro opere accoglieranno il pubblico nel Padiglione Centrale ai Giardini con un murale monumentale del collettivo brasiliano Mahku; nelle Corderie all’Arsenale, invece, ci sarà il gruppo Mataaho composto da maori». Nello stesso spazio si succederanno artisti queer, ma sarà allestito anche uno spazio dedicato alla disobbedienza e all’attivismo: il Disobedience Archive, progettato da Marco Scotini. Il Nucleo storico provvede a raccontare il modernismo che non abbiamo mai conosciuto. Addio visioni eurocentriche o filo-occidentali. Parigi non c’è, non ci sono la Gran Bretagna, gli Stati Uniti. Qui si vedranno opere realizzate tra il 1905 e il 1990 che non troviamo sui libri di storia dell’arte. Ecco allora dipinti – tanti – da Bolivia, Cile, Colombia, Repubblica Dominicana, Nigeria, Pakistan, Perù, Filippine, Portorico, Singapore, Sri Lanka, Sudan, Vietnam, Zimbabwe, tanto per citare alcuni paesi. «La maggior parte dei ritratti esposti presenterà personaggi non bianchi», sottolinea Pedrosa. «In profondità siamo tutti stranieri. Venezia stessa è stata fondata da rifugiati provenienti dai centri urbani romani. Qui gli stranieri sono dappertutto. Oggi questo concetto assume un significato cruciale con il numero di migranti in continua crescita».

Una sala sarà dedicata anche alla diaspora degli italiani che si sono mossi per abbracciare altre culture. Le loro opere saranno inserite negli espositori a cavalletto di vetro e cemento progettati dall’architetta Lina Bo Bardi, expat che trovò il successo in Brasile, dove morì nel 1992. Nello stesso Paese si è formata Anna Maria Maiolino, nata in Calabria nel 1942, che quest’anno riceverà il Leone d’oro alla carriera.

Pedrosa non fa proclami, non insegue mode politicamente corrette. Non c’è traccia di cultura woke nel suo approccio. Lo scopo di Stranieri ovunque sembra semplicemente quello di scrivere un capitolo che non c’era. Nei 90 Padiglioni nazionali si accolgono per la prima volta Benin, Etiopia, Timor Leste e Tanzania. Torna la Santa Sede. «È stato un viaggio straordinario quello che mi ha condotto a realizzare la lista – conclude il curatore – Mi interessava portare artisti che dal 1895, l’anno di fondazione della Biennale, qui non si erano mai visti: nasceranno connessioni inedite».

Una connessione inedita sarà anche quella tra Pedrosa e Buttafuoco, insieme taglieranno il nastro di questa Biennale «dello straniero, del lontano, dell’outsider, del queer e dell’indigeno». In Laguna, e non solo, ci si interroga sul futuro dell’istituzione. «Non sono affatto preoccupato – risponde il presidente uscente Roberto Cicutto – Questa istituzione esiste da 130 anni e ci sarà ancora. Con Buttafuoco c’è collaborazione e cordialità. Ci sono scambi naturali come tra predecessore e successore. Non vedo che cosa possa esserci di sorprendente. Prima ancora è accaduto anche tra me e Paolo Baratta. Auguro alla Biennale che verrà un grande successo. Ma sul serio». Intanto, il cantiere di Stranieri ovunque è pronto a partire. Perché, alla fine, l’arte va per la sua strada e insegue lo spirito del tempo, più che quello dei governi.

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