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Wim Wenders e Paul Auster, l’essenziale è tutto

Una scena di "Perfect Days" di Wim Wenders 

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Due opere “minimali” a confronto: “Baumgartner”, l’ultimo romanzo dello scrittore americano, e “Perfect Days”, il film più recente del regista tedesco
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Due uomini assai singolari occupano, in queste settimane, l’immaginario di molti appassionati di cinema e lettori forti. Del primo conosciamo soltanto il nome, Hirayama. Del secondo, Baumgartner, sappiamo che si chiama Seymour, e che le non troppe persone che frequenta si rivolgono a lui con il diminutivo: Sy. Uno pulisce i bagni pubblici a Tokyo, l’altro è un professore in pensione a Princeton. Entrambi vivono esistenze di sottrazione, Hirayama per scelta, Baumgartner per necessità.

Lontanissimi dal punto di vista geografico e sociale, sebbene di Hirayama si intuisca un’origine ricca e colta, anche se ripudiata, i due procedono quasi in parallelo. Anche tra gli autori che li hanno creati, Wim Wenders (Perfect Days) e Paul Auster (Baumgartner, Einaudi) non dovrebbero esistere eccessivi punti di contatto, forse nemmeno si conoscono. Eppure, per una strana magia dell’arte, regista e scrittore hanno plasmato creature che sembrano quasi parlarsi.

Due uomini assai singolari occupano, in queste settimane, l’immaginario di molti appassionati di cinema e lettori forti. Del primo conosciamo soltanto il nome, Hirayama. Del secondo, Baumgartner, sappiamo che si chiama Seymour, e che le non troppe persone che frequenta si rivolgono a lui con il diminutivo: Sy. Uno pulisce i bagni pubblici a Tokyo, l’altro è un professore in pensione a Princeton. Entrambi vivono esistenze di sottrazione, Hirayama per scelta, Baumgartner per necessità.

Lontanissimi dal punto di vista geografico e sociale, sebbene di Hirayama si intuisca un’origine ricca e colta, anche se ripudiata, i due procedono quasi in parallelo. Anche tra gli autori che li hanno creati, Wim Wenders (Perfect Days) e Paul Auster (Baumgartner, Einaudi) non dovrebbero esistere eccessivi punti di contatto, forse nemmeno si conoscono. Eppure, per una strana magia dell’arte, regista e scrittore hanno plasmato creature che sembrano quasi parlarsi.

Hirayama ha una sessantina d’anni, Baumgartner ha appena superato i settanta. Il primo vive in un minuscolo appartamento dove ripete, ogni giorno, i riti di una scarna e meccanica disciplina zen: svegliarsi, ripiegare il tatami, radersi, spuntare i baffi, nebulizzare acqua sui bonsai, infilarsi la tuta da lavoro, prendere un caffè alla macchinetta, salire in auto, cominciare il giro alle Tokyo Toilets con secchio e ramazza.

Il secondo abita una villetta nel New Jersey, deserta dopo la morte improvvisa di Anna, l’amata moglie uccisa dieci anni prima da un’onda anomala. Sono entrambi soli ma non solitari, e conoscono la devozione. Il giapponese ha scelto la rinuncia per trovare l’essenziale, l’americano ha perso l’essenziale ma non si rassegna alla rinuncia, e intanto scrive saggi filosofici. Ora ne ha in mente uno sulla sindrome dell’arto mancante, il dolore che avvertono gli amputati nel pezzo di corpo che non c’è più: Baumgartner pensa che lo stesso accada quando si perde una persona cara, che continuiamo a sentire nelle profondità delle viscere, non solo della mente, in modo lancinante.

Lo scrittore americano Paul Auster 

Le trame narrative quasi non ci sono, e ben poco sembra accadere nel film e nel libro. Hirayama e Baumgartner si trovano nella penultima parte della vita, quella dove si dovrebbe mettere a frutto ciò che non si è capito, ovvero la forma più realistica dell’umana esperienza: invecchiare, saperne sempre meno e volerlo sempre di più.

Il loro dolore è avvolto nell’ovatta. Far bene le cose, con impegno e dedizione, è una forma di resistenza. Ma se Hirayama, quelle cose, sa lasciarle andare per coglierle davvero, Baumgartner è intrappolato nei ricordi che pure assillano il suo sconosciuto sodale: una visita della sorella di Hirayama fa sospettare un passato di ricchezza e sofferenza dal quale l’uomo è fuggito, trovando nella perfetta pulizia di un gabinetto (ha persino inventato uno strumento con uno specchietto inclinato per stanare la sporcizia nei più remoti angoli) il senso dell’universo, forse il sentimento.

Abbiamo davanti agli occhi due vite di cruda intensità, nel vuoto apparente. Il paesaggio umano dei protagonisti viene appena mosso da un paio di presenze, anche queste parallele: per Hirayama la nipote Niko e il giovane collega Takashi, per Baumgartner la studentessa Beatrix, che vorrebbe scrivere una tesi sulle poesie della moglie Anna (un solo libro, pubblicato senza squilli) e il ragazzo Ed, l’addetto alla lettura del contatore della luce. Nella dinamica di questi incontri si svelano parti soltanto intuibili dei due uomini, dando più densità a solitudini ricche di significato.

Hirayama e Baumgartner sono esseri miti e gentili, si capisce che hanno molto amato e molto sofferto e che né il dolore, né soprattutto l’amore li hanno dilaniati. Entrambi cercano la loro misura all’interno del “wabi sabi”, che si può tradurre come il limite dell’essenziale, l’equilibrio che si tiene alla larga dal troppo così come dal troppo poco.

Il giapponese è più abile dell’americano nel taglio e nella rinuncia, e i suoi giorni sono infatti magnifici bonsai che lui rinfresca con l’acqua della grazia. Ma anche Baumgartner ha imparato a cercare il momento perfetto, il tepore dei raggi calanti nel pomeriggio, seppure più ripiegato nella dimensione della memoria: quella volta in cui Anna stese la coperta per il picnic e lui si disse “ricorda, piccolo uomo, perché non ti accadrà nulla di più importante”. Una frase che Hirayama non potrebbe invece pronunciare, perché per lui contano il qui e ora.

Sul limitare degli ottant’anni (Wenders ne compirà 79 ad agosto, Auster ne ha 77), i memorabili autori ci consegnano due opere e due personaggi che non se ne vanno facilmente. Accade, con i libri e con i film che ci dicono chi siamo, chi forse siamo stati, chi nel caso potremmo essere. Hirayama e Baumgartner si muovono nelle nostre vite con tenerezza, delicatamente, i loro passi non fanno rumore ma è difficile non pensare a quei due, dopo averli conosciuti. E nell’epilogo fulminante delle storie (sono finali aperti, perché tutto lo è) è come se loro si avvicinassero, e noi con loro ci si tenesse per mano. Hirayama, che insegue nella veglia e nel sogno il “komorebi”, cioè la luce che filtra tra gli alberi, nella scena conclusiva ha gli occhi inondati di sole, sorriso e lacrime, mentre Baumgartner bussa a una porta, in attesa che qualcuno gli confermi che è del futuro, non del passato, la vera nostalgia. Quei due ci sussurrano che provare a vivere è vivere.

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