Si chiama AUTONOMIARTEPOVERARCHIZOOMEMPHISUPERSTUDIOPERAISMO e si può visitare fino al 18 febbraio presso il Museo Macro di Roma l’installazione dello studio grafico olandese Experimental Jetset. Quarantaquattro superfici frastagliate si dispongono in disordine per la sala come frammenti di meteoriti, resti di codici tipografici tridimensionali nell’installazione di Experimental Jetset presso il Museo Macro di Roma.
Sono i resti di quella che definiscono un’esplosione semiotica il cui innesco avviene dallo scontro di due riferimenti: il misterioso logotipo al neon che compare in una scena di Blow-Up di Antonioni del 1966 e la decostruzione del simbolo della falce e il martello portata avanti da Enzo Mari in diverse opere tra il 1954 e il 1977. Dove in Antonioni il segno insignificante acquista senso in quanto elemento narrativo, oggetto capace di innescare azioni e modificare relazioni, nell’operazione di Mari il simbolo della falce e il martello perde il suo significato fortemente ideologico come risultato di una serie di operazioni prettamente formali.
Il cosa non conta più, conta il come e l’azione eminentemente politica non può che partire da qui, da un lavoro sulle forme e sui modi dell’espressione.Da questa consapevolezza, che è al centro del lavoro del collettivo olandese, così come della sfera culturale radicale italiana definitasi negli anni Sessanta e Settanta, prende le mosse l’azione di Experimental Jetset che rivaluta il potenziale del segno, rendendolo nuovamente indeterminato, un detrito per l’appunto che non ha più alcuna funzione se non quella di essere di nuovo materiale a disposizione di chi vorrà e saprà usarlo.In un contesto saturo di simboli, in cui l’unico stratagemma comunicativo efficacie pare essere la metafora, la comunicazione sembra ormai parola muta, ridondanza svuotata, amplificazione di qualsiasi significato.
Riaprire i processi di costruzione e mediazione di senso è un’assunzione di responsabilità necessaria non solo per gli addetti ai lavori. D’altra parte, è di questa materia che sono fatte le nostre città: simboli insignificanti e frammenti di simboli perduti sparsi ovunque nei quali, e per mezzo dei quali, costruiamo le nostre esistenze collettive.Da questa prospettiva, scrittura e spazio hanno molto in comune come avevano ben capito Lettristi e Situazionisti già dai primi anni Quaranta.
La grafica non è soltanto un’interfaccia che definisce il modo in cui ci rapportiamo con il mondo, ma è essa stessa il mondo, dotata di un suo spessore, di caratteristiche materiali tangibili, di temporalità ed elementi di casualità.Parlare di “graphic events” – come dicono James Dyer e Nick Deakin nel loro Graphic Events: A Realist Account of Graphic Design – fatti grafici, anziché di graphic design, permette di riconsiderare il modo in cui i segni acquisiscono significato e lo modificano in base al contesto e alle reti di attori umani e non umani che li attraversano.
La mostra di Experimental Jetset sembra assumere questa consapevolezza, mettendo al centro del discorso ciò che non ha più o non ha ancora significato. Se la lezione di Antonioni e di Mari pare oggi essersi concretizzata nell’impermanenza simbolica che contraddistingue i nostri universi semiotici, questo non produce però alcuna liberazione immaginifica. I simboli sono diventati iper realtà in cui è facile immergersi, ma che è sempre più difficile comprendere. Tornare a progettare segni senza sottovalutare l’importanza di ciò che è imprevedibile e quindi improgettabile, pare essere l’unica strada per la vita dei segni così come per la nostra.
Testi e crediti immagini – Viste dell’allestimento. AUTONOMIARTEPOVERARCHIZOOMEMPHISUPERSTUDIOPERAISMO MACRO, Roma. Courtesy MACRO.