✕

Il demone del realismo magico

Ascolta l'audio

Lo scrittore racconta il giorno in cui, grazie a un libraio, scoprì il genere letterario di cui Gabriel García Márquez è stato maestro. Mentre Robinson, a dieci anni dalla morte, gli dedica la copertina
2 minuti di lettura

Sono certo che anche tra molti anni, in un pomeriggio remoto perso nel futuro, confortevolmente seduto sulla poltrona elettrica alzapersona rossa collocata in un angolo della sala comune di una Rsa di Asti Nord pagata dalla pensione dell’ingegner Negro, mia moglie, ricorderò il giorno in cui un libraio di Asti mi portò a conoscere il realismo magico.

La campana di San Silvestro batteva le sei di pomeriggio, gli scaffali sapevano di cera d’api e carnauba mordenzata, il pavimento scricchiolava e noi scendemmo giù per una scala a chiocciola celata alla vista da un paravento decorato con motivi venatori, e da lì seguitammo la discesa per un’altra scala biforcata; prendemmo la rampa a sinistra, raggiungemmo un pianerottolo dove la scala si divideva in due rampe laterali più piccole; prendemmo la rampa a destra, e poi ancora quella a sinistra, e un’altra a sinistra ancora, e dopo altre rampe (quante? Forse tre, forse cinque, forse di più; seguendo il libraio che camminava sicuro davanti a…

Sono certo che anche tra molti anni, in un pomeriggio remoto perso nel futuro, confortevolmente seduto sulla poltrona elettrica alzapersona rossa collocata in un angolo della sala comune di una Rsa di Asti Nord pagata dalla pensione dell’ingegner Negro, mia moglie, ricorderò il giorno in cui un libraio di Asti mi portò a conoscere il realismo magico.

La campana di San Silvestro batteva le sei di pomeriggio, gli scaffali sapevano di cera d’api e carnauba mordenzata, il pavimento scricchiolava e noi scendemmo giù per una scala a chiocciola celata alla vista da un paravento decorato con motivi venatori, e da lì seguitammo la discesa per un’altra scala biforcata; prendemmo la rampa a sinistra, raggiungemmo un pianerottolo dove la scala si divideva in due rampe laterali più piccole; prendemmo la rampa a destra, e poi ancora quella a sinistra, e un’altra a sinistra ancora, e dopo altre rampe (quante? Forse tre, forse cinque, forse di più; seguendo il libraio che camminava sicuro davanti a me perdetti completamente il conto) giungemmo nel seminterrato della libreria, dove infine conobbi il realismo magico.

Il libraio lo indicò con il suo dito atticciato: aveva l’aspetto di un asino macilento cavalcato da uno scheletro danzante, e un attimo dopo era un’iguana, il canto di un cardellino, un fiore il cui nome è sconosciuto, e quello dopo ancora un acchiappacitrulli che vende mappe di città perdute a maldestri viaggiatori e a pellegrini in cerca di un’estasi profana.

Negli occhi del libraio c’era la stessa commozione abbacinante che immaginavo potesse essersi insidiata negli occhi dei primi lettori della Metamorfosi di Kafka. Avvicinati, mi disse. Il realismo magico ha molti nomi e molte forme, soggiunse, ma uno dei suoi nomi più belli è Pedro Páramo, e una delle sue forme più appaganti e spassose è quella del libro.

Mi avvicinai, titubante, e più mi avvicinavo più sentivo il profumo di quelle erbe che crescono a maggio lungo la bordura delle strade tra Asti e Montemagno (la cicoria, il tarassaco, il rosolaccio), in quello spazio perduto tra Monferrato e niente, un profumo che mi rammentava le sere al convento abbandonato, quando il mondo era giovane e noi ci innamoravamo di poetesse sudamericane trabalzando di tanto in tanto per i sussurri notturni dei fantasmi – la monaca guerriera (ah, se allora avessimo saputo comunicare coi morti, e se avessimo potuto domandargli che cosa ne sarebbe stato della nostra vita, ne avremmo forse vissuta un’altra, del tutto uguale e del tutto diversa), il santo demone, la fattucchiera imbrogliona che oltre a sussurrare grugniva, si soffiava il naso, scorreggiava e poi sghignazzava.

Quando ormai ero a un passo dal realismo magico (ora aveva assunto la forma di una stregaccia che apriva la bocca per pigliarsi tutta l’aria che poteva, come un pesce dimenticato dai pescatori sulla tolda di un peschereccio), mi parve di sentire quell’odore che fanno le prime gocce di pioggia sull’asfalto, quel profumo di petricore che si portava appresso tutti i dolori e tutti i lutti di un genere, quello umano, che presto avrebbe lottato per una ghirba d’acqua pulita in un mondo che bruciava volteggiando follemente sull’orlo di un rittano. Guardai il libraio, e dalla mia prospettiva, la prospettiva di un giovane lettore sbigottito, pareva l’uomo più imponente che avessi mai visto, un gargantuesco Pantagruele (oppure anche un pantagruelico Gargantua). Indicò ancora il realismo magico, che nel frattempo aveva preso la forma (meravigliosa, insuperabile, spietatamente perfetta) del libro. Prendilo, disse, ora è tuo. Può darsi che invecchierà come le strade impolverate di Macondo, come le case dirute di Comala, ma non finirà mai di trasformarsi, giacché il realismo magico è una versione della realtà, una realtà in cui c’è sempre qualcosa che non torna, un intrico ordito da un uomo che ha ascoltato molte storie, un enigma irrisolto come la vita di Pedro Páramo, come la vita di Gabo, come la vita di tutti noi.

Fu così che presi in mano il realismo magico e mi sentii come quando, molti anni prima, baciavo la mia prima fidanzata dietro le ginocchia e lei ridendo diceva di non farlo, perché le facevo il solletico, e io continuavo a baciarla proprio per farle il solletico, e mi sentivo incredibilmente vivo, pronto a scoprire la verità dietro la magia.

Quando uscii dalla libreria, diverse ore dopo, le strade di Asti profumavano di pioggia, il cielo era una spennellata di mercurocromo che sgocciolava sui tetti umidi di piazza Alfieri, la campana di San Silvestro batteva le sei di pomeriggio.

Leggi i commenti