Stefan Zweig e il lungo addio al mondo di ieri
di Fernando GentiliniC’era una volta un’«epoca d’oro della sicurezza» in cui «tutto sembrava fondato sulla durata e la perennità», un mondo dove «nessuno credeva alla guerra» e dove «pareva impossibile ogni forma di estremismo o violenza». Bastano poche parole dal capitolo iniziale a dimostrare come Il mondo di ieri di Stefan Zweig, pubblicato in piena Seconda guerra mondiale, rifletta lo stato d’animo dell’Europa di oggi. Dove ogni giorno che passa, a leggere i giornali, seguire i notiziari o anche solo a parlare con i vicini, ci si rende conto di aver perso per strada quel continente pacifico, sicuro e capace di tenerci al riparo dai mali del mondo cui ci eravamo abituati.
Quella idealizzata da Stefan Zweig era un’Europa cosmopolita, ordinata e rassicurante come l’Austria-Ungheria della sua giovinezza. Un impero…
C’era una volta un’«epoca d’oro della sicurezza» in cui «tutto sembrava fondato sulla durata e la perennità», un mondo dove «nessuno credeva alla guerra» e dove «pareva impossibile ogni forma di estremismo o violenza». Bastano poche parole dal capitolo iniziale a dimostrare come Il mondo di ieri di Stefan Zweig, pubblicato in piena Seconda guerra mondiale, rifletta lo stato d’animo dell’Europa di oggi. Dove ogni giorno che passa, a leggere i giornali, seguire i notiziari o anche solo a parlare con i vicini, ci si rende conto di aver perso per strada quel continente pacifico, sicuro e capace di tenerci al riparo dai mali del mondo cui ci eravamo abituati.
Quella idealizzata da Stefan Zweig era un’Europa cosmopolita, ordinata e rassicurante come l’Austria-Ungheria della sua giovinezza. Un impero — scriveva — abituato a imporsi con la forza della cultura anziché con le armi, che lui rimpiangeva per questo. Un po’ come noi oggi siamo costretti a rimpiangere il bipolarismo, il sistema di sicurezza euro-atlantico o l’accordo di Mosca tra le due Germanie che nel 1990 ci fece sognare la “casa comune europea”: una prospettiva, quest’ultima, spazzata via dall’aggressione di Putin all’Ucraina, come le due guerre mondiali avevano consegnato alla storia quell’altra Europa.
I due scrittori Stefan Zweig e Joseph Roth
Si definiva «ebreo, umanista e pacifista» Stefan Zweig. E pure europeista. Tutte identità in qualche modo “minacciate” anche oggi a pensarci bene... E poi naturalmente si considerava asburgico, che per noi italiani è sempre stata un’identità problematica. Fin dalle elementari, come una volta scrisse Roberto Calasso, abbiamo identificato Vienna con la “belva Radetzky”.
E invece a leggere Stefan Zweig, come a leggere Joseph Roth, Robert Musil e Sándor Márai, può sorgere il sospetto che gli imperi non siano poi così male, specie in epoche che premiano i grandi aggregati. E che solo un’Europa a suo modo “imperiale”, cioè con un esercito e una politica estera federale, possa salvarsi dal XXI secolo.
Comunque per Zweig la Storia si ripeteva sempre uguale a se stessa, dalla notte dei tempi. Salvo che ciclicamente questa monotonia veniva interrotta dall’avvento di «un’ora stellare». La sua Mitteleuropa era stata questo, una specie di stella; ed era nel buio ideologico e culturale venuto dopo che avevano potuto trionfare i totalitarismi responsabili del doppio suicidio europeo del Novecento. Per questo, mentre oggi in Europa si torna a parlare di guerra, dobbiamo tornare a scrutare il cielo e sperare in una nuova cometa.
La guerra non può durare, poiché contiene i germi della pace. Ma siccome neanche la pace può durare, poiché contiene i germi della guerra, allora forse l’unica via è abituarsi a praticare sempre e comunque l’umanesimo, in pace come in guerra.
Illuminanti, su questo, le sue considerazioni sulla Russia, visitata nel 1928, specie a rileggerle ora che Putin sta umiliando il suo popolo. Perché i russi, malgrado l’indole asiatica degli zar, sono europei quanto lo siamo noi, lo prova la loro letteratura. Lo scrittore viennese racconta di averli potuti capire senza sapere il russo, perché aveva imparato a conoscerli grazie a Tolstoj e Dostoevskij.
E racconta di esserne rimasto così affascinato da non aver lì per lì percepito la censura, le spie, il terrore, e tutto il non detto durante gli incontri ufficiali. Solo alla fine del viaggio, grazie a una lettera anonima, capì che quello non era il Paese che aveva idealizzato insieme al maestro Romain Rolland, e che invece i bolscevichi facevano cose tremende. Proprio come accadeva al tempo degli zar, e come accade anche oggi.
Un libro dunque sui corsi e ricorsi e sugli errori che si ripetono senza tempo. Come quelli di chi oggi fa finta che il pericolo di una grande guerra in Europa non esista. Le pagine in cui Zweig rievoca il disagio allo scoppio del conflitto mondiale sembrano scritte oggi: «L’ottimismo di noi tutti non aveva consentito al tema della guerra di far breccia nel nostro orizzonte interiore» annota parlando di se stesso e degli altri intellettuali europei; nel senso che loro — ed è un pensiero che dovrebbe suonarci familiare — credevano che per evitarla «sarebbe stato sufficiente pensare da Europei, manifestare una fraternità internazionale e dichiararsi in favore di un ideale di intesa pacifica e di fraternità spirituale».
E quindi cosa si deve fare se un Paese europeo verrà aggredito? Come comportarsi con l’aggressore? Zweig era un “umanista impenitente”, non concepiva nemici da odiare, il che gli procurò critiche severissime. Amava la Svizzera, Freud, Salvador Dalí, e tra i suoi idoli c’era Benedetto Croce, che resisteva ai fascisti asserragliato dietro pile di libri nel suo palazzo-biblioteca napoletano. Quando finì di scrivere il suo libro si trovava in Brasile, aveva lasciato l’Austria nazista e ottenuto un passaporto inglese. La sua vita, diceva, era orientata «verso il provvisorio e non più verso il permanente». Il che significava che l’idea del suicidio, costante di tutta la sua opera, si era infine annidata nella sua «parte d’ombra».
La cosa strana è che in un primo momento a Pétropolis gli era sembrato di rinascere. Gli era parso di aver ritrovato in Brasile un’altra Europa, giovane e piena di vita, dove nessuna razza si riteneva superiore alle altre. Ma poi, a osservarla da lontano, la catastrofe della sua patria spirituale dovette apparirgli in tutta la sua tragicità. Le croci uncinate sventolavano ovunque, e a quelli come lui non restava niente da dire. L’Europa si era autoinflitta la morte un’altra volta, e in più lo aveva fatto senza rendersene conto, per una specie di follia autodistruttrice che a lui parve inaccettabile.
Il suo di suicidio, lucido e consapevole, fu la risposta a quello inconsapevole dell’Europa, un modo più degno di consegnarsi alla storia. Prese i barbiturici il 22 febbraio 1942, assieme alla seconda moglie Lotte, subito dopo aver spedito all’editore il dattiloscritto de Il mondo di ieri. «Solo colui che ha conosciuto la luce e il buio ha veramente vissuto» c’è scritto in fondo al libro, a riprova di un narcisismo smisurato come la sua intelligenza. Una frase delfica, dai mille significati. Ma che oggi sembra scritta anche per noi e per il nostro “mondo di ieri” che non c’è più, la cui immagine, giorno dopo giorno, sbiadisce un po’ di più nel ricordo.
La serie. Finis Terrae
In questo ciclo di articoli, Fernardo Gentilini racconta alcune aree strategiche del mondo attraverso letteratura e storia