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L’eterna lotta di Giacobbe per l’esistenza, il nuovo libro di Roberto Esposito

Eugène Delacroix, La lotta di Giacobbe con l’angelo 

 

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È una delle scene più famose della nostra tradizione, ma anche la soglia misteriosa attraverso cui sembra passare l’intero racconto biblico. Il filosofo lo affronta in un saggio ora in libreria
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Il testo biblico che forse ha esercitato il maggiore fascino nella cultura teologica, filosofica, artistica, occidentale è costituito da una decina di versetti della Genesi (32, 23-33). Essi raccontano della lotta notturna del patriarca Giacobbe con un essere non meglio identificato sulla riva del fiume Iabbòq, durante il suo ritorno a Canaan voluto da Dio. Ma, dentro e aldilà di un singolo episodio, ci parlano di ogni lotta e anzi della Lotta come forma ineluttabile dell’esistenza umana.

In gioco non è solo lo scontro con un avversario, ma l’Avversità stessa da cui proveniamo e che ci avvolge come un involucro da cui è impossibile uscire. Mai come in questo caso, pur nella invalicabile distanza che separa la tradizione ebraico-cristiana da quella greca, si può cogliere un tratto che la collega…

Il testo biblico che forse ha esercitato il maggiore fascino nella cultura teologica, filosofica, artistica, occidentale è costituito da una decina di versetti della Genesi (32, 23-33). Essi raccontano della lotta notturna del patriarca Giacobbe con un essere non meglio identificato sulla riva del fiume Iabbòq, durante il suo ritorno a Canaan voluto da Dio. Ma, dentro e aldilà di un singolo episodio, ci parlano di ogni lotta e anzi della Lotta come forma ineluttabile dell’esistenza umana.

In gioco non è solo lo scontro con un avversario, ma l’Avversità stessa da cui proveniamo e che ci avvolge come un involucro da cui è impossibile uscire. Mai come in questo caso, pur nella invalicabile distanza che separa la tradizione ebraico-cristiana da quella greca, si può cogliere un tratto che la collega alla definizione eraclitea del polemos come padre di tutte le cose.

La lotta, intesa come forma dell’esistenza, mette in rapporto la violenza umana con qualcosa di più originario che la trattiene, e insieme la rivela nel suo carattere essenziale. Ma tale rivelazione, tuttavia, tutt’altro che risolvere l’enigma, lo infittisce, ponendolo al centro di questo testo.

Ciò che, all’incrocio di tutte le interpretazioni, continua da tre millenni ad attrarre sguardi, pensieri, immagini è la tensione antinomica tra uomo e Dio, terra e cielo, tempo ed eternità. Come intendere la lotta? Si tratta davvero di una lotta e di che tipo?

Secondo alcune interpretazioni ciò che accade al guado dello Iabbòq è un evento immaginario — un sogno, più precisamente un incubo che sorprende il protagonista estenuato dalla fatica e dall’angoscia. Eppure il racconto è pieno di riferimenti concreti e materiali, a partire dalla ferita all’anca di Giacobbe inferta dall’Avversario.

I tratti stessi della lotta, la durezza estrema, la durata estenuante, la polvere che solleva, lasciano propendere per un’esperienza effettivamente vissuta. Ma, ammesso che sia reale, e non un sogno, è una vera lotta o qualcosa d’altro, meno violento? Un incontro ravvicinato, un abbraccio, o addirittura una sorta di danza — come alcuni dipinti della Lotta lasciano pensare?

Tra i grandi pittori moderni, se Delacroix, Gauguin e Chagall raffigurano, in forma differente, una lotta, Rembrandt, Redon e Doré dipingono qualcosa che somiglia più a un “faccia a faccia”. Altri, poi, come lo scultore Jacob Epstein e la pittrice Lioba Munz, trasformano il combattimento in una sorta di abbraccio.

Arriviamo così alla domanda cruciale che da sempre inquieta l’interpretazione della Lotta, orientandola in direzioni differenti e perfino opposte. Chi, o cosa, è l’Avversario? La grande maggioranza della tradizione, ebraica e cristiana, antica e moderna, vede nell’Avversario “qualcuno”. Ma chi? Un uomo, un dio, un angelo, un demone, il fratello che Giacobbe ha ingannato, un nemico nazionale o religioso di Israele?

Quasi tutti i dipinti e le sculture riferite ai versetti della Genesi, rappresentano Giacobbe in lotta con un angelo. Ma quale angelo? L’angelo del Signore, l’angelo delle nazioni o l’angelo caduto, l’Avversario per eccellenza? Esiste uno stucchevole luogo comune, secondo il quale, per civilizzarlo, si dovrebbe trasformare il nemico in avversario.

Ma ritenere che il termine “avversario” sia meno intenso del termine “nemico” è insensato. Basti pensare che, se così fosse, difficilmente una tradizione millenaria avrebbe chiamato, col nome di “Avversario”, il diavolo.

C’è poi l’interpretazione psicoanalitica moderna. Se Giacobbe si specchia nell’Avversario, vuol dire che combatte con se stesso, con la parte perversa della propria personalità. Da questa prospettiva l’Avversario si manifesta come la sua Ombra, nel senso che Jung ha conferito a questo termine.

Combattere, per Giacobbe, significa cercare di staccarsi definitivamente dalla propria parte in ombra proiettandola sul gemello violento. Ma così facendo, egli ne finisce catturato, immergendo definitivamente la coscienza nel gorgo dell’inconscio. Solo ricostruendo un rapporto dialettico con la propria alterità, il soggetto può sopravvivere agli impulsi che minacciano di inghiottirlo.

Resta infine l’ultima domanda. Chi, dei due lottatori, esce vincitore dallo scontro? Il testo biblico ci dice che, come l’Avversario, neanche il patriarca può restare vincitore. Se uno dei due vincesse, vorrebbe dire la fine della Lotta, e dunque della vita stessa che essa esprime. Il compito che Dio — o il destino — assegna a Giacobbe è anzi quello di liberarsi dall’ansia di un’impossibile vittoria, senza però darsi per vinto.

Egli deve cogliere, e accettare, il fatto che l’esistenza umana è sempre in lotta, che la vita non potrà mai vincere la morte. O anche, come avrebbe detto Hegel, deve fare sempre i conti con il negativo. La cui potenza è impersonata dall’Avversario. Se egli è il Negativo — la ferita — che attraversa la vita di Giacobbe, insieme a quella di tutti noi, allora la Lotta, con gli altri e con l’Altro, ma anche, al contempo, con noi stessi, non può avere fine, perché connota ogni vita umana.

In questo senso Carl Schmitt, dalla cella di Norimberga, scriveva che il nemico è la personificazione del nostro problema. Lasciarlo significherebbe, insieme all’altro, perdere anche se stesso. L’altro ci è necessario. Non solo perché, differendo da me, m’identifica. Ma perché è me stesso, separato in due entità che assumono il nome di “io” e “altro”: «Chi può mettermi realmente in questione? Solo io stesso. O mio fratello. Ecco. L’altro è mio fratello. L’altro si rivela fratello mio, e il fratello, mio nemico».

Il libro
I volti dell’Avversario
di Roberto Esposito (Einaudi, pagg. 224, euro 25)

Dal 30 aprile in libreria

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