Da qualche tempo il termine "crisi" appare fortemente riduttivo di ciò che stiamo vivendo. Per tutto il Novecento le crisi erano il modo per il sistema economico e politico di ristrutturarsi evitando il collasso. A lungo è stato il capitalismo stesso a produrre le proprie crisi per rilanciarsi a un livello più avanzato. Così - si pensi, in Italia, alla prima Repubblica - le frequentissime crisi di governo servivano a ridistribuire il potere sempre tra gli stessi partiti.
Quel periodo, che ha accompagnato la globalizzazione vincente, è stato interrotto dai bagliori apocalittici che nel 2001 hanno illuminato sinistramente Manhattan. E all'apocalisse fanno pensare gli eventi tragici che scandiscono il ventennio successivo. Dal tracollo delle borse del 2007 a una pandemia che ha fatto milioni di morti, fino alla guerra ucraina che ha riacceso la minaccia atomica. Per non parlare della catastrofe ambientale che rende non impossibile la fine del mondo come lo abbiamo conosciuto.
Due libri, usciti quasi contemporaneamente, L'età illegittima. Estetica e politica di Federico Vercellone per Cortina e Katechon. Filosofia, politica, estetica di Francesca Monateri per Bollati percorrono con intelligenza questo panorama neo-apocalittico, ricostruendone la trama politica, teologica e anche estetica. Non solo, ma legano ad esso il ritorno dell'enigmatica figura del katechon. Adoperata da san Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi, e ripresa nel Novecento soprattutto da Carl Schmitt, essa rimanda a qualcosa capace, se non di evitare, di differire, frenare, l'apocalisse attesa dai primi cristiani come condizione per l'avvento del Regno del Messia. Perciò il katechon ha un significato ambivalente, insieme positivo e negativo. Positivo perché ritarda la catastrofe imminente. Negativo perché, in questo modo, allontana anche la venuta di Cristo.
Ciò spiega il fascino che questa figura ha esercitato, oltre che nel mondo postcristiano, anche nella filosofia contemporanea. Vercellone e Monateri ne ricostruiscono in dettaglio le incarnazioni successive - dalla Chiesa all'Impero romano, al Grande Inquisitore di Dostoevskij - cariche, allo stesso tempo, di valenze salvifiche e demoniache.
E del resto non è interpretabile come katechon la minaccia della bomba che ha assicurato la pace armata negli anni della Guerra fredda? E perfino, sia pure in maniera ben diversa, il ruolo delle banche centrali nel 2007 o il vaccino nella pandemia? Si può dire che il vaccino - un'assunzione attenuata del virus capace di bloccarlo - sia l'ultimo katechon planetario. La difficoltà della guerra in corso sta proprio nell'incapacità della comunità mondiale di rintracciare un katechon capace di neutralizzare il conflitto, trattenendo entro limiti accettabili le conseguenze, potenzialmente apocalittiche, di una guerra civile mondiale.
I libri di Monateri e Vercellone non trattano direttamente questo problema, ma ne ricostruiscono lo sfondo simbolico, individuando la connessione inevitabile tra logica dell'apocalisse e ritorno del katechon. La loro analisi investe soprattutto l'ambito estetico. Ciò cui entrambi guardano è la relazione tra richiesta di nuovo ordine, in un mondo sempre più in balia del caos, e morfologia, lo studio di forme capaci di ricostruire una trama simbolica nell'esperienza contemporanea.
Ma l'estetica ha sempre avuto un inevitabile risvolto politico. Dunque le domande che vengono da essa penetrano in profondità la nostra condizione contemporanea. Intanto in relazione a ciò che si è definito apocalisse o catastrofe, che si è lasciata alle spalle il tempo delle crisi.
Come sostiene un altro libro recente sullo stesso tema - Una vita liberata. Oltre l'apocalisse capitalista di Roberto Ciccarelli (DeriveApprodi) - quella che ci appare un'apocalisse economica, tecnologica, antropologica, non risponde, come quella cristiana, a un destino prefissato.
Ha precise cause storiche, come non solo la guerra in atto, ma anche fenomeni apparentemente "naturali" quali pandemia e disastro ambientale dimostrano. E dunque consente ancora, sia pure a tempo già scaduto, di intervenire. Forse più che con un katechon frenante, con una politica capace di modificare i nostri comportamenti collettivi, ristabilendo un nuovo equilibrio tra natura e storia, vita e tecnica, povertà e ricchezza.
Sarebbe l'unico modo per mettere fine alla macchina della teologia politica che da tempi immemorabili tiene gli uomini vincolati a quella che appare una necessità, ma è semplicemente il risultato delle loro scelte. D'altra parte, se assunto nel suo significato etimologico, il termine "catastrofe" vuol dire non semplice riaggiustamento e neanche momentaneo contenimento della deriva in atto, ma mutamento strutturale di stato. Volontà, e capacità, di progettare un mondo diverso da quello in cui da troppo tempo siamo imprigionati.