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Lacan e l’arte, storia di un’ossessione

Caravaggio, Narciso (1596) 
Al Centre Pompidou di Metz in mostra più di 300 opere che indagano le relazioni privilegiate del grande psicoanalista con gli amici pittori e scultori. A partire da Courbet e la sua “Origine del mondo”
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Metz

Secondo Jacques Lacan, lo psicoanalista non dovrebbe mai dimenticare che «l’artista lo precede sempre», situazione che renderebbe inutile ogni interpretazione psicanalitica dell’opera d’arte. Il che tuttavia non impedisce d’indagare le relazioni che la psicoanalisi intrattiene fin dalle sue origini con il mondo dell’arte, grazie alle incursioni tra i meandri dell’inconscio di molti artisti del Novecento.

Proprio all’appassionante dialogo tra questi due universi, alle loro convergenze e alle loro tensioni, ai loro sguardi a volte conflittuali a volte complementari, il Centre Pompidou di Metz (diretto da Chiara Parisi) dedica una bellissima mostra intitolata Lacan, l’esposizione. Quando l’arte incontra la psicanalisi (fino al 27 maggio), a cura di Marie-Laure Bernadac e Bernard Marcadé, due valenti storici dell’arte, coadiuvati dagli psicoanalisti Gérard Wajcman et Paz Corona.

Lo psicoanalista francese Jacques Lacan (1901-1981) in uno scatto del 1967

 

Scegliendo come perno dell’esposizione l’opera del celebre psicoanalista francese nato nel 1901 e scomparso nel 1981, i curatori riconoscono innanzitutto la centralità di colui che rivoluzionò il mondo della psicoanalisi facendola entrare nell’universo delle scienze umane. Insieme a Lévi-Strauss, Barthes, Foucault, Derrida o Deleuze, colui che pensò l’inconscio «strutturato come un linguaggio» fu uno dei protagonisti della grande stagione culturale che, nei decenni del dopoguerra, fece di Parigi la capitale mondiale della cultura. Proprio la forza delle sue intuizioni teoriche permise a Lacan di far emergere problematiche ancora oggi di grandissima attualità (sessualità, identità, genere, figura del padre, potere patriarcale), che non a caso sono al centro della mostra di Metz.

Attraverso sedici sezioni ricche di oltre trecento opere, tra tele, sculture, istallazioni, fotografie, video, documenti, libri e riviste, l’esposizione da un lato indaga le relazioni privilegiate di Lacan con gli artisti, mentre dall’altro usa le sue categorie come porta d’acceso al mondo dell’arte, il quale a sua volta sottopone lo “sguardo lacaniano” a un processo di approfondita — e spesso ironica — revisione critica.

Va detto che lo psicoanalista fu amico di diversi artisti, a cominciare da Masson, Duchamp, Picasso o Dalí, a cui dedicò la sua tesi di laurea sulla paranoia. Fu poi collezionista di opere d’arte, tra tutte naturalmente l’Origine del mondo di Courbet, che nascondeva dietro a un pannello scorrevole realizzato da Masson, ma anche alcune tele di Fontana o di Zao Wou Ki.

Gustave Courbet, L'origine del mondo

 

Lacan, inoltre, in più di un’occasione s’interessò da vicino al mondo dell’arte, come confermano le sue celebri analisi della Santa Lucia di Zurbarán o delle Meninas di Velázquez, ma anche la difesa pubblica di Niki de Saint Phalle, che nel 1973 fu violentemente attaccata per Daddy, il suo video iconoclasta in cui faceva a pezzi il potere patriarcale.

Affianco alle opere possedute o analizzate da Lacan, la mostra di Metz espone numerosi artisti del XX secolo che hanno dialogato con il suo lavoro, ma che spesso, specie se donne, ne hanno anche decostruito o parodiato in maniera ironica gli snodi concettuali.

Proprio ispirandosi ad alcune delle sue più celebri intuizioni, i curatori hanno allestito un dialogo stimolante tra opere molto diverse tra loro ma accomunate dalla dimensione tematica. Per esempio, nella sala dedicata allo “stadio dello specchio”, affianco al Narciso di Caravaggio si possono ammirare opere di Pistoletto e Lavier, ma anche la sequenza di Taxi driver con il celebre monologo di De Niro davanti allo specchio.

Nella sala dedicata al “nome del padre”, la riflessione lacaniana che rompe con la tradizione patriarcale risuona nelle opere di Louise Bourgeois, Camille Henrot o Sophie Calle, mentre nelle sale dedicate a “l’oggetto causa del desiderio” o alla celebre affermazione “non esiste rapporto sessuale” sono esposte opere di Costantin Brancusi e Annette Messager, Tatiana Trouvé e Carol Rama, fino a Estasi femminile di Anselm Kiefer che si ritrova affianco a Blow job di Andy Warhol.

Naturalmente anche i temi del linguaggio e dello sguardo sono molto presenti, per esempio con le opere di Magritte e Kapoor, oppure il tema dell’identità, dove si ricorda che per Lacan l’anatomia non è necessariamente un destino e ciascuno è libero di sfuggire alla dittatura del proprio corpo. Da qui le opere dedicate al tema del travestimento, dove le foto di Nan Goldin affiancano il Duchamp di LHOOQ, e Cindy Sherman accompagna l’artista transgender Edi Dubien.

Per altro il tema del corpo nelle sue innumerevoli varianti, attraversa tutta la mostra, grazie ad esempio alle opere di Maurizio Cattelan, Tracey Emin, Hans Bellmer, ma anche al Carpaccio di San Giorgio e il drago. E a metà percorso, troneggia quasi naturalmente L’origine del mondo, ad indicare il valore cardinale dell’opera di Courbet per una mostra che mette la sessualità e lo sguardo al centro del suo dispositivo. La celebre e discussa tela è però affiancata, e quindi ridefinita criticamente, dalle opere di alcune artiste che la decostruiscono e la stravolgono, ribaltando di fatto la visione maschilista del pittore ottocentesco.

Con la loro forza trasgressiva, Agnès Thurnauer, Deborah De Robertis, Valie Export o Betty Tompkins irridono lo stereotipo che riduce la donna a semplice oggetto del desiderio maschile. Proprio la dimensione ironica che attraversa queste opere si ritrova anche in un altro spazio della mostra, dove sono proposte le opere di quegli artisti che in diverse occasioni si sono divertiti a irridere lo psicoanalista e le sue ossessioni. Il che consente alla mostra di sfuggire a ogni tentazione celebrativa e monumentale.

Quella di Metz, infatti, più che un’apologia di Lacan, vuole essere un attraversamento critico del suo lavoro, grazie a un caleidoscopio di sguardi che, all’incrocio tra arte e psicoanalisi, provano a dirci qualcosa delle nostre ossessioni e delle nostre pulsioni.

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