La Russia usa la misoginia come strumento del suo sistema di potere. E questo gli permette di usare la violenza sessuale in Ucraina come parte integrante di un tentativo di genocidio. Lo ha già fatto in passato, in altri contesti storici. Come hanno d’altronde fatto anche altri: i giapponesi alle donne coreane costrette in “stazioni di conforto” per militari. I terroristi dello Stato islamico che fecero delle yazide le loro “schiave sessuali” perché appartenevano a un’altra fede. Lo abbiamo visto in Bosnia, in Ruanda e in molti altri luoghi. Ebbene, lo stupro è uno strumento di guerra equiparabile al genocidio: ha conseguenze su intere generazioni a venire». La scrittrice finlandese Sofi Oksanen, già autrice del romanzo La purga, lo sa bene: nel 1940 una sua prozia che viveva nell’Estonia occupata dai russi fu prelevata da casa e “interrogata” tutta la notte. Da allora non parlò mai più. Proprio partendo dal dramma di quella lontana parente, nel suo Contro le donne. Lo stupro come arm…
La Russia usa la misoginia come strumento del suo sistema di potere. E questo gli permette di usare la violenza sessuale in Ucraina come parte integrante di un tentativo di genocidio. Lo ha già fatto in passato, in altri contesti storici. Come hanno d’altronde fatto anche altri: i giapponesi alle donne coreane costrette in “stazioni di conforto” per militari. I terroristi dello Stato islamico che fecero delle yazide le loro “schiave sessuali” perché appartenevano a un’altra fede. Lo abbiamo visto in Bosnia, in Ruanda e in molti altri luoghi. Ebbene, lo stupro è uno strumento di guerra equiparabile al genocidio: ha conseguenze su intere generazioni a venire». La scrittrice finlandese Sofi Oksanen, già autrice del romanzo La purga, lo sa bene: nel 1940 una sua prozia che viveva nell’Estonia occupata dai russi fu prelevata da casa e “interrogata” tutta la notte. Da allora non parlò mai più. Proprio partendo dal dramma di quella lontana parente, nel suo Contro le donne. Lo stupro come arma di guerra edito in Italia da Einaudi, affronta il difficile tema degli stupri sistematici compiuti dai russi in Ucraina.
Lei parla di “misoginia come tattica per minare le democrazie e rafforzare i regimi autoritari”.
«Non c’è democrazia senza partecipazione femminile. Ma in Russia la vita delle donne vale poco e la violenza di genere è molto diffusa. Serve a mantenere controllo e influenza, a tenere in piedi un potere centralizzato e maschile. Non a caso Putin bolla femminismo, diritti lgbtq+ e quelli di altre minoranze come “decadenti” e attacca l’Occidente descrivendolo come minaccia ai “valori tradizionali” russi. Ecco perché va fermato. Mette in pericolo i diritti delle donne e delle minoranze ovunque nel mondo».
Quel che è accaduto alla sua prozia più di 80 anni fa, accade ancora nel cuore dell’Europa. Come dar voce alle donne che l’hanno persa per gli stessi motivi?
«Serve una precisa volontà politica. Senza non si riuscirà a cambiare le cose. Servono leggi che assicurino condanne certe per le violenze sessuali: e non sono quelle perpetrate in guerra, anche quelle “della porta accanto”. Solo quando la violenza sessuale sarà presa più seriamente ovunque, lo sarà anche quella perpetrata in guerra. E poi diamo più spazio alle donne nell’esercito: lo dicono i numeri, più ce ne sono e meno crimini sessuali si compiono».
Lei definisce gli stupri in Ucraina una forma di genocidio.
«Il genocidio è un processo che mira a distruggere sistematicamente le fondamenta di uno specifico gruppo. Non presuppone necessariamente la morte ma l’idea di estinzione. Ebbene, una donna stuprata ha poi difficoltà a tessere relazioni. Il modo in cui percepisce la propria femminilità è profondamente scossa. Non accade solo alle donne: in Ucraina anche uomini subiscono violenze sessuali. Solo che le chiamano “torture” perché per loro parlare di stupro è una forma di tabù. Ma gli effetti sociali sono gli stessi».
Perché è difficile provare che anche lo stupro è genocidio?
«Lo storico Timothy Snyder ha notato che molti genocidi vengono dimenticati se non denunciati mentre accadono. Quello sessuale è particolarmente complesso da dimostrare perché abbiamo ancora pochi dati sulle sue conseguenze. Ma le cose stanno cambiando. L’Ucraina sta già raccogliendo prove in tal senso. Solo, non dobbiamo pensare di iniziare un processo per quel tipo di crimini quando la guerra sarà finita. Bisogna farlo mentre accade. Bisogna farlo ora».
Siamo più silenti quando si tratta del corpo delle donne?
«La diseguaglianza di genere, lo stupro, il femminicidio, il patriarcato esistono anche in paesi ben più democratici. È dunque sì, non consideriamo il corpo delle donne e quello degli uomini alla stessa maniera. Per le donne è più difficile ottenere giustizia»
Cosa abbiamo imparato dai crimini sessuali di guerra del passato?
«Ad esempio a capire quali prove pesano davanti a un tribunale e dunque a raccogliere quelle giuste. E a prenderci cura dei testimoni: molti sono bambini che hanno visto stuprare le loro mamme. E anche il linguaggio per parlare con le vittime. E poi abbiamo appreso che il deterrente funziona. Se c’è un alto rischio di condanna, i crimini atroci diminuiscono. Per questo servono nuove e migliori leggi internazionali: i russi compiono cose orrende in Ucraina sapendo che nessuno li perseguirà né in patria né fuori».
Lei racconta che alcuni militari russi chiedono addirittura il permesso di stuprare le ucraine alle loro mogli e madri, ottenendone l’ok. Com’è possibile?
«La retorica guerresca russa ha radici remote. Ai cittadini viene detto che i militari sono difensori, eroi sempre intenti a liberare qualcosa: è scritto pure nella Costituzione. D’altronde in Russia non c’è mai stato nulla di simile a ciò che avvenne in Germania dopo la caduta del nazismo: nessun processo pubblico ai criminali di guerra, nessuna assunzione di responsabilità collettiva. Anche per questo la retorica disumanizzante verso gli ucraini va avanti da vent’anni: non sono considerati pari ai russi e dunque qualunque atrocità si compia nei loro confronti, si resta sempre buoni cittadini. Anche le donne agiscono secondo questo modello. Dicono quel che ci si aspetta da loro, convinte di essere brave patriote. Vessate da soprusi e violenze quotidiane, sono vittime di una società patriarcale che usa ciò che chiama valori tradizionali per contenere il malcontento».
C’è dunque un problema culturale...
«In un certo senso sì. Parliamo di un popolo che raramente ha accesso al dissenso, ha una visione e comprensione del mondo differente e dà perfino significati diversi alle parole. “Fascista” ad esempio: indica un potenziale aggressore della Russia. E pure la parola “guerra” contempla il concetto implicito di difesa. Per noi certi proclami di politici russi sono folli: ma i loro cittadini li comprendono bene. È vero, non riusciamo a comunicare in maniera estesa con loro, perché vediamo il mondo in maniera diversa».
Che fare?
«Bisogna continuare a tener alta l’attenzione. Bisogna rendere tutti consapevoli che questo tipo di crimini accadono affinché si facciano nuove leggi internazionali che puniscano specificamente lo stupro come arma di guerra».
Il libro
“Contro le donne” di Sofi Oksanen (Einaudi, trad. Nicola Rainò, pagg. 272, euro 16,50)