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Aimaro Isola: “Io, partigiano con la matita”

Aimaro Isola

 

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Sedicenne, si unì alla Brigata Garibaldi per la Liberazione. Con Roberto Gabetti ha condiviso un lungo sodalizio da architetto. Oggi, a 96 anni, si abbandona ai ricordi di una vita straordinaria
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TORINO

Mettere tutta la vita in una matita, tracciarne il segno e la necessità. Per immaginare mondi, palazzi, città, futuro. Riannodare il filo che risale dai miti antichi per rendere l’ambiente in cui siamo immersi qualcosa di più vivibile e degno. L’architetto Aimaro Isola, 96 anni, l’altra metà dello storico sodalizio con Roberto Gabetti (scomparso nel 2000) che diede origine al noto studio Gabetti & Isola, lunedì 20 maggio sarà celebrato al Politecnico di Torino in un incontro/simposio dal titolo suggestivo: Dialogo sull’abitare. Lo abbiamo incontrato per conoscere meglio il suo avvenire dietro le spalle.

Architetto, è vero che lei lavora ancora?

«Sono quasi cieco però sì, non ho mica smesso. Mi diverto insieme a mio figlio Saverio e al nostro studio pieno di giovani, vinciamo concorsi, immaginiamo il recupero di spazi, museali e non solo. Ora ci stiamo occupando di Palazzo Nervi, a Torino, che diventerà la nuova Biblioteca Civica: non soltanto lettura ma incontri e ambie…

TORINO

Mettere tutta la vita in una matita, tracciarne il segno e la necessità. Per immaginare mondi, palazzi, città, futuro. Riannodare il filo che risale dai miti antichi per rendere l’ambiente in cui siamo immersi qualcosa di più vivibile e degno. L’architetto Aimaro Isola, 96 anni, l’altra metà dello storico sodalizio con Roberto Gabetti (scomparso nel 2000) che diede origine al noto studio Gabetti & Isola, lunedì 20 maggio sarà celebrato al Politecnico di Torino in un incontro/simposio dal titolo suggestivo: Dialogo sull’abitare. Lo abbiamo incontrato per conoscere meglio il suo avvenire dietro le spalle.

Architetto, è vero che lei lavora ancora?

«Sono quasi cieco però sì, non ho mica smesso. Mi diverto insieme a mio figlio Saverio e al nostro studio pieno di giovani, vinciamo concorsi, immaginiamo il recupero di spazi, museali e non solo. Ora ci stiamo occupando di Palazzo Nervi, a Torino, che diventerà la nuova Biblioteca Civica: non soltanto lettura ma incontri e ambiente. Sarà un esempio urbano, spero allegro, con affaccio sul parco del Valentino, non la classica biblioteca seminascosta in città ma qualcosa in continuità col verde che lo circonda, entra nel vasto spazio e dà luce».

Impossibile non pensare alla famosa “Talponia” che lei e Gabetti progettaste per Olivetti, a Ivrea, nel 1968. Non proprio un anno qualunque.

«Eravamo giovani… Ci commissionarono un palazzo alto, che si doveva veder bene appena ci si avvicinava alla città. Noi invece disegnammo un semicerchio quasi invisibile dentro il prato, un edificio addormentato sotto una coperta di verde. Ambiente puro, architettura senza facciata. Forse il primo esempio del rapporto tra costruzione e natura: le vetrate guardano il bosco, la collina e il cambiamento delle stagioni, con alloggi come palchi».


Aimaro Isola con Roberto Gabetti

 

E il committente come la prese?

«Portammo i nostri disegni, li guardavano cinque o sei personaggi nella penombra in un silenzio di tomba. Si passavano tra loro quei foglietti scandalosi e molto semplici, e dopo una decina di minuti qualcuno si rivolse finalmente a noi e disse: “Vabbè, proviamo”. Sottovoce, ora posso affermare che abbiamo fatto la storia».

La sua, di storia, comincia con un sedicenne partigiano: lei.

«Venivo da una famiglia nobile ma non ricca, il papà lavorava alla Cassa di Risparmio, la mamma era pittrice. Due antifascisti naturali. Per mesi ospitammo in casa i comandi partigiani del Pinerolese, e quando si trattò di salire sul camion che mi avrebbe portato a Torino per la Liberazione con la Brigata Garibaldi, qualcosa di niente affatto scontato, vorrei precisare, mia mamma si affacciò e disse: “Vai, vai, sarà entusiasmante e lo ricorderai per sempre».

Che effetto le fa, dopo tanto tempo, ritrovarsi in Italia con un governo di destra?

«Non tutti eravamo convinti di dover riconsegnare i fucili, anche se io ero forse il più ottimista, saranno stati i miei sedici anni… Oggi si crede che la Liberazione sia stata un evento deterministico, matematico, però fascisti e nazisti avrebbero avuto ancora tutto il tempo per vincere. I nuovi fascismi non sono quella cosa, però non vanno sottovalutati. Sempre di libertà si tratta».

Come definirebbe la sua lunga vita e il suo mestiere di architetto?

«È stata una bella navigazione, un viaggio senza rotte prefissate e senza grosse teorie alle spalle, né pregiudizi. Mi sono occupato di risposte, ma di più di domande, cercando di spingermi oltre attese e previsioni. Oltre, insomma, quello che manca: che è sempre davanti a noi, non dietro».

Come sta l’architettura nel 2024?

«A volte mi sembra un po’ spenta, ma pure da ragazzo avevo, a tratti, la medesima impressione. Ho cercato di accostarmi con spirito illuminista, tecnica ma anche pensiero e pazienza. Cosa alla fine rimanga di questo lavoro, davvero non saprei: mi auguro un continuo mettersi in gioco, un lungo colloquio con i luoghi e con la vita delle persone che li abiteranno. Una discussione umanista che non finisce mai, e senza certezze assolute. Acciaio, cemento, vetro o pietra? Tutto o niente, dipende da quel che serve. Tenendo presente che il nostro abitare gli spazi è fatto anche dei miti che passano, è una sorta di sacralità laica delle origini».

Quando è cominciata?

«Quando Adamo ed Eva fuggirono dal Paradiso Terrestre, dove credo si annoiassero mortalmente. Penso alla rappresentazione della fuga di Adamo da parte di Filarete, il quale aveva ripreso Vitruvio: il nostro progenitore scappa inseguito dal serpente, e siccome piove si copre la testa con le mani: quel gesto, secondo Filarete, rappresenta il primo tetto umano, la forma primitiva della capanna dove le mani diventano travi».

Dunque, l’abitare è anche un “infinito sacro” o quantomeno mitico?

«La sacralità dell’abitare resta: abitare la terra e le città. Bisogna lavorarci ancora, lavorarci tanto, combattendo e scegliendo l’ambiente contro le torri sempre più alte, contro i grattacieli e le istanze del consumismo. L’architettura non ostenta virilità, non è un’esibizione di muscoli. La tecnica contiene sempre l’etica, anche se a volte la nasconde. Restiamo pur sempre figli di Diderot e Voltaire».

Dare scandalo è compito dell’architetto?

«Con Roberto Gabetti non l’abbiamo mai fatto apposta, anche se è successo. Ricordo quando, nel 1959, i grandi professionisti dell’epoca, i benpensanti, ci convocarono a Milano per insultarci: secondo loro avevamo tradito il Nuovo Moderno, che peraltro stava facendo scempio delle periferie urbane. Noi due, giovani e tapini, sorridemmo, ce ne andammo e continuammo».

Come avete fatto, lei e Gabetti, a essere due ma di più uno? Viene spontaneo pensare a Fruttero & Lucentini.

«I nostri genitori erano amici, e ci invitavano a far cose insieme: Roberto era due anni avanti a me negli studi. Ovviamente girammo alla larga dal consiglio, finché un giorno ci incontrammo per caso a lezione di disegno dal vero, e cominciammo a sbirciare l’uno il lavoro dell’altro. Poi uscimmo a camminare sotto i portici torinesi fino a sera. Cominciò così, litigando un poco ogni giorno e mettendo tutto in comune, perché l’architettura è un lavoro di gruppo».

Professore, come immagina o sogna le case di domani?

«Come un paziente lavoro prima sui luoghi e poi sugli edifici, e prima ancora sulla natura e sulle parole: se dico paesaggio, intendo anche le persone che lo abitano. I giovani sono sensibilissimi a questo, perciò l’ottimismo è un dovere. Non bisogna dimenticare che ci affacciamo sempre sul limite, sul confine e su un vuoto da esplorare: questo è architettura. Si progetta prima l’ambiente nuovo, e non l’uomo nuovo come invece fecero i nazisti. Si è visto com’è finita».

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