Il murale completo che ritrae Michela Murgia a Roma della street artist Laika (rendering)
E dunque sarà, enorme, sulla facciata di una delle ramificazioni comunali il ricordo di Arcigay – che lei più volte ha sostenuto – per Murgia. Per l’autrice, certo, per l’intellettuale e per la donna Murgia, trittico inscindibile, e per la sua battaglia personale e collettiva – fino all’ultimo, fino alle nozze queer – dalla parte e dentro i diritti civili.
È qui che la sua storia si incrocia con quella di Laika che sul ponteggio, a decine di metri d’altezza, sta terminando il murale (per ora ci sono la scritta, la giacca nera di Murgia, la camicia verde, arriverà a ore il suo volto e l’arcobaleno e la firma Laika sul colletto della scrittrice). Dietro una maschera che ne cela l’identità – la “Banksy italiana” l’hanno chiamata – Laika ha scelto attacchinaggi, paste-up, poster che parlano di diritti umani e sociali. Ha realizzato Ilaria Salis libera dalle catene (prima che lo fosse), Patrick Zaki insieme a Giulio Regeni, donne migranti abbracciate a donne lampedusane, pure presepi con due Madonne che già allora avevano fatto infuriare i Pro Vita, l’associazione ultracattolica e antiabortista pronta anche stavolta ad alzare la polvere della polemica contro il murale, bollando il movimento Lgbtqia+ come «sfruttatore di beni comuni per propaganda», Laika come «sedicente street artist» e Murgia come «un’autrice fortemente divisiva, un’intellettuale di estrema sinistra fortemente orientata in senso ideologico». «Ricordatemi come vi pare – avrebbe risposto Murgia – Anche a quelli che mi odiano credo di essere stata utile, per autodefinirsi». E così risponderà ancora adesso dal muro-omaggio di Roma.