La prima reazione di Richard Ford all’attentato a Donald Trump non è di stupore, e sebbene ritenga che il Paese stia vivendo un momento estremamente drammatico, lo scrittore premio Pulitzer cerca di non cedere alle semplificazioni e all’emozione. «La prima cosa che ho pensato» mi dice dal suo ranch in Montana, dove è in convalescenza per una pesante forma di sinusite «è che quanto era avvenuto aveva qualcosa di tristemente familiare».
Cosa intende?
«Ho pensato agli attentati a Indira Gandhi, Yithzak Rabin, Olof Palme, Shinzo Abe, omicidi che hanno cambiato la storia dei rispettivi Paesi. Mi sono detto: c’era da aspettarselo».
Ha citato unicamente leader non americani.
«Perché questo è il mondo in cui viviamo, n…
La prima reazione di Richard Ford all’attentato a Donald Trump non è di stupore, e sebbene ritenga che il Paese stia vivendo un momento estremamente drammatico, lo scrittore premio Pulitzer cerca di non cedere alle semplificazioni e all’emozione. «La prima cosa che ho pensato» mi dice dal suo ranch in Montana, dove è in convalescenza per una pesante forma di sinusite «è che quanto era avvenuto aveva qualcosa di tristemente familiare».
Cosa intende?
«Ho pensato agli attentati a Indira Gandhi, Yithzak Rabin, Olof Palme, Shinzo Abe, omicidi che hanno cambiato la storia dei rispettivi Paesi. Mi sono detto: c’era da aspettarselo».
Ha citato unicamente leader non americani.
«Perché questo è il mondo in cui viviamo, non solo l’America. Anzi, mi correggo: questo è il mondo sin dagli inizi della storia. So bene che negli Stati Uniti sono stati commessi omicidi di presidenti e che ci sono stati molti attentati fortunatamente sventati. Non mi sfugge che il nostro Paese stia attraversando un drammatico momento di svolta che avrà ripercussioni sul mondo intero. E nel quale gioca un ruolo importante una violenza incontrollata anche verbale. Ritengo tuttavia che sia un errore di miopia antistorica mettere la lente di ingrandimento soltanto sugli Stati Uniti, come se si trattasse di una caratteristica esclusiva».
Gli Stati Uniti sono però la più grande democrazia del mondo e questo inevitabilmente suscita maggiore impressione.
«Conoscerai certamente quello che diceva Churchill: “La democrazia è la peggior forma di governo con l’eccezione di tutte le altre”. In questo momento è proprio la democrazia a essere in crisi, e per quanto riguarda gli Stati Uniti questa crisi trova la sua sintesi in due partiti contrapposti ostaggi dei rispettivi leader. È ovvio che nella più grande delle democrazie esplosioni di violenza come quella a cui abbiamo assistito ieri a Butler suscitano una maggiore impressione: questo tuttavia non mi sembra un sintomo del male, ma piuttosto la tragica comparsa di una metastasi».
È un fatto però che negli Stati Uniti sono stati assassinati ben quattro presidenti: Abram Lincoln, James Garfield, William McKinley e John Fitzgerald Kennedy.
«Lo so perfettamente, per non parlare di candidati alla presidenza come Bob Kennedy. Ed è ancora più lunga la lista dei tentativi di omicidio: mi viene in mente chi ha cercato di uccidere Ronald Reagan e Theodore Roosevelt. Se vai a esaminarli con attenzione, scoprirai che molti casi sono ancora avvolti nel mistero, altri nascono da fanatismo patologico e altri sono stati opera di squilibrati. Non sempre le motivazioni di queste atti violenti sono prettamente politici».
Ritiene che gli Stati Uniti siano un Paese intrinsecamente violento?
«No. È un paese nel quale la violenza esplode spesso, anche in maniera agghiacciante e imperdonabile, ma è una rozza semplificazione dire che è un Paese violento. Se lo consideriamo tale allora come definiamo il Congo? O, volendo parlare di superpotenze, la Cina o la Russia? Ci tengo a ripetere che quello che sta accadendo è drammatico, ma le scorciatoie antiamericane non aiutano a capire la situazione, anzi la peggiorano. Spesso questi giudizi sono figli dello stesso tipo di rozzezza della quale vengono accusati gli americani, e più che analisi rappresentano la volontà di aver confermato un pregiudizio».
Non si può negare tuttavia che negli Stati Uniti ci sia un accesso alle armi da fuoco che non ha eguali nelle democrazie occidentali.
«Questo è un problema gravissimo al quale nessun presidente, sia repubblicano che democratico, è riuscito a porre mano perché la lobby delle armi è potentissima. La mia opinione è che dovrebbe esserci una restrizione severissima a livello federale, ma temo che la mia sia un’illusione e che vedremo ancora spargere molto sangue».
Ritiene che questo attentato favorisca Donald Trump?
«La prima reazione, di pancia, è che lo avvantaggi: in questo momento Trump è la vittima, è scampato a un attentato e ha reagito alla sua maniera, con il pugno chiuso mentre aveva il volto insanguinato: sa perfettamente come parlare al suo popolo, soprattutto nei momenti di difficoltà. Tuttavia, se cerchiamo di mantenere la lucidità, ci accorgiamo che non è affatto detto che sia così. Certamente l’attentato e la reazione rinforzano la sua base: la motiva e la aizza, basta vedere le immagini successivamente al momento in cui è stato portato via dalle guardie del corpo. Ma non credo che tutto ciò abbia peso nei confronti degli indecisi: sebbene sia lui la vittima, tutto ciò fa parte di una retorica violenta di cui Trump è stato uno dei massimi interpreti. Mi ha colpito leggere i sondaggi di questa mattina, che, nonostante la disastrosa prestazione del presidente Biden al dibattito di due settimane fa e l’attentato appena avvenuto, danno tra i due contendenti soltanto due punti di distanza a favore di Trump. Significa che il Paese è spaccato e attaccato alle proprie convinzioni».
Lei ha appena parlato di una performance disastrosa del presidente in carica: cosa dovrebbe fare secondo lei?
«Dovrebbe avere il coraggio e l’umiltà di non correre e lasciare lo spazio ad un nuovo candidato: la storia lo giudicherà per quello che ha fatto, e, spero, anche per questo gesto. Io non so chi possa essere questo nuovo candidato, ma auspico che venga nominato in una convenzione aperta, dimostrando ancora una volta che, con tutti i limiti, la democrazia è ancora viva ed è sempre il minore dei mali possibili».