Memorie di un archeologo fra i tesori di Ebla
di Elena DusiIl sito archeologico di Ebla in Siria
Per 47 anni l’archeologo Paolo Matthiae ha trascorso le estati a Ebla, in Siria. Scavando dall’alba è sfuggito al caldo rovente, facendo riemergere dal terzo millennio a.C. quella che i suoi colleghi americani definiscono «una nuova cultura, una nuova lingua, una nuova storia». Solo la guerra civile dal 2010 ha messo in pausa il lungo filo che Matthiae ha stretto con la città. Oggi la collina di Ebla, 55 chilometri a sud di Aleppo, è semidistrutta, con i cantieri di scavo trasformati in trincee militari e parte delle tavolette cuneiformi vendute sul mercato clandestino.
Riposto il piccone, l’84enne professore emerito della Sapienza di Roma si è messo alla tastiera per ripercorrere quel filo all’indietro. Il suo libro Senza Veli. Ricordi dell’archeologo che scoprì Ebla (il Mulino, pagg. 168, euro 17), raccoglie i momenti inebrianti, come il primo ingresso in Siria dalla Turchia, nel 1962, a 22 anni, attraversando il passo montano delle “Portae Syriae” varcate a suo tempo da Alessandro …
Per 47 anni l’archeologo Paolo Matthiae ha trascorso le estati a Ebla, in Siria. Scavando dall’alba è sfuggito al caldo rovente, facendo riemergere dal terzo millennio a.C. quella che i suoi colleghi americani definiscono «una nuova cultura, una nuova lingua, una nuova storia». Solo la guerra civile dal 2010 ha messo in pausa il lungo filo che Matthiae ha stretto con la città. Oggi la collina di Ebla, 55 chilometri a sud di Aleppo, è semidistrutta, con i cantieri di scavo trasformati in trincee militari e parte delle tavolette cuneiformi vendute sul mercato clandestino.
Riposto il piccone, l’84enne professore emerito della Sapienza di Roma si è messo alla tastiera per ripercorrere quel filo all’indietro. Il suo libro Senza Veli. Ricordi dell’archeologo che scoprì Ebla (il Mulino, pagg. 168, euro 17), raccoglie i momenti inebrianti, come il primo ingresso in Siria dalla Turchia, nel 1962, a 22 anni, attraversando il passo montano delle “Portae Syriae” varcate a suo tempo da Alessandro Magno. Poi nel 1975 la scoperta esaltante dell’archivio reale di Ebla, con oltre 17mila fra frammenti e tavolette intere scritte tra 2.350 e 2.300 avanti Cristo. E infine l’amarezza per il tentativo forzato di alcuni studiosi di trovare un rapporto fra i testi di Ebla e l’ebraismo, distorcendo le tavolette per fargli dire che «la Bibbia aveva ragione».
Nel 1979, con i giornali inglesi e americani, soprattutto di area protestante, impegnati a difendere la tesi dei “legami biblici” o “legami di Abramo” fra Ebla e l’ebraismo, Matthiae fu denunciato ai mukhabarat, i servizi segreti siriani. Un messaggio delatorio lo accusava di non saper scavare, aver rubato delle tavolette ed essere ebreo. La lettera era partita da Roma. A spedirla, sostiene il libro, era stato il collega della Sapienza Giovanni Pettinato, l’assiriologo chiamato proprio da Matthiae a fare una prima lettura delle tavolette appena ripulite dalla polvere. Le traduzioni di Pettinato erano la fonte principale della tesi dei “legami biblici”. Nessun archeologo sarebbe sopravvissuto alle accuse in una dittatura come la Siria. Matthiae però aveva un tratto unico, che riaffiora spesso nel libro. Lo sintetizza uno dei protagonisti della storia, il direttore degli scavi in Siria Adnan Bounni, parlando con Matthiae: «Tra le molte decine di archeologi che lavoravano qui, gli amici veri del Paese si contavano sulle dita di una mano. Mi disse anche i nomi, e si fermò a quattro». Il quinto, evidentemente, era proprio lui.
Scavi, reperti, cronologie: ma il racconto di Matthiae è costellato anche dei banali ma importanti rapporti con gli operai locali, i kazma, o picconi. «Dalla prima campagna del 1964 all’ultima del 2010 ho fatto personalmente, all’alba, senza nessuna eccezione, l’appello degli operai». Loro scioperano una volta per un aumento di paga. Un’altra si guardano storto sul cantiere perché una ragazza e un ragazzo di due famiglie rivali si sono innamorati. Nel giorno dei funerali di Nasser scavano con l’orecchio incollato alle radioline e gli occhi pronti alle lacrime. Ognuna di queste situazioni viene risolta da Matthiae aprendo ai kazma le porte della casa degli archeologi, costruita apposta per gli scavi a mezzo chilometro dal sito, nel villaggio di Mardikh. «La casa della Missione era aperta tutto il giorno ai nostri operai» scrive l’archeologo, impegnato personalmente a dirimere la storia di Romeo e Giulietta, della quale non sveleremo il finale.
Soprannominata “il moderno palazzo reale di Ebla”, la casa di Mardikh (con la sua grande sala da pranzo) diventa punto di incontro di colleghi di ogni nazione, filologi che si fregano le mani per avere finalmente una messe di tavolette fresche da tradurre e funzionari della sovrintendenza locali. Se ne accorge perfino l’allora presidente siriano Hafez el-Assad, che nel 1981 invita l’archeologo a Damasco per una visita: «Di solito dico ai miei ospiti di rivolgersi a me in caso di bisogno. A lei professore non devo dirlo. So che ha tanti amici nel mio Paese». Tra loro spicca Abdo, uno dei kazma con un talento speciale per l’archeologia. Al suo giudizio, alle sue dita che smuovono il terreno alla ricerca di ceramica o antichi incendi, Matthiae si affida prima di aprire ogni nuova area di scavo. «Sono convinto – scrive l’archeologo dei suoi operai - che i successi della missione non sarebbero stati così straordinari se non fossi divenuto per molti aspetti davvero uno di loro».