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Alessandro Giammei, “Ho riletto tutte le opere di Michela: è stato un anno pieno di lei”

Giammei Alessandro, professore di letteratura italiana all'Universita di Yale, negli Stati Uniti © 2023 Giliola CHISTE' 

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Intervista a uno dei “figli d’anima”: “Non ci sarà un tempo senza Michela finché le sue parole continueranno a risuonare nel nostro presente”
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La stessa Michela Murgia aveva coniato per definire il loro rapporto espressioni nuove: “madre d’anima” e “figlio d’anima”, a indicare un rapporto strettissimo, non biologico ma primario. Parte della famiglia queer che ha accompagnato la scrittrice fino ai suoi ultimi giorni, nell’agosto dello scorso anno, Alessandro Giammei è anche il curatore dei suoi scritti; autore di saggi e volumi accademici (l’ultimo si intitola Ariosto in the Machine Age) e docente a Yale presso il dipartimento di Italian Studies, ci risponde dagli Stati Uniti.

Un anno senza Michela. Come l’ha vissuto?

«È stato un anno pieno di Michela, a dire il vero. L’ho passato rileggendo ogni libro che ha scritto e curandone due nuovi, registrando un episodio del suo podcast Morgana con Chiara Tagliaferri, vedendola apparire sui muri e sui giornali, parlando di lei con altri orfani e orfane d’anima su palcoscenici e in chat instagram. Come ha detto Chiara Valerio con la sua precisione di bisturi, a Michela si addice il…

La stessa Michela Murgia aveva coniato per definire il loro rapporto espressioni nuove: “madre d’anima” e “figlio d’anima”, a indicare un rapporto strettissimo, non biologico ma primario. Parte della famiglia queer che ha accompagnato la scrittrice fino ai suoi ultimi giorni, nell’agosto dello scorso anno, Alessandro Giammei è anche il curatore dei suoi scritti; autore di saggi e volumi accademici (l’ultimo si intitola Ariosto in the Machine Age) e docente a Yale presso il dipartimento di Italian Studies, ci risponde dagli Stati Uniti.

Un anno senza Michela. Come l’ha vissuto?

«È stato un anno pieno di Michela, a dire il vero. L’ho passato rileggendo ogni libro che ha scritto e curandone due nuovi, registrando un episodio del suo podcast Morgana con Chiara Tagliaferri, vedendola apparire sui muri e sui giornali, parlando di lei con altri orfani e orfane d’anima su palcoscenici e in chat instagram. Come ha detto Chiara Valerio con la sua precisione di bisturi, a Michela si addice il presente, non il passato. Semmai il futuro».

Lei abita e insegna negli Stati Uniti da anni. Il rapporto con Murgia era fatto di incontri ma anche di tante conversazioni a distanza. In qualche modo, queste conversazioni continuano anche oggi? Cosa le manca di più e cosa invece resiste alla separazione?

«Tante cose mi mancano, ma più di tutte mi mancano le conversazioni testuali, per iscritto. Una volta, quando Michela era in America con me, discutemmo animatamente su un qualche argomento politico, e per fare pace ci chiudemmo ognuno nella sua stanza e trasferimmo la discussione sulla chat. Ora mi sembra che per ritrovare quella comunione mi resti solo la biblioteca: cercarla dove sarà sempre, e cioè nei moltissimi testi di finzione, di argomentazione, d’ispirazione e di lotta che ci ha lasciato. Chi dice che è un’autrice che ha scritto poco evidentemente non conosce Michela Murgia. Per me il patrimonio di scritture che ha accumulato è un grandissimo conforto. Rileggo Accabadora e ci trovo quel che scriveva nelle ultime settimane della sua vita in Dare la vita. Correggo le bozze di Ricordatemi come vi pare e mi fanno venire voglia di rileggere Chirù. È un prontuario senza date di scadenza l’opera di Michela».

Lei ha detto spesso che l’eredità di Murgia sono i suoi libri. Alla sua morte disse che non temeva che fosse dimenticata, perché le sue parole sarebbero rimaste con noi. Come ha visto crescere e vivere queste parole, questi libri, nel tempo senza lei?

«Credo ancora in quello che dissi a Repubblica il giorno del funerale di Michela. Anzi, ci credo con più convinzione ora che ho visto così tante persone riunirsi sui prati, nelle piazze e nelle librerie per leggere insieme i suoi libri ad alta voce, o discuterne i concetti, o proporne interpretazioni. Pensi che un gruppo di lettrici e lettori di grandissima acribia su uno dei gruppi Telegram che si sono formati intorno al lutto politico e intellettuale per Michela mi ha interpellato per ragionare su come potessero esserci dei jeans nell’ambientazione sarda anni Cinquanta di Accabadora! Ho visto L’ho uccisa perché l’amavo, scritto da Michela dieci anni fa con Loredana Lipperini, uscire in edicola come fosse stato concepito l’altro ieri, rispondendo con tempismo incredibile alle domande più urgenti del nostro tempo intorno al femminicidio e alle politiche di genere. Non ci sarà un tempo “senza Michela” finché le sue parole continueranno a risuonare nel nostro presente».

In un periodo di guerre che non accennano a finire, con una destra aggressiva che è all’attacco sui diritti, che consigli ci avrebbe dato la sua “madre d’anima”?

«Michela è la madre d’anima di chiunque non si accontenta delle brutture del mondo, e vuole farlo bello. Ci dà consigli molto chiari, se ascoltiamo la sua voce (in un podcast, un audiolibro, un reel o un rigo di testo). Ci consiglia di essere tempesta, cioè allergici all’individualismo e in cerca di modi per essere potenti insieme. Ci invita a sentirci queer, cioè fuori dalle norme e sulla soglia che divide alternative solo apparentemente binarie. Comanda a chi è ai margini di non tacere, suggerisce alla sua generazione di coniugare un futuro interiore, ammonisce chi si sente estraneo alla politica e gli ricorda che il fascismo è dietro l’angolo. Tre ciotole, l’ultimo libro che ha pubblicato in vita, ci dice che anche le crisi più apparentemente irreversibili possono essere una chiave per un cambio di paradigma. Dare la vita, il primo uscito dopo la sua morte, ci offre esempi concreti su come un ragionamento intellettualmente onesto, franco, personale e politico, può indovinare strade percorribili per chi non si riconosce nelle strutture esistenti. Come ha sempre fatto, Michela continua a incoraggiarci a fare casino».

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