Torna in libreria P.G. Wodehouse, un comico ci racconta il grande scrittore: “ll suo è humour inglese ma fa ridere”
di Saverio RaimondoNel mio ambiente - cioè quello di chi per professione suscita il riso altrui, insomma i comici - quando di un collega si dice che «ha uno humor inglese» s’intende, in modo educato, che non fa ridere. Non potrebbe esserci definizione più sciocca, e datata. Il fatto è che per la nostra cultura comica, piuttosto rozza, lo humor inglese è stato a lungo un oggetto strano, vagamente astruso, dunque incompreso. Troppo sottile e vagamente lunare per un popolo come il nostro abituato culturalmente (vedi la Commedia dell’Arte) a una comicità più vistosa e immediata.
Ma ora finalmente anche noi ci siamo sprovincializzati sufficientemente per apprezzare il sofisticato understatement (agli antipodi della nostra inclinazione al melodramma) e la sottile ironia che sono alla base della gloriosa cultura umoristica britannica. Se lo humor ebraico è filosofico-esistenzialista con punte teologiche e ha nel Witz, la “storiella”, la sua forma aurea, lo humor inglese è invece uno sguardo meno profondo ma al…
Nel mio ambiente - cioè quello di chi per professione suscita il riso altrui, insomma i comici - quando di un collega si dice che «ha uno humor inglese» s’intende, in modo educato, che non fa ridere. Non potrebbe esserci definizione più sciocca, e datata. Il fatto è che per la nostra cultura comica, piuttosto rozza, lo humor inglese è stato a lungo un oggetto strano, vagamente astruso, dunque incompreso. Troppo sottile e vagamente lunare per un popolo come il nostro abituato culturalmente (vedi la Commedia dell’Arte) a una comicità più vistosa e immediata.
Ma ora finalmente anche noi ci siamo sprovincializzati sufficientemente per apprezzare il sofisticato understatement (agli antipodi della nostra inclinazione al melodramma) e la sottile ironia che sono alla base della gloriosa cultura umoristica britannica. Se lo humor ebraico è filosofico-esistenzialista con punte teologiche e ha nel Witz, la “storiella”, la sua forma aurea, lo humor inglese è invece uno sguardo meno profondo ma altrettanto acuto sulla vita vissuta in società; e necessita di storie vere e proprie, che si articolano e si dipanano, per esprimere e far emergere la sua visione. Potremmo dire che l’umorismo ebraico ha al centro l’individuo, mentre quello inglese gli individui, o meglio le dinamiche e i ruoli alla base delle relazione sociali.
La letteratura inglese, al contrario della nostra, abbonda di esemplari gustosissimi di letteratura umoristica; ed è un piacere ogni tanto vederne saltar fuori qualcuno anche sui nostri scaffali. Penso ad almeno un paio di titoli della casa editrice Elliot, che negli anni passati ha dato alle stampe sia Wilt di Tom Sharpe, eccellente dark comedy di uno dei migliori autori umoristici britannici, sia Il viaggio della regina, unico e buffissimo romanzo del grande commediografo inglese Noel Coward; per non parlare del giubilo che ha recato in me soltanto pochi mesi fa la ripubblicazione in italiano, da parte di Neri Pozza, di Lucky Jim, capolavoro comico di Kingsley Amis (papà del da noi più noto Amis). Ma ovviamente i nomi leggendari della letteratura umoristica inglese restano Jerome K. Jerome, Evelyn Waugh e, soprattutto, il maestro P.G. Wodehouse, di cui ora Sellerio riporta in libreria, in una nuova traduzione e cura di Beatrice Masini, il ciclo di Jeevs, i romanzi con protagonista l’impeccabile ed efficientissimo maggiordomo (o meglio, valletto personale) che deve sempre tirar fuori da guai “incresciosi” il suo datore di lavoro ricco e buono a nulla, Bertie Wooster.
Si parte con il primo titolo della serie, Alla buon’ora, !: Bertie è appena ritornato a Londra dopo una vacanza a Cannes (dalla quale ha riportato nuovi abiti francesi che tanto irritano il suo valletto) e deve affrontare sia i problemi sentimentali di un suo amico sia l’aiuto che una zia gli chiede per organizzare una premiazione in una dimora di campagna. Le due vicende finiranno con il collimare e ingarbugliarsi a vicenda fra equivoci e fraintendimenti; e alla fine - come sempre, ma qui per la prima volta - sarà Jeeves, che tutto sa e tutto riesce a fare, a risolvere i problemi e a cavare d’impaccio ciascun personaggio.
Una trama frivola, come il mondo che Wodehouse racconta e che, del resto, potremmo definire la sua poetica: di lui Gerald Clarke, che lo intervistò per la celebre Paris Review, scrisse che «ignorava bellamente tutto ciò che poteva essere fonte di preoccupazione, noia o confusione nel mondo che gli girava intorno». E questo esilio dorato dal mondo reale - con i suoi drammi e le sue tragedie - è ciò che Wodehouse vuole dare a ogni suo lettore: una tregua dalla cruda realtà e dalle sue avversità.
Non a caso Fruttero&Lucentini - che oltre a essere stati fra i più brillanti scrittori che abbiamo mai avuto in Italia, sono stati anche fra i migliori lettori di questo paese - hanno scritto: «Non c’è dubbio che l’opera di Wodehouse abbia rappresentato per milioni di lettori una consolazione travolgente. È la consolazione che offre la comicità pura».
In effetti, con Wodehouse ci troviamo di fronte a una scrittura comica in purezza: la trama è leggera - niente drammi, solo guai - ma non debole, ed è una classica commedia di situazione, dove le situazioni però sono create da personaggi goffi e un po’ sciocchi (ma senza traumi né passioni tristi, come invece vorrebbe la sensibilità contemporanea) costantemente in relazione gli uni con gli altri. Il tutto è sviluppato in scene, che si susseguono con velocità: non aspettatevi in Wodehouse lunghi pezzi di prosa, bensì azione, un’azione costante fatta di personaggi che arrivano, entrano, escono, ma soprattutto parlano.
L’azione in Wodehouse è prima di tutto verbale, e si vede infatti con quale velocità l’autore cerchi sempre, in ogni scena, di arrivare subito al dialogo - un dialogo sempre delizioso, vera e propria arte della conversazione distillata con spirito e condensata in modo serrato. Jeeves in questo è davvero il personaggio più rappresentativo del suo autore, emblematico: una delle caratteristiche del personaggio è quella che non lo si sente mai arrivare in una stanza o in una situazione, ci si accorge della sua presenza solo dal fatto che Jeeves, improvvisamente, parla. E ciò che dice lo caratterizza più di ogni altra cosa: ha un linguaggio ampolloso e ricco di citazioni, così il suo modo di parlare lo definisce ben più di qualunque descrizione fisica. La stessa voce narrante è “parlata”: le vicende infatti sono raccontate direttamente da Bertie, e questo rende la prosa dal libro colloquiale senza essere mai sciatta, solo spedita, sempre dritta al punto.
L’esito letterario è evasione pura. Wodehouse è un escapismo, una gita in allegria in un mondo stereotipato che non esisteva più già quando il suo autore decise di rappresentarlo. Lo scopo, sempre raggiunto, è quello di dare a lettori e lettrici di tutto il mondo - e, ormai possiamo dirlo, di ogni epoca - ciò che l’autore stesso si augurava e perseguiva per sé stesso: nessuna preoccupazione, zero noia. Giusto qualche complicazione, ma solo per riderne un po’ su. Tanto poi si risolve sempre tutto, o meglio, risolve sempre tutto il caro vecchio Jeeves.