"Pénsaci" mi ha esortato un giorno. Gli è sgradita l'etichetta di "linguista" e vivendo all'epoca del massimo rispetto possibile dell'autodeterminazione delle identità non posso che adeguarmi alla sua volontà e dire che è il mio riferimento come studioso di lingua. Il suo nome è Nunzio La Fauci, ma opera anche come blogger con le generalità di un grammatico egizio del II secolo, generalità che ha scelto per il solo fatto che nei secoli si sono fatte amene: Apollonio Discolo.
Tornando a noi, quando Apollonio mi dice di pensarci, io ci penso. Non so invece cosa lui pensi delle puntate che Lapsus, in estate, ha dedicato a parole che non pronunciamo, che sono cadute sotto tabu e interdizioni, che possono venire rimproverate a chi le pronuncia e generano dispute.
Nella saga di Harry Potter soltanto l'eroe eponimo chiama col suo nome di "Voldemort" il nemico; tutti gli altri vi si riferiscono con la formula "Tu-sai-chi". Si tratta di un eufemismo, dovuto al timore della potenza ostile del mago. Più specificamente opera la timorosa superstizione per cui nominare qualcosa o qualcuno significa evocarlo, chiamarlo a sé. Per questo tradizionalmente "diavolo" viene sostituito da "diamine" o "diancine", si dice a basa voce "un brutto male" o peggio ancora si allude con "il grande Anglista" a Mario Praz, sommo studioso afflitto da una stupida fama di iettatore, perpetuata e tramandata anche da persone che si reputavano le più intelligenti d'Italia.
Oltre al timore della potenza ostile esiste però anche il timore reverenziale. Si comincia già a scuola con la Signora Maestra per finire nei gruppi di lavoro e nelle aziende, dove i nomi dei principali si pronunciano soltanto abbassando la voce o meglio si sostituiscono con appellativi come "il Grande Capo" o "il Boss" - ma si è saputo anche di un "l'Imperatore". Per i credenti la riverenza massima, con il conseguente massimo timor reverenziale, è ovviamente dovuta andrà a Colui che già al secondo dei suoi dieci supremi precetti impone: "Non pronunciare il nome di Dio invano".
Per concludere la serie delle parole tabu, serie che potrebbe estendersi assai a lungo (la-parola-con-la-P, la-parola-con-la-C...), si è dunque pensato alla parola che non possiamo pronunciare, almeno non invano, non perché sia oscena o in altro modo sconcia, non per il timore di evocare una minaccia ma per dimostrare quanto la nostra devozione sia, come dire, scevra di petulanza. In queste puntate abbiamo visto che per interdire una parola bisogna pronunciarla, a rischio di insegnarla a chi non la conosce ancora.
A tutti i catechisti capita di dover rispondere a una domanda che viene loro rivolta da ogni singolo catechizzando: "Cosa sono gli atti impuri?". Se il catechizzando è come si dice innocente, verrà a sapere qualcosa, il meno possibile, di un peccato che a lui parrà singolarissimo. "Toccarsi? In che senso?". Da lì comincerà la ricerca di quel senso, e si sa che chi cerca trova. Ebbene, con le parole è anche peggio, perché per proibirle bisogna appunto nominarle e c'è chi appunto ritiene che il secondo comandamento fa quello che proibisce, ovvero "pronuncia il nome di Dio" (sia pure non invano).
Ed è qui che Apollonio Discolo mi esorta a pensarci. Ma siamo proprio sicuri che "Dio" sia "Il" nome di Dio? In una scena del dissacratorio "Il Pap'occhio", all'incontro con il Papa che tuona "Il Signore sia con voi", Renzo Arbore ordina sottovoce a Roberto Benigni di avvicinarsi al gruppo, perché pensa che il Papa si stia rammaricando perché si trova un po' discosto da tutti gli altri. "Signore", infatti, vuole dire "signore" e si può applicare a qualsiasi adulto maschio. Ma ci sono contesti in cui prende la maiuscola e allora è il "Signore" per antonomasia. Anche Voldemort peraltro viene a volte chiamato "il Signore oscuro".
Noi non diremmo mai che "il Signore" sia "Il" nome di Dio, anche se è uno dei modi in cui lo appelliamo. Ma anche quando diciamo che Ares è il dio latino della guerra, e magari che Diego Maradona è stato un dio del pallone, applichiamo la parola "dio" a individui diversi. È quindi un nome comune, no? Ma allora come può essere anche il nome o un nome per l'Ente Supremo? "Pénsaci", prosegue allora Apollonio: "Dio è un'antonomasia". I pagani hanno una moltitudine di dèi; la religione monoteistica ha un solo dio e dunque lo si può chiamare "il Dio", come uno dei quei nomi divenuti propri ma nati comuni. "Dio" fa le veci del nome con cui possiamo riferirci a un'entità il cui nome proprio è inconoscibile: le fa tanto bene e da tanto tempo che lo ritiene essere divenuto il nome proprio stesso: come un supplente che ricopra una cattedra in via provvisoria ma per tutta la carriera, dove qui però l'orizzonte del provvisorio diviene l'eternità.
Questa è Lapsus del 18 agosto 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento