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Marina Abramovic: “L’omaggio a Maria Callas nella stagione più felice della mia vita”

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Al gres art 671 di Bergamo una nuova mostra dedicata a una delle figure più influenti del nostro tempo. Che qui si racconta: “La vecchiaia? Non tornerei mai ai 30 o ai 40 anni”
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Prima di ammirare le 30 opere sbarcate a gres art 671, spazio ex industriale da 3 mila metri quadri riconvertito da Italmobiliare e Fondazione Pesenti all’arte contemporanea, la venerata autrice in giacca nera, camicia bianca e densa chioma corvina, con una lecture da un’ora spiega storia e prospettive della sua specialità, ovvero le performance. Sotto la volta di un capannone, migliaia di persone la filmano e la ascoltano mentre ricorda che Piero Manzoni fu battistrada del genere quando firmò il corpo di una modella nuda o che John Cage ebbe il merito di svelare la musicalità del silenzio. E che più in generale, la performance è l’arte di sublimare il tempo condiviso dal vivo da pubblico e artista in ricordo, in emozione. Al momento delle domande, c’è la fila.

Una ragazza chiede se può firmarle la tes…

Prima di ammirare le 30 opere sbarcate a gres art 671, spazio ex industriale da 3 mila metri quadri riconvertito da Italmobiliare e Fondazione Pesenti all’arte contemporanea, la venerata autrice in giacca nera, camicia bianca e densa chioma corvina, con una lecture da un’ora spiega storia e prospettive della sua specialità, ovvero le performance. Sotto la volta di un capannone, migliaia di persone la filmano e la ascoltano mentre ricorda che Piero Manzoni fu battistrada del genere quando firmò il corpo di una modella nuda o che John Cage ebbe il merito di svelare la musicalità del silenzio. E che più in generale, la performance è l’arte di sublimare il tempo condiviso dal vivo da pubblico e artista in ricordo, in emozione. Al momento delle domande, c’è la fila.

Una ragazza chiede se può firmarle la tesi di dottorato che le ha dedicato. «Volentieri, mi commuove». Una signora domanda cosa dovrebbe pensare sua madre, rimasta ustionata in un grave incidente, di fronte agli sfregi che si è inflitta apposta nel corso della carriera. «Non dovrebbe vederli, dovrebbe ammirare la natura». Una quarantenne, ancora in cerca di una vocazione, vorrebbe infine un consiglio su come trovare una strada. «Segua il cuore, però ricordi che io mi occupo d’arte, non faccio counseling».

Marina Abramovic, 77 anni, 55 spesi a fare di sé stessa e della propria carne uno dei teatri più conosciuti dell’arte, a Bergamo per l’inaugurazione di Between Breath and Fire, mostra curata da Karol Winiarczyk in programma fino al prossimo 16 febbraio, viene accolta non più da artista ma da guru, medium, curandera. Lei sta al gioco, ed emana un’insolita allegria. Come del resto l’allestimento, dove pure non mancano testimonianze delle imprese più cruente. Per esempio il video di Lips oh Thomas, performance del ‘75 in cui si incise con un coltello il ventre per disegnare a sangue una stella a cinque punte. Stesso anno per Freeing The Voice in cui urlò 35 minuti perdendo la voce. La voce che fa da stella polare del percorso è però Maria Callas cui Abramovic ha dedicato nel 2021 l’opera lirica Seven Deaths. Presentata a Bergamo in forma di installazione cinematografica, vede Abramovic, spesso al fianco di Willem Dafoe, morire come le eroine interpretate dalla leggendaria cantante con qualche variante. Di tisi come Violetta ne La Traviata, non è la stretta di Otello ma quella un boa a toglierle il fiato mente interpreta Desdemona, sale la voce della Callas ed è un’esplosione di specchi l’autodistruttiva Abramovic versione Lucia di Lammermoor. «Ma le assicuro che questo è il periodo più felice della mia esistenza».

Abramovic, con Maria Callas si potrebbe avere il sospetto di una parentela. La somiglianza fisica è sorprendente.

«Me ne rendo conto, credo dipenda soprattutto dalle dimensioni del naso. Senza scherzare, Callas è entrata nella mia vita in profondità sin dall’adolescenza. La scoprii grazie ai dischi che metteva mia madre. Ricordo come fosse ieri, avevo 14 anni e quando ascoltai la prima volta la sua voce, senza ovviamente capire nulla di quel che cantava, scoppiai a piangere. La sua fu una vicenda umana segnata dall’amore, per certi versi simile a quelle affrontate dalle eroine romantiche cui diede voce e corpo. E di amore, di crepacuore, alla fine morì. Ho rischiato la stessa fine, a salvarmi è stato il lavoro».

In una lavoro del 2008 in mostra regge uno scheletro sulla schiena.

«La morte è compagna perenne della mia vita, ogni minuto, ogni istante mi sono portata la morte dietro. È un fatto umano, accade a tutti. In questo senso, pensando sempre a Callas, credo la lirica generi un effetto caricaturale ma non si tratta comunque di un esorcismo. Non ci si libera mai della morte fin quando non giunge. Ho trovato molto interessante Maria, il film di Pablo Larrain con Angelina Jolie che ripercorre gli ultimi quattro anni della Callas. In qualche modo l’approccio di Larrain è simile a quello che ho seguito».

Rischiò davvero la vita a Napoli nel ‘75 quando al pubblico consegnò una pistola carica.

«Fu una performance molto difficile, sì, durò sei ore ma quel che colpì me non fu quello che spesso se ne ricorda. È vero che il pubblico si divise tra buoni e cattivi, tra chi dopo avermi torturato a sangue mi mise una pistola in mano perché mi sparassi e chi invece voleva salvarmi avendo per fortuna ragione. Ma io ricordo soprattutto due cose. La prima è che i presenti mi identificarono, immobile sul tavolo disposta a subire ogni angheria, o come una madre, o come una Madonna, o come una puttana. La seconda è che le donne presenti mi asciugavano le lacrime per poi nella maggior parte dei casi ordinare agli uomini come dovevano infierire».

Il corpo. il suo strumento, è diventato campo di battaglia politico universale.

«Mi considero privilegiata ad aver scoperto subito, all’inizio della mia carriera, che mi bastavo io. Il corpo è sempre stati universale, tutti siamo corpo anche se in occidente ci si considera cervello. E il corpo cambia, soffre, deperisce, prospera reagendo a quanto ha intorno. Ritengo che l’attenzione e l’importanza che oggi se ne fa dipenda dal periodo buio che stiamo vivendo. Considero concreta ad esempio la prospettiva di un conflitto nucleare. E questo insulta il corpo. Il ruolo degli artisti è mostrare come modificare sé stessi mandando un messaggio, proponendo una via, una prospettiva».

A ottobre tornerà in Cina, Shanghai, con Transforming Energy. Era il 1988, 36 anni fa, quando si lasciò con Ulay incontrandolo sulla Grande Muraglia dopo 90 giorni di cammino.

«Con Ulay facemmo qualche anno di strada. Ricordo un triste paese comunista, senza auto, senza nulla, e non vedo l’ora di vedere cosa è diventata la Cina. E di parlare ai giovani che la abitano».

Per i giovani ha aperto una scuola.

«Insegno a chiunque voglia imparare in realtà, non solo a loro. È però anzitutto per loro che ho fondato il Marina Abramovic Institute in Grecia. Quando iniziai nessuno mi aiutò e lasciare un’eredità e quel che dà prospettiva al mio lavoro. Per chiunque venga ammesso, oltre a un digiuno di cinque giorni, è obbligatorio disintossicarsi dalla tecnologia. Che non ha niente di male in sé, È la dipendenza che ci rovina. E l’idea sbagliata che ogni istante possa diventare su Instagram una performance».

Al centro della mostra ha voluto il video in cui a Volterra in abito rosso ballò nel ‘97 Mambo Italiano.

«Si perché, lo ripeto, non sono mai stata tanto felice nella vita. Non tornerei mai ai 30 o ai 40 anni, era tutto difficile, doloroso. Il fatto è che la vecchiaia ti fa cambiare prospettiva. Non ho più tempo per deprimermi, ogni attimo in più di respiro è un dono. E non ho più nemmeno il fisico per frustarmi».

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