Non c’entra la politica. O almeno quella che si fa spartendosi il potere, promettendo, millantando, screditando via social a colpi di post, stories e sospetti incrociati. C’entra invece la Storia, quella che non dovremmo aver paura di dire “nostra” e che invece puntualmente diviene terreno di scontro, come se il passato, il nostro passato, potesse essere ancora campo di battaglia, terreno minato su cui riscrivere il presente. C’entra quello che siamo oggi perché qualcuno è stato, ieri, da una certa parte e non dall’altra. E c’entra soprattutto la letteratura, nel nuovo romanzo di Dario Franceschini, autore letto e amato anche in Francia e singolare esempio di ministro della Cultura (prima che il dicastero si trasformasse in passerella per avanspettacolo) che i libri non solo li legge per davvero, ma li scrive addirittura.
Non c’entra la politica. O almeno quella che si fa spartendosi il potere, promettendo, millantando, screditando via social a colpi di post, stories e sospetti incrociati. C’entra invece la Storia, quella che non dovremmo aver paura di dire “nostra” e che invece puntualmente diviene terreno di scontro, come se il passato, il nostro passato, potesse essere ancora campo di battaglia, terreno minato su cui riscrivere il presente. C’entra quello che siamo oggi perché qualcuno è stato, ieri, da una certa parte e non dall’altra. E c’entra soprattutto la letteratura, nel nuovo romanzo di Dario Franceschini, autore letto e amato anche in Francia e singolare esempio di ministro della Cultura (prima che il dicastero si trasformasse in passerella per avanspettacolo) che i libri non solo li legge per davvero, ma li scrive addirittura.
È una bellissima storia di resistenza, di amore e di lotta e si chiama Aqua e tera, due parole semplici, in dialetto, come è semplice la gente che le pronuncia. Siamo in provincia di Ferrara, negli anni che precedono la nascita del fascismo e che per molti versi la spiegano. Nel centro Italia le leghe socialiste sono organizzate e potenti, Milvano Callegari, nipote del capostipite Nivardo, proviene da una stirpe di braccianti e scariolanti che hanno contribuito a trasformare acquitrini e paludi in campi da coltivare e hanno sperato che quella tera, finalmente libera dall’aqua, potesse andare a loro. Diventa capolega e fa applicare con rigore i principi socialisti al lavoro delle terre, sono anni di scioperi e manifestazioni e vittorie sui padroni, è un sogno di giustizia e solidarietà che sembra possa avverarsi.
Vengono in mente le belle immagini di Novecento di Bertolucci, il sorriso fiducioso di Olmo spalancato sul futuro, le donne che intonano canti di protesta. Ma poi arriva la Grande guerra, che si porta via speranza, quel poco di benessere duramente conquistato, tante vite innocenti e pure l’idea bella e ambiziosa di esser tutti uguali. «Alla fine della guerra le campagne ferraresi diventarono un concentrato esplosivo di delusione e rabbia. Tutte le famiglie avevano almeno un morto al fronte, gli invalidi e i mutilati erano migliaia, le donne erano esasperate dalla miseria e dal peso di anni passati a fare anche il lavoro faticoso degli uomini nei campi. E, poi, la delusione amara che di terra, a contadini e braccianti, non si parlava più».
Già a partire dal 1920, gli agrari cominciano a finanziare e sostenere i primi Fasci di combattimento e monta l’onda nera che travolse l’Italia e che ancora la insidia, dando voce alla rabbia antisocialista di allora, a quella populista di oggi. Aqua e tera è una storia di lotta e antifascismo, ma anche di amore e di diversità, e le due cose, amore e guerra, sono da sempre un binomio letterario inscindibile. Una storia che viene dal passato e che fotografa il presente partendo da lontano. La scrittura è ricca di invenzioni, di piccole trovate che accompagnano il lettore nelle pieghe del racconto, e il dialetto si fa lingua del cuore, un vocabolario sentimentale che unisce le protagoniste fino alla fine. Perché è soprattutto una storia di donne.
La nascita, l’ascesa e la brutalità ignorante del fascismo che calpesta vite, destini e desideri è inquadrata dal punto di vista femminile, a partire dalla grande Ginisca, madre di Milvano, che «quando parlava faceva luce con gli occhi», figura di straordinaria forza narrativa, fino alla piccola Ginisca, speranza in un futuro più libero e meno buio, passando per Tina e Lucia e i loro baci di resistenza e di passione. E anche la scrittura è “femminile”, mi viene da dire. Una scrittura cioè che, al di là degli stereotipi di genere, è capace di entrare e uscire dalla Storia, di ricucire trama e ordito senza lasciare fuori niente, vita e politica, amore e morte, violenza e passione. Una scrittura femminile perché “generativa” e feconda, che non ha paura di addentrarsi nei labirinti delle vite altrui seguendo tutti i fili a disposizione. Il delitto Matteotti, le ronde squadriste, il delirio fascista che nel giro di pochi anni mostra con crescente impudicizia il suo volto più ottuso e crudele…
Non so davvero se non c’entra la politica. Forse sì, c’entra perché questo romanzo racconta le vite delle persone, le loro debolezze e la forza che sono capaci di mettere insieme in una battaglia comune, quando tante voci si fanno coro e non sentono più la paura. «Mussolini gridava: “Qui, o popolo di Ferrara, è la tua storia, la tua vita, il tuo avvenire”. Gridava, ma Tina e Lucia non lo sentivano più».
Queste due ragazze, Tina e Lucia, avranno a lungo un posto nei nostri pensieri perché sono come terra e acqua, fatte per stare insieme e insieme generare. Due madri, un solo coraggio, due madri nobili per la nostra povera patria, che qualcuno si ostina a chiamare “nazione”, come se il tempo non avesse depositato abbastanza morti ai piedi della Storia, come se non fossero passate acqua e terra a sufficienza sulle nostre ferite ancora aperte.
Il libro
Aqua e tera di Dario Franceschini (La nave di Teseo, pagg. 160, euro 17)