Per capire come è fatto un personaggio che definiamo seriale occorre studiarlo mossa dopo mossa, libro dopo libro. Occorre, meglio, osservarlo quando non è nel cuore dell’azione narrativa: intuire qualcosa dalle divagazioni, dalle distrazioni, dagli “a parte” — come in teatro.
Così, arrivato alla quinta avventura, il commissario Buonvino uscito dalla fantasia di Walter Veltroni ha guadagnato un preciso identikit emotivo. Alcune qualità — dello spirito e della carne — che lo rendono familiare come il suo lessico, come quel pezzo verde di Roma la cui planimetria campeggia nei risvolti di copertina (Villa Borghese!). Come certe improvvise, inattese domande, che non sono da commissario nelle sue funzioni, ma da essere umano curioso e con un involontario tratto po…
Per capire come è fatto un personaggio che definiamo seriale occorre studiarlo mossa dopo mossa, libro dopo libro. Occorre, meglio, osservarlo quando non è nel cuore dell’azione narrativa: intuire qualcosa dalle divagazioni, dalle distrazioni, dagli “a parte” — come in teatro.
Così, arrivato alla quinta avventura, il commissario Buonvino uscito dalla fantasia di Walter Veltroni ha guadagnato un preciso identikit emotivo. Alcune qualità — dello spirito e della carne — che lo rendono familiare come il suo lessico, come quel pezzo verde di Roma la cui planimetria campeggia nei risvolti di copertina (Villa Borghese!). Come certe improvvise, inattese domande, che non sono da commissario nelle sue funzioni, ma da essere umano curioso e con un involontario tratto poetico.
In Buonvino e il circo insanguinato, in libreria oggi per Marsilio, l’attacco coincide con un interrogativo a bruciapelo che il commissario pone ai suoi sottoposti. «Voi come l’avete saputo?» domanda. E loro, giustamente: cosa? «La questione di Babbo Natale». Vuole sapere quando e per quali vie i suoi colleghi hanno verificato, nella tarda infanzia, l’inesistenza del vegliardo che porta doni. Per lui, per Buonvino, è la prima ferita. «La prima ferita della mia vita».
Come credo valga per tutti i narratori che scelgono il noir, un investigatore o investigatrice, nel tempo, si trasformano — da “funzioni” narrative — in compagni di viaggio. Ho la sensazione che Veltroni si sia affezionato a Buonvino, che un po’ gli parli come il commissario fa con il fantasma giovane e buono di Nik Novecento; e che soprattutto si diverta a prestargli segmenti di vissuto ulteriore, a riempire la sua solitudine di abitudini, tic, epifanie, passioni.
Mentre segue la vicenda — stavolta l’inquietante caduta di un’acrobata in un circo, che forse non è un incidente — il narratore spia Buonvino nel segreto della sua vita interiore. Una poesia di Gibran che gli torna in mente. Una frase che vorrebbe dire e non dice. Certi lampi di gelosia. L’impegno in cucina («la solitudine lo aveva portato a raffinare la capacità di cucinare cose semplici ma gustose»). Film, musica, letteratura.
Sempre Veltroni trasforma i suoi romanzi e i suoi film in cornucopie cariche di cose amate. Qui, evidentemente, si aggiunge il circo, nel filtro dello sguardo geniale di Federico Fellini. «L’ha visto La strada di Fellini, commissario?». E poi I clowns. Ma anche Charlie Chaplin e Peter Sellers. Ma c’è un gioco del rovescio: l’atmosfera ludico-malinconica si traduce in qualcosa di più angosciante e cupo.
C’è un ghigno inquietante, almeno in filigrana, dietro il sorriso di ogni pagliaccio. Così la «disgrazia» rende plumbeo ciò che avrebbe potuto essere, se non solare, lieve. Lo spettacolo può andare avanti? «Gli orchestrali stanno eseguendo le prove, ma sono stonati e demotivati, persino più del solito».
Buonvino, come si conviene, indaga sulla dinamica dell’accaduto (stabilità della rete, posizione del cordone…), ma più avanza nell’inchiesta e più si coglie il suo interesse per la verità emotiva che non traspare dai componenti di quella piccola e stramba comunità. Chi sono i pagliacci senza trucco? Chi sono i circensi senza maschera? E se, come vuole Fellini, la vita è un circo, chi siamo oltre la recita. Anzi, meglio: quando la recita è impedita. Quando non si va in scena.
«Voi clown siete abiti vuoti? Potete ospitare perfidia e allegria, lacrime e sorriso come se fossero la vostra maschera? Io sono sempre stato spaventato da voi, glielo dico sinceramente. E ho sempre avuto, però, una grande solidarietà: far ridere per forza mi sembrava una missione troppo impervia. Quando, da ragazzo, vi vedevo sulla pista, ero preoccupato più di ogni altra cosa per la vostra umiliazione, nel caso non ci foste riusciti. Per questo, fingendo, ridevo e applaudivo. Per aiutarvi. Ma mi avete sempre fatto paura. Perché non capisco il vostro sguardo malinconico e il vostro sorriso disegnato. Ancora oggi».
Questo confessa Buonvino. Il commissario e il pagliaccio — in una imprevedibile complicità, uno spazio di confidenza e quasi simpatia — si trovano impigliati nella stessa domanda: conoscere la verità o scoprirla? Cos’è più difficile?
Il libro e gli incontri
Buonvino e il circo insanguinato di Walter Veltroni (Marsilio, pagg. 208, euro 15). Incontri: l’11 ottobre alle Scuderie Aldobrandini di Frascati (ore 18,30) e il 12 a I Granai di Roma (ore 12, con Gianrico Carofiglio)