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Elif Shafak inaugura la Fiera di Francoforte: “La democrazia è a rischio. Gli scrittori non possono stare a guardare”

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L’autrice turca apre la Buchmesse: “I libri sono un potere gentile”
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Francoforte – Fingere che la Fiera di Francoforte sia solo una piazza d’affari, non ha più senso. Elif Shafak lo ha dimostrato nella caratura politica del suo discorso di apertura alla Opening Press Conference della edizione dell’edizione numero 76, quella in cui l’Italia è Paese Ospite d’onore, senza far finta di girare la testa dall’altra parte. In realtà Shafak, autrice di ventuno libri tradotti in tutto il mondo (il nuovo pubblicato da Rizzoli è I ricordi dell'acqua), è un’attivista, sostenitrice dei diritti Lgbtq+. Insomma la persona più adatta a parlare di libertà di espressione oggi, conoscendo bene la situazione di autocrazie come la Turchia, il suo paese d’origine, e da cittadina britannica la situazione europea. Deve averla chiamata per questo il presidente della Buchmesse, Jürgen Boos che da anni sta cercando di trasformare con successo questo carrozzone di agenti e editori in caccia di bestseller in un’arena di idee.

Francoforte – Fingere che la Fiera di Francoforte sia solo una piazza d’affari, non ha più senso. Elif Shafak lo ha dimostrato nella caratura politica del suo discorso di apertura alla Opening Press Conference della edizione dell’edizione numero 76, quella in cui l’Italia è Paese Ospite d’onore, senza far finta di girare la testa dall’altra parte. In realtà Shafak, autrice di ventuno libri tradotti in tutto il mondo (il nuovo pubblicato da Rizzoli è I ricordi dell'acqua), è un’attivista, sostenitrice dei diritti Lgbtq+. Insomma la persona più adatta a parlare di libertà di espressione oggi, conoscendo bene la situazione di autocrazie come la Turchia, il suo paese d’origine, e da cittadina britannica la situazione europea. Deve averla chiamata per questo il presidente della Buchmesse, Jürgen Boos che da anni sta cercando di trasformare con successo questo carrozzone di agenti e editori in caccia di bestseller in un’arena di idee.

Lei non si tira mai indietro.

“E’ un momento difficile ma i libri rappresentano un potere gentile. Possono cambiarci. Lo sa perché non mi tiro indietro? Perché sono certa che abbiamo bisogno della letteratura oggi più che mai. Gli scrittori sono costruttori di ponti. Sono i custodi della memoria. Abbiamo bisogno della letteratura come dell’acqua e del pane per sopravvivere”.

Pensa che le guerre che ci circondano siano risolvibili attraverso i libri, non è il suo un eccesso di ottimismo?

“Ci sono molte cose è vero che rendono pessimisti intellettualmente, ma mi lasci essere ottimista, come insegnava Gramsci, nella volontà. Abbiamo bisogno di questo ottimismo proprio per via di quello che stiamo vivendo”.

Il nazismo iniziò con un grande rogo di libri: 25 mila testi a Obernplatz, in una serata di maggio 1933. Un atto simbolico che sanciva la fine di ogni libertà, la fine della libera circolazione delle idee.

“Dove i libri vengono bruciati, dove i libri non sono tollerati e le idee non sono tollerate, è molto più facile che l'odio fiorisca, che l'odio prosperi. Si comincia con le censure, poi si passa ai roghi e alla distruzione delle biblioteche. Lo abbiamo visto accadere in passato, lo vediamo ancora accadere. Quando bruciano le biblioteche, è la memoria e l’identità collettiva che vengono distrutte. La letteratura e i libri ci ricordano la comune umanità che esiste al di là delle differenze”.

Durante la guerra a Sarajevo nel 1992 fu distrutta l’antica biblioteca della città che custodiva 600 anni di convivenza tra varie etnie.

“Un luogo simbolico che rappresentava i valori condivisi. Molti bibliotecari, tra cui una giovane bibliotecaria, persero la vita nel tentativo di salvare i libri dall'incendio. Persone che avevano davvero a cuore la coesistenza, la diversità, la pace, le storie, la letteratura, le arti”.

Lo scrittore deve riprendersi un ruolo attivo, deve lasciarsi coinvolgere dalla storia, uscire dalla tana, sporcarsi le mani?

“Non è una domanda facile perché molti scrittori sono introversi. Lo sono anch’io. Mi sento più a mio agio in una stanzetta senza troppa gente. È il mio habitat naturale. Per molti di noi lo spazio pubblico non è facile da vivere. Tuttavia, se ti capita di essere uno scrittore di una democrazia ferita o distrutta come la Turchia, non puoi permetterti il lusso di dire: “Sai cosa, non voglio parlare di politica. Non voglio parlare di diritti umani. Voglio parlare solo della mia poesia. Voglio parlare solo della mia narrativa”. Non puoi permetterti questo lusso”.

Essere donna amplifica questa condizione?

“Sono una femminista. Ho imparato molte cose meravigliose dalle generazioni passate del movimento femminista. E naturalmente, una delle cose più importanti per il movimento delle donne è che il personale è anche politico. Il lavoro degli scrittori non è dettare risposte ma creare uno spazio aperto, plurale. Uno spazio di libertà. Nel mio speech alla conferenza di apertura della Buchmesse cito Doris Lessing: “La letteratura è analisi dopo l’evento”, analisi a posteriori. Era uno dei suoi passaggi del discorso fatto quando vinse il Nobel per la letteratura”.

Perché ha scelto quel passaggio?

“I tempi sono cambiati, siamo entrati nell’era della distruzione, dei cambiamenti climatici, della crescita delle diseguaglianze. Quell’analisi a posteriori va riformulata, non abbiamo tempo, dobbiamo essere coinvolti ora, mentre le cose accadono. Mai dire “non mi riguarda”. In questo senso gli scrittori hanno un ruolo completamente nuovo e una nuova sfida da affrontare”.

Da tempo ripete che le democrazie sono a rischio, lo fa anche dalla piazza francofortese.

“Ne avevamo parlato durante il festival di Mantova, non esistono più paesi solidi e altri liquidi. Siamo tutti liquidi, fragili, anche noi che viviamo in l’Occidente. Tutti a rischio di involuzioni autoritarie”.

L’Italia quest’anno è la protagonista della Buchmesse. Ha seguito le polemiche dopo l’esclusione di Roberto Saviano? Saviano nell’intervista a Repubblica dice che il Paese sta diventando una democratura.

“Non ho seguito le polemiche, ne so poco. Non credo però che spetti ai governi sindacare sulle scelte degli scrittori. La letteratura ha una sua indipendenza, una sua autonomia, non può essere sotto il cappello di nessun governo. Gli scrittori devono sentirsi liberi di esprimere le loro opinioni. Anche quelle più indigeste. Che Saviano sia stato escluso dalla delegazione italiana mi dispiace, sono solidale con lui”.

Per una sua opera lei ha subito un processo.

“In Turchia non è facile essere uno scrittore. Ed è ancora più difficile essere una scrittrice donna, perché devi affrontare ulteriori strati di patriarcato e sessismo. Sono stata processata per un romanzo, La bastarda di Istanbul. Anni dopo sono stata di nuovo indagata, questa volta per il cosiddetto reato di oscenità per aver scritto di sessualità”.

Gli autocrati temono più di tutto le parole?

“Non è una coincidenza che non amino le arti, non amino la letteratura, non amino il pluralismo. La letteratura è invece nelle sfumature, nella complessità. Riguarda l’empatia”.

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