Avrebbero voluto escluderlo e invece Roberto Saviano è diventato il protagonista assoluto tra gli italiani a Francoforte. Una rivincita? Lui non la definisce così. La Buchmesse, edizione numero 76, paese ospite d’onore l’Italia, ha accolto l’autore di Gomorra come se fosse un suo figlio. Oggi si aprono le danze e per l’Italia sarà un banco di prova. Ma prima che i giochi si facciano seri, Saviano vuole raccontare a Repubblica quello che pensa: perché se ne sono dette tante ma quasi mai di prima mano. Tra i vari appuntamenti, due incontri sono organizzati con il Pen Berlin: uno venerdì 18 con Birgit Schönau e Jayrome Robinet, l’altro sabato 19 con Deniz Yücel.
Alla fine partecipa da protagonista.
«La mia presenza a…
Avrebbero voluto escluderlo e invece Roberto Saviano è diventato il protagonista assoluto tra gli italiani a Francoforte. Una rivincita? Lui non la definisce così. La Buchmesse, edizione numero 76, paese ospite d’onore l’Italia, ha accolto l’autore di Gomorra come se fosse un suo figlio. Oggi si aprono le danze e per l’Italia sarà un banco di prova. Ma prima che i giochi si facciano seri, Saviano vuole raccontare a Repubblica quello che pensa: perché se ne sono dette tante ma quasi mai di prima mano. Tra i vari appuntamenti, due incontri sono organizzati con il Pen Berlin: uno venerdì 18 con Birgit Schönau e Jayrome Robinet, l’altro sabato 19 con Deniz Yücel.
Alla fine partecipa da protagonista.
«La mia presenza a Francoforte non credo sia una vittoria ma è una forma di resistenza. La Buchmesse ha attivato un riflesso democratico. Qui in Germania devono essersi chiesti: perché queste bugie, questo desiderio di censura ossessivo? Ma non mi considero un vincitore. Non ha vinto nessuno in questa storia. Del resto come si fa a ritenersi vincitore quando sei portato a processo da tre ministri del governo? È vero però che usano il mio corpo, per dare un messaggio a tutti gli altri. Sono forme di intimidazione».
Vede la libertà di espressione in Italia a rischio?
«Sì ma non dobbiamo immaginare una situazione modello anni Venti o Trenta. La dinamica è diversa ma ha lo stesso obiettivo: intimidire, trasformare chi si oppone in dissidente. Ossia se critichi subisci conseguenze. Giorgia Meloni si ispira a Orbán: non certo la polizia mandata a casa di notte (per ora), ma altri metodi. Non contro tutti, ma mirando ad alcune figure pubbliche, a cui viene impedito di poter svolgere il proprio lavoro: togliendogli risorse, isolandole, bersagliandole, dossierandole. Sono 20 anni che i giornali di estrema destra fanno così. I metodi usati sono intimidatori, del resto il ddl sicurezza va in una direzione assolutamente autoritaria. Stiamo andando verso una democratura e i giornalisti non rispondono indignandosi. Purtroppo su questo pesa la crisi delle vendite che crea una dipendenza dalle risorse del governo e dalla politica. La libertà è già compromessa».
Parlerà fuori dal padiglione italiano, si sente in esilio?
«Sarò ospite della Buchmesse ed essendo Mauro Mazza il selezionatore sono contento di essere stato messo in esilio da lui. Anche se esilio fa sorridere come espressione. So anche che gli scrittori che sono stati chiamati stanno prendendo le distanze dal governo e porteranno il loro pensiero critico. Farò incontri nei padiglioni di tutti i media tedeschi, un’attenzione dovuta anche all’allarme della crescita dell’estrema destra in Germania. Da molti anni faccio notare ai tedeschi che l’Italia può fare loro da specchio. Mi ha molto colpito che, il giorno in cui Mazza ha dichiarato orgogliosamente di non avermi inserito tra gli scrittori italiani da portare a Francoforte, immediatamente il direttore della Buchmesse Jürgen Boos ha risposto: lo invitiamo noi. Gli italiani non si aspettavano questa risposta tedesca, li ha messi in scacco».
Il mancato invito è stato fatto passare come una svista del suo editore. Plausibile?
«La storia dell’editore era una fesseria. Nella lista ci sono moltissimi autori che nessun editore ha candidato. È stata una messa in scena. L’Aie si è lasciata condizionare dalla politica. Il nostro è una Paese dove la cultura è talmente priva di risorse da diventare ricattabile. Non volevano che rappresentassi l’Italia, ma questo mi onora».
Mazza l’ha anche accusata di scarsa originalità sul piano letterario.
«È Mazza a non essere originale, ripercorre dinamiche già viste. Fa quello che hanno fatto da sempre tutti i funzionari, esegue gli ordini del capo, anzi della capa in questo caso».
Si respira un clima di censura?
«Pensiamo alle censure in Rai di Antonio Scurati, Nadia Terranova, la guerra fatta a Fabio Fazio. È capitato persino che trasmissioni di amici mi abbiano fatto sapere che non potevano invitarmi perché avevano avuto il veto dalla direzione Rai. Insider è stata bloccata senza alcun motivo per un anno. Il risultato della trasmissione, aggredita dalla stampa populista, è stato comunque incredibile, pur non avendo avuto alcun sostegno in termini di pubblicità. È stata mandata in onda solo grazie alla pressione dei familiari delle vittime della mafia, che hanno scritto una lettera all’amministratore delegato Sergio».
C’è chi le rimprovera di rovinare all’estero l’immagine dell’Italia.
«L’immagine dell’Italia non la rovina chi la racconta ma chi mente. Di quella Napoli che ho raccontato, dell’attenzione mediatica che ha avuto, stanno godendo gli stessi politici che mi accusavano. Nessuno diffama il proprio Paese raccontandolo. Mostrare le contraddizioni è invece un atto d’amore. La piaggeria con cui vorrebbero si diffondesse la solita storia banale del Paese dove si mangia benissimo, dove tutti sono allegri, non attira nessuno. L’orrore dei loro spot culturali lo dimostra».
Si è sentito difeso dalla comunità letteraria?
«Ho avuto molti scrittori vicino: Paolo Giordano ha portato avanti una battaglia di verità; Francesco Piccolo e Emanuele Trevi hanno deciso di non esserci, altri verranno a Francoforte portando elementi di critica. Anche Scurati si è schierato. Stavolta c’è stata una grande solidarietà e unità che credo stia mettendo in difficoltà il governo all’estero».
Si è anche detto che la censura le ha dato visibilità.
«Un tempo un libro o un autore censurato attiravano l’attenzione, ora non è così. Non parlo di me, ma di scrittori come Ahmet Altan, meraviglioso autore turco finito in carcere con una condanna all’ergastolo. Un tempo quella condanna avrebbe portato i suoi libri ad essere letti ovunque, così non è stato. Le dinamiche di potere sanno che le cose sono cambiate e sfruttano la situazione. Ora se sei censurato sei solo censurato, nessun vantaggio».