Granada – Un gioco di specchi, di rimandi, di corrispondenze palesi e nascoste, l’ingresso del maestro del modernismo e del più quotato artista vivente all’interno della meraviglia dell’arte islamica nel cuore dell’Andalusia. Per Reflections. Picasso/Koons at the Alhambra, la doppia mostra ideata dal Museo Picasso Malaga insieme a Faba, la fondazione di Bernard Ruiz-Picasso, figlio di Paulo, primogenito del pittore, e della moglie Almine, le divinità dell’arte si sono date appuntamento qui, sulla collina ai bordi della Sierra Nevada dove i sultani nasridi crearono una reggia per glorificare l’ultimo avamposto dell’Islam in Spagna.
Nell’acqua della vasca, dentro l’Alhambra, si specchiano in questa giornata di sole le geometrie e le calligrafie del palazzo moresco e le pareti della reggia di …
Granada – Un gioco di specchi, di rimandi, di corrispondenze palesi e nascoste, l’ingresso del maestro del modernismo e del più quotato artista vivente all’interno della meraviglia dell’arte islamica nel cuore dell’Andalusia. Per Reflections. Picasso/Koons at the Alhambra, la doppia mostra ideata dal Museo Picasso Malaga insieme a Faba, la fondazione di Bernard Ruiz-Picasso, figlio di Paulo, primogenito del pittore, e della moglie Almine, le divinità dell’arte si sono date appuntamento qui, sulla collina ai bordi della Sierra Nevada dove i sultani nasridi crearono una reggia per glorificare l’ultimo avamposto dell’Islam in Spagna.
Nell’acqua della vasca, dentro l’Alhambra, si specchiano in questa giornata di sole le geometrie e le calligrafie del palazzo moresco e le pareti della reggia di Carlo V, che a testimoniare la reconquista del 1482 e il dominio dei re cattolici su Granada, si fece costruire qui una sontuosa dimora in pieno stile rinascimentale.
È in questo palazzo, sede del museo di Belle Arti, e nella rotonda interna, che ricorda il chiostro romano del Bramante e si deve al suo allievo, Pedro Machuca, che si dispiega Reflections. Nel cortile, in una nicchia della rotonda, scintillano le Tre Grazie (2016-2022) di Jeff Koons, in acciaio inossidabile lucidato e dipinto. «Una forma chiusa, che sembra raccogliere tutta l’energia dell’universo. Non avrei potuto immaginare un luogo migliore per loro», commenta l’artista, aggirandosi nel chiostro come un turista felice.
Troppo pesante per essere ospitata nelle sale al piano superiore, la scultura ha trovato in una nicchia del portico, rimasta vuota fin dal Cinquecento, la collocazione ideale. Entrando in questa ellissi, le Tre Grazie attraggono l’occhio come idoli pagani, cambiando tonalità a seconda della diversa luce del giorno. Avvicinandosi, riflettono chi le guarda scomponendone la figura. Al primo piano, in una lunga sala rettangolare, circondate dalle opere della collezione permanente del museo, che vanno dal tardo gotico al barocco, si fronteggiano le Tre Grazie (1923) di Pablo Picasso e un’altra scultura di Koons, Gazing Ball (Standing Woman), creata nel 2014 prendendo a modello una copia di epoca romana appartenuta a Pablo e da lui conservata nell’atelier di Boisgeloup. Più avanti, superando una grande Pietà lignea policroma di Jacopo Fiorentino e una curiosa Immacolata Concezione di Cotán tutta bianca e azzurra come una Cicciolina koonsiana, si incontrano le altre opere di Reflections: la bronzea Testa con elmo di Picasso, datata 1933, e un’altra opera di Koons, Gazing Ball (The intervention of the Sabine Women by David) del 2015. Poche opere importanti per una scelta perfetta: per la prima volta un edificio dell’Alhambra, patrimonio Unesco da oltre due milioni di visitatori l’anno, ospita l’arte moderna e contemporanea; per la prima volta il Museo Picasso di Malaga, nato nel 2003 dopo una lunga gestazione, porta una porzione del suo patrimonio in altre città dell’Andalusia. Un progetto, Reflection, di cui Picasso/Koons è il primo atto di una trilogia. C’è grande sintonia tra Koons e Bernand Picasso: si conoscono da anni, e Koons possiede alcuni quadri di Pablo. Parlano fitto prima che Koons, affabile ed elegante, in completo e cappotto, si sieda per rispondere alle nostre domande. A sessantanove anni, con una carriera milionaria alle spalle, ha l’aria entusiasta di chi non smette di esplorare. Non cerca lo scandalo, se mai è stata sua intenzione. Stare accanto a Picasso lo onora. E grazie alla sua lezione sta cercando forse di comporre, nella piena maturità, un autoritratto dell’artista da saggio in cui, a sorpresa, possa ritrovarsi ognuno di noi.
Il dialogo tra lei e Picasso si intitola “Reflections”. Una riflessione sulla classicità, ma anche un confronto con il grande maestro. Cosa le ha insegnato Pablo?
«Picasso è un modello straordinario a cui guardare. Possedeva tutti gli strumenti, tutte le abilità per creare con le sue mani qualunque cosa. Ma ciò che è speciale in lui è l’apertura mentale: se ti apri al mondo, così come ha fatto Pablo nel corso della sua lunga vita, ciò ti rende temerario, ti dà la capacità di continuare a trascendere e diventare altro. Questo è ciò che vedo in lui: qualcuno che ha creato se stesso, che ha saputo diventare Pablo Picasso, senza fermarsi, senza fossilizzarsi. Ha continuato a evolvere, a diventare un essere umano e un artista sempre più vasto. Per questo, nella messe incredibile di ciò che ha creato, adoro soprattutto il suo ultimo periodo. Ha lavorato fino alla morte (nell’aprile del 1973, a novantun’anni, ndr)».
Cos’ha di così potente l’ultimo Picasso?
«I suoi ultimi lavori sono commoventi. Li ha creati per se stesso, ovviamente, perché voleva continuare a trasformarsi, ma anche come dono per tutti noi: perché chiunque li guardi possa comprendere che può continuare a cambiare, diventare altro. Da artista, non c’è regalo più grande che puoi fare».
La vostra relazione con l’antico è in qualche modo simile. Entrambi avete preso a piene mani dal passato, rielaborandolo e riusandolo in assoluta libertà.
«Pablo ha usato le sue qualità non comuni per riscoprire la classicità, così come l’arte primitiva, e rimetterle in circolo nelle sue opere. Credo che avesse un solo scopo: distruggere le gerarchie che cristallizzano il passato, che ci allontanano dalla sua verità, e restituirci ciò che in quei capolavori è davvero importante, la loro essenza».
Aveva questo in mente ponendo le sue “Tre grazie” qui, nel palazzo di Carlo V? Sono così polimorfe, e osservabili da vari punti di vista, da far pensare non solo alle “Tre Grazie” picassiane, ma anche a “Les Demoiselles d’Avignon”: la bellezza che si scompone e si ricompone in modo rivoluzionario.
«I semi di questo progetto sono stati gettati molti anni fa, quando è nata la mia amicizia con Bernard Picasso e con sua moglie Amine, e proprio dall’idea di mettere a confronto le mie Tre Grazie con quelle di Pablo, senza riferimenti diretti alle Demoiselles. Picasso nel suo percorso è ripartito dalla mitologia greca, dal Mediterraneo, io per quest’opera mi sono ispirato a una porcellana settecentesca di Meissen, a una rilettura quindi più tarda del mito. E sono passato per Raffaello, un altro artista che ha ricreato il classico e che mi interessa molto».
Da Picasso a Raffaello e ritorno. Non solo non ci sono gerarchie, è come se il tempo dell’arte fosse sincrono.
«Ne ho parlato proprio qui, presentando la mostra con Joaquim Pissarro: Picasso conosceva bene il dipinto di Raffaello con le Tre Grazie del Museo Condé di Chantilly. Abbiamo notato come le figure, che in questo caso sono identificabili anche come le tre dee della contesa di Paride, stringano nelle mani tre pomi dalla superficie lucida, riflettente. Questo elemento di fluidità ricorre, ritorna in modo imprevisto. Nelle mie Grazie la superficie dell’acciaio è riflettente, come nei miei lavori della serie Gazing Ball. Il punto di contatto è proprio in questa rifrazione, che Picasso ha saputo declinare nel suo fare in così tanti modi diversi».
L’arte è quindi uno specchio creato per noi?
«Credo che il senso sia di comunicare allo spettatore che l’arte è ciò che sta accadendo dentro ciascuno di noi, quando interpretando, guardando l’arte le sinapsi del nostro cervello si mettono in moto, e diventiamo esseri umani diversi. Questo è ciò che ha davvero valore. Le opere sono dei trasformatori, ci accendono, ci rendono pronti per un’esperienza che è solo, totalmente nostra. Ciò che importa, alla fine, non sono questi quadri, queste sculture, questi disegni. Ciò che importa siamo noi, ogni persona che arriva qui, in questa rotonda che sembra raccogliere tutta l’energia dell’universo, e si immerge in questa esperienza».