Una sigaretta, fumata quasi con rabbia. La pioggia che cade, continua a cadere. La fanghiglia a terra. Un uomo attraversa l’oscurità del pomeriggio. Non ha preso l’ombrello, cammina tra la folla, mastica insulti a fior di labbra. Sente montare un disgusto di sé e un’angoscia più larga, irragionevole, feroce. Niente, tuttavia, riesce a scuotere una profonda, gelida indifferenza. «Perché non essere un uomo istintivo, sincero? Perché non aver fede?» si domanda il personaggio in questione, e dà l’impressione che il suo malessere non sia solo suo, che sia il malessere di una collettività, o di una intera epoca. Un ragazzo segnato dalla tubercolosi ossea, appassionato lettore di Dostoevskij, squarcia il velo ipocrita dei tardi anni Venti e chiude in un romanzo – e in un titolo folgorante, Gli indifferenti – una indicibile e cruda verità storica. La dice però nella forma della finzione letteraria, insindacabile nel suo arbitrio fantasioso.
Si può capire qualcosa del fascismo a partire da un …
Una sigaretta, fumata quasi con rabbia. La pioggia che cade, continua a cadere. La fanghiglia a terra. Un uomo attraversa l’oscurità del pomeriggio. Non ha preso l’ombrello, cammina tra la folla, mastica insulti a fior di labbra. Sente montare un disgusto di sé e un’angoscia più larga, irragionevole, feroce. Niente, tuttavia, riesce a scuotere una profonda, gelida indifferenza. «Perché non essere un uomo istintivo, sincero? Perché non aver fede?» si domanda il personaggio in questione, e dà l’impressione che il suo malessere non sia solo suo, che sia il malessere di una collettività, o di una intera epoca. Un ragazzo segnato dalla tubercolosi ossea, appassionato lettore di Dostoevskij, squarcia il velo ipocrita dei tardi anni Venti e chiude in un romanzo – e in un titolo folgorante, Gli indifferenti – una indicibile e cruda verità storica. La dice però nella forma della finzione letteraria, insindacabile nel suo arbitrio fantasioso.
Si può capire qualcosa del fascismo a partire da un romanzo? Più in generale: quale dialettica sana e fruttuosa è possibile istituire fra storiografia e letteratura? Vecchia vecchissima questione, che d’altra parte tormentava a suo tempo i sonni di Manzoni. Il falso che letteralmente si verifica, l’immaginazione come canale di “realtà” aumentata. Uno storico assai contestato, Hayden White, nel suo comunque illuminante Forme di storia (Carocci), un saggio di quasi vent’anni fa, convinto del fatto che la storia non sia una scienza esatta, autorizzava il passaggio dalla realtà alla narrazione. Per carità, non bisogna confondere troppo le acque o sfumare eccessivamente i confini fra discipline, però è innegabile che l’opposizione storia/letteratura si frantuma in molte circostanze.
Nelle pagine di Storie che non fanno la storia (Laterza), lo studioso Carlo Greppi osserva: «Nei casi dello stesso Primo Levi – che, per sua ammissione, “arrotondava” i suoi racconti autobiografici – o di Nuto Revelli, di Mario Rigoni Stern, Beppe Fenoglio, Italo Calvino, Luigi Meneghello. Quest’ultimo, ad esempio, definisce alternativamente il suo autobiografico I piccoli maestri “resoconto veritiero”, “romanzo” e “non-romanzo”».
La stagione neorealista è sicuramente un caso esemplare. Nella quasi proverbiale prefazione al Sentiero scritta nel ’64, Calvino indica in quella esplosione letteraria «un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo». Una reazione al silenzio, uno slancio che, nella ritrovata libertà, modellava «un multicolore universo di storie». Quello che però fu letto come approccio fiabesco alla guerra partigiana era invece il frutto di una precisa e tutto sommato realistica intenzione: raccontare quella vicenda ad altezza bambino, scegliere uno sguardo che resta al margine e che, di eroismi e sacrifici, coglie a modo suo «il colore, l’aspro sapore, il ritmo». L’influenza della storia sulla letteratura – osserva Calvino – è solitamente «indiretta, lenta e spesso contraddittoria»: nel caso della Resistenza, ci fu come una vorticosa accelerazione.
A otto decenni da quegli eventi, è interessante farsi la domanda a rovescio, e interrogarsi intorno all’influenza della letteratura sulla storia. Quanto ha contribuito, nella stratificata percezione e coscienza del Ventennio, della sua fine e della guerra civile, il materiale di finzione prodotto quasi in tempo reale, da Uomini e no di Vittorini a Una questione privata di Fenoglio?
Il nutrito drappello di personaggi di fiction – Pin, l’Agnese, Milton e Johnny, per stare alla letteratura, ma anche Pina-Anna Magnani di Roma città aperta – come hanno definito e nutrito il nostro immaginario storico? Che cosa abbiamo compreso attraverso le loro vite semi-immaginarie? Quelle più remote e quelle affiorate di recente, nel lavoro di chi non è fra i testimoni; i nati dopo, intenzionati a sondare ulteriormente la storia che li precede, ciascuno con i propri strumenti narrativi.
Penso, solo nell’ultimo decennio, alla mole impressionante di romanzi ambientati in epoca fascista, a scrittori e scrittrici come Giacomo Verri, Paola Soriga, Raffaella Romagnolo, Beatrice Salvioni, Nicoletta Verna, Marco Balzano. E ovviamente, all’Antonio Scurati di M. Ancora, spostando il cursore avanti e indietro: il fascismo come «un adolescente dalle mani fredde» in Una giovinezza inventata di Lalla Romano; la figura del gerarca Pavolini evocata e studiata dal nipote Lorenzo in Accanto alla tigre: «Non sapevo che mio nonno fosse un gerarca fascista fucilato a Dongo e appeso a testa in giù a piazzale Loreto…». Il goffo Enrichetto che scopre di essere ebreo nel giorno dell’entrata in vigore delle leggi razziali, un sabato mattina del settembre 1938 (Antonio Debenedetti, E fu settembre).
Niente è pacifico, vanno valutate a fondo intenzioni, esiti stilistici, prospettive politiche, ancoraggio alle fonti, ma è un cantiere vitale e carico di domande, la fabbrica di una controstoria emotiva, a puntate, dell’Italia novecentesca. Gli anni del boom, quelli di piombo, gli ingannevoli spensierati Ottanta…
Javier Cercas parlerebbe al riguardo di “realtà alterata”, in grado di scaldare il rigore documentario e di spingerci a interpretare il passato da angolazioni insolite. Mettendoci nei panni di tanti «signori nessuno». Che quando non hanno niente da perdere, possono azzardare: «La storia la facciamo noi, ce la costruiamo con le nostre mani – scrive Antonio Tabucchi in Tristano muore – è una nostra invenzione, e ne potremmo fare un’altra, se solo non ci lasciassimo convincere dalla storia che lei è o così o cosà, se solo avessimo la forza di dirle, signora storia, lei non è niente, non faccia l’arrogante, lei è solo una mia ipotesi, e se non le spiace ora la invento come preferisco».
Le Lezioni – Si svolge in 4 incontri, tra l’11 febbraio e il 26 maggio, “Il romanzo dell’Italia. Fascismo, Resistenza e Liberazione” organizzato da Laterza all’Auditorium Parco della Musica di Roma per gli 80 anni del 25 aprile. Paolo Di Paolo con Emilio Gentile, Anna Foa, Carlo Greppi e Benedetta Tobagi ripercorrono quella stagione a partire da grandi opere letterarie, da Calvino a Moravia, da Bassani a Renata Viganò