C’è un tempo per ogni cosa», leggiamo nell’antico libro biblico del Qohelet. È vero che a volte il tempo non basta mai, ma è anche vero che, talvolta, non finisce mai. L’orologio è un’opinione. «È ormai tempo di svegliarvi dal sonno», però scrive a un certo punto san Paolo nella sua Lettera ai Romani. Nel cammino della storia ci sono momenti segnati da una sveglia, da un sussulto che scuote il sonno, i sogni e pure gli incubi. Il Giubileo è questo. Nelle origini ebraiche il suo inizio era segnato dal suono penetrante di un corno di ariete, lo jobel (e da qui il nome). Non c’è Giubileo senza la sveglia solenne del corno che si allarga maestosa. È la nota che ci manca nel ritmo, ora andante ora ossessivo, dei giorni faticosi della nostra storia contemporanea.
Lo squillo del Giubileo è anc…
C’è un tempo per ogni cosa», leggiamo nell’antico libro biblico del Qohelet. È vero che a volte il tempo non basta mai, ma è anche vero che, talvolta, non finisce mai. L’orologio è un’opinione. «È ormai tempo di svegliarvi dal sonno», però scrive a un certo punto san Paolo nella sua Lettera ai Romani. Nel cammino della storia ci sono momenti segnati da una sveglia, da un sussulto che scuote il sonno, i sogni e pure gli incubi. Il Giubileo è questo. Nelle origini ebraiche il suo inizio era segnato dal suono penetrante di un corno di ariete, lo jobel (e da qui il nome). Non c’è Giubileo senza la sveglia solenne del corno che si allarga maestosa. È la nota che ci manca nel ritmo, ora andante ora ossessivo, dei giorni faticosi della nostra storia contemporanea.
Lo squillo del Giubileo è anche un canto del gallo, quello de La Commedia dell’arte, opera monumentale commissionata a Marc Chagall per il foyer del Teatro di Francoforte dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale. Il pittore pone sulla tela acrobati e giocolieri sulla pista colorata del circo della storia. Ma al centro si affaccia su un gallo rosso con l’occhio spalancato, l’unico a guardare lo spettatore interpellandolo. Abbiamo bisogno di sentire cantare il gallo rosso di Chagall col suo occhio spalancato sulle storie che stiamo vivendo.
Ci sono tempi di incertezze e conflitti che sembrano insostenibili. Stiamo perdendo il logos della scienza politica mentre il male assume i tratti della metafisica lasciandoci afoni, capaci solo di registrare le carneficine di una «inutile strage». Ma i conflitti stessi sembrano senza una vera e propria strategia, e le possibili vittorie non sono orientate da chiare e praticabili idee di futuro. La tragedia è che ancora si crede che le guerre possano risolvere i problemi. Oltre che una stupidaggine, questa è una decisione libera degli uomini e degli Stati, incluse le democrazie.
Il peggio del Novecento sta tornando, e non esiste un pagano deus ex machina che risolva il problema degli uomini con una trovata geniale o con un colpo di spugna o una piroetta. L’unico suono che si ascolta e rimbomba è quello bellicoso. «S’ode a destra uno squillo di tromba;/a sinistra risponde uno squillo», per citare Manzoni. Su questo mondo che si sgretola scende il suono pervasivo e senza barriere del jobel. E il suo squillo profondo raccoglie l’urlo di Munch, ma lo supera. È l’urlo tragico ma gioioso — così come lo è ogni vera resurrezione — del «basta, basta così, adesso basta».
E che cosa proclamava questo squillo del Giubileo? Nella tradizione ebraica si celebrava, ogni cinquantesimo anno, un anno zero: «Proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti», si legge nel libro biblico del Levitico. Si trattava di una liberazione molto concreta: era l’anno di riposo della terra, della restituzione delle terre confiscate e della liberazione degli schiavi. Tre semplici cose che costituiscono il senso di una rivoluzione. Il Giubileo era il tempo del riposo della terra, infatti: non c’era semina né mietitura né vendemmia né potatura in quell’anno. Si poteva mangiare solamente il prodotto spontaneo dei campi. E il messaggio giubilare oggi risuona su una terra che non è più “casa comune”, ma ripostiglio. Sfruttare è diventato sinonimo di mettere a frutto, mentre il suo significato è l’opposto. La cura del creato che ci mantiene vivi su questa terra ha lasciato il posto al possesso e alla rapina delle risorse, mossa da una brama egoisticamente illimitata di potere e di benessere materiale.
La proprietà al suono del jobel svela il suo senso più vero: è legata al raccolto e non al possesso assoluto. Si comprano cioè soltanto i raccolti e non il bene fondiario. Il prezzo della terra era regolato, infatti, dai raccolti possibili in vista del Giubileo, quando la terra ritornava a chi l’aveva. Quando gli israeliti arrivarono nella Terra promessa, il territorio venne spartito tra le tribù, tra le varie famiglie, per cui ciascuna di esse aveva un pezzo di terra. Con gli alti e i bassi dell’economia accadeva che qualcuno perdesse tutto, qualcuno accumulasse beni e proprietà. Il Giubileo azzerava il conto e ciascuno tornava al suo possedimento originario, e ripartiva. Papa Francesco fa eco giubilare affermando che il diritto alla proprietà privata «si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società» (Fratelli tutti, n. 120).
La schiavitù è privata del suo senso: chi vendeva sé stesso perché caduto in miseria, non diventava schiavo ma un bracciante, che avrebbe servito fino all’anno del Giubileo. Allora lui con i suoi figli se ne sarebbero andati, rientrando nella proprietà dei loro padri. È questa l’unica logica veramente alternativa dei nostri tempi. Occorre riscoprire, dunque, la fraternità, questa potente parola evangelica, ripresa nel motto della Rivoluzione francese, ma che l’ordine post-rivoluzionario ha poi abbandonato fino alla sua cancellazione dal lessico politico-economico. Non ci deve bastare il principio di pianificazione sociale che permette ai diseguali di diventare eguali: la fraternità è quello che consente a persone che sono eguali nella loro essenza, dignità, libertà, e nei loro diritti fondamentali, di partecipare diversamente al bene comune secondo la loro capacità, il loro piano di vita, la loro “vocazione”, il loro lavoro. «Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”», ha esclamato una volta Francesco.
Sovrapponiamo al messaggio del Giubileo l’istantanea del nostro mondo. I nazionalismi riaffiorano, il senso sociale pare smarrito, e il bene comune sembra essere il meno comune dei beni. Persino la globalizzazione e l’apertura al mondo celano interessi economici e finanziari e non desiderio di fratellanza. Le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori, e sono favoriti i più forti. L’inclusione viene barattata in cambio della disponibilità a immergersi nel flusso e nelle dinamiche del consumo. Viviamo il dramma di un uomo senza legami, che diventa consumatore e spettatore passivo. Addirittura, forse al sogno del successo è subentrato il successo del sogno, che rappresentiamo tramite il pieno inserimento nei flussi di consumo.
Comprendiamo che abbiamo un disperato bisogno di Giubileo ai nostri giorni. L’“intelligenza giubilare” — verrebbe da chiamarla così — ci apre gli occhi rispetto a un certo modo di intendere l’esistenza tutto sbilanciato sull’ottimizzazione, l’orologio, la performance, l’efficienza. Propone in alternativa una visione che mette in guardia circa lo schema fordista della catena di montaggio, e intuisce il nesso radicale tra pace e giustizia. Nella sua enciclica Populorum progressio già Paolo VI, quasi sessant’anni fa, esprimeva la convinzione che «una pace che non sorga come frutto dello sviluppo integrale di tutti, non avrà nemmeno futuro e sarà sempre seme di nuovi conflitti e di varie forme di violenza».
In un momento come questo, tutti siamo chiamati a contribuire alla costruzione di un mondo migliore: credenti, non credenti, credenti di varie religioni, cristiani di tante confessioni. Il messaggio del Giubileo cristiano è per tutti: todos, todos, todos, come ripete spesso Francesco. Il punto è che dobbiamo trovare una base comune di collaborazione, una «armonia» e una «amicizia sociale». Per questo richiamarsi ai valori del Giubileo è in grado di farci riflettere meglio anche sul valore della democrazia e sul senso della cittadinanza.
L’anno del Giubileo è sempre stato un’utopia, in realtà. Dato che la scadenza era ogni cinquant’anni, c’è da chiedersi chi ne sia stato il beneficiario, posta la durata media della vita di allora. E lo è ancora oggi. Ma è proprio l’immaginazione profetica che ci guida al futuro con la sua potenza utopica. Ormai crediamo al probabile, ma abbiamo rinunciato al possibile, e perdiamo la fede. Isaia, poeta e profeta biblico, dice dei popoli: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (2, 1-5). Le lame, usate dal muscolo umano, restano tali e affilate tagliano, ma non più le tenere carni del nemico, bensì la terra in modo che i semi generino frutto e prosperità per tutti. È questa, da sempre e anche oggi, la forza utopica dell’intelligenza giubilare.