Andrea Graziosi: “Contrordine la parola razza è tornata tra noi”
di Simonetta FioriGermania 1941: medici e scienziati nazisti misurano il naso di un tedesco per determinare la razza
Può la storia di una parola o di un concetto aiutarci a capire le resistenze profonde che ancora annidano nella coscienza occidentale rispetto ai migranti di altro colore? Alla fine della lettura de Il ritorno della razza, un denso saggio di Andrea Graziosi ora pubblicato dal Mulino, si mettono a fuoco alcuni punti essenziali per affrontare “un grande problema politico contemporaneo”, come recita il sottotitolo.
Il primo riguarda la parola “razza”, espunta dopo gli orrori del Novecento dal vocabolario della cultura democratica: abbiamo eliminato il termine, ma è sopravvissuta una concezione etnica della nazione fondata su unità di sangue e di lingua, concetto storicamente intrecciato a quello di razza e quindi impregnato di una visione chiusa e gera…
Può la storia di una parola o di un concetto aiutarci a capire le resistenze profonde che ancora annidano nella coscienza occidentale rispetto ai migranti di altro colore? Alla fine della lettura de Il ritorno della razza, un denso saggio di Andrea Graziosi ora pubblicato dal Mulino, si mettono a fuoco alcuni punti essenziali per affrontare “un grande problema politico contemporaneo”, come recita il sottotitolo.
Il primo riguarda la parola “razza”, espunta dopo gli orrori del Novecento dal vocabolario della cultura democratica: abbiamo eliminato il termine, ma è sopravvissuta una concezione etnica della nazione fondata su unità di sangue e di lingua, concetto storicamente intrecciato a quello di razza e quindi impregnato di una visione chiusa e gerarchizzante. E il secondo punto è una conseguenza del primo: da Farage a Orbán, da Le Pen al leader dell’estrema destra tedesca Hocke, da Vannacci e Salvini ai Fratelli d’Italia allarmati dalla “sostituzione etnica”, la destra nazionalpopulista europea non fa altro che cavalcare un sentimento sedimentato in Europa attraverso svariati secoli, con il contributo delle peggiori coscienze e di quelle più illuminate.
«Purtroppo la razza è tornata tra noi», dice Graziosi, uno dei maggiori esperti di storia sovietica e dell’Europa orientale, ora al lavoro su una grande opera che ripercorre le classificazioni umane, come razza appunto, popolo, nazione, lingua, etnia. «Si tratta di una mentalità profonda che oggi deve essere riconosciuta e affrontata. Anche facendo chiarezza su un equivoco concettuale che ci portiamo dietro da un secolo».
Qual è questo equivoco?
«Da un certo momento in poi — più precisamente dal 1935 — l’Europa antinazista stabilisce che la parola “razza” è indicibile, un termine vergognoso, ma propone di sostituirlo con il concetto di “etnia” e di “comunità di discendenza”, ossia l’idea di nazione come comunità naturale composta da chi proviene dalla stessa stirpe. In questo modo viene eliminata solo una faccia della medaglia perché i due concetti — razza e popolo — per svariati secoli erano rimasti intrecciati, quasi interscambiabili».
Il termine razza fu condannato dopo le aberrazioni della ideologia nazista.
«Sì, di fronte alle teorizzazioni di una razza superiore ariana e indogermanica alla quale sottomettere latini e slavi, con gli ebrei ridotti a subumani, gli intellettuali europei che pure avevano lungamente legittimato quel termine decidono di espungerlo. La proposta formale arrivò da Julian Huxley, il grande biologo fratello di Aldous: nel 1935 chiese che la parola razza fosse sostituita da quella di etnia. Ancora nel 1967 la condanna del razzismo da parte dell’Unesco è netta, ma sopravvive la celebrazione dei popoli intesi come comunità etniche pure. Impostazione da cui non ci siamo ancora liberati».
Fuori d’Europa invece la parola razza ha continuato a vivere.
«Negli Stati Uniti, e in Brasile come colore, figura persino nei censimenti. E nei campus americani abbiamo assistito al proliferare di Center for the Study of the Race, sollecitati dal basso da chi orgogliosamente rivendica un’appartenenza identitaria. Gli americani non erano schiacciati dal senso di colpa che dopo la Shoah pesava su noi europei. E, a differenza di alcune delle nostre società, il colore vi esisteva da secoli».
Lei in sostanza dice: eliminando la parola razza e bonificando il principio di etnia, non ci siamo liberati dall’idea di nazione come comunità “naturale” fondata sulla discendenza.
«È quella concezione etnonazionale dei popoli che si afferma nell’età moderna tra Francia e Germania e più tardi viene ripresa anche dal nostro Risorgimento: ogni popolo è provvisto di una specifica identità, di una propria psicologia, di un’anima riflessa nella lingua. In realtà nessuna comunità è pura, frutto di mera discendenza, perché siamo tutti mescolati, come avevano capito bene i romani la cui nozione di populus era fondata sulla combinazione politica di latini, etruschi, sabini».
Quindi, tornando all’equivoco iniziale, perpetuando una visione etnonazionale non ne abbiamo colto il pericolo.
«Le guerre oggi, in Europa e fuori, si combattono in nome dei popoli intesi come comunità etniche. E il principio di comunità etnica fondato sulla discendenza ostacola l’affermazione del criterio più giusto su cui fondare la costruzione di una nazione: l’adesione a una legge comune, che naturalmente produce con il tempo legami culturali e identitari».
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Lei sostiene che fino agli anni ’30 del ’900 i popoli-nazione venivano chiamati indifferentemente razze. Ma intanto la parola razza aveva acquistato un significato razzista. Quando il termine cominciò a indicare una gerarchizzazione tra superiori e inferiori?
«Come spiega Contini, in origine — intorno al 1160 — la parola alto-francese haraz è legata all’allevamento dei cavalli, poi venne usata dalle famiglie nobili come segno di riconoscimento, nell’accezione di sangue superiore. Ma la grande rottura che ebbe un impatto profondo sul concetto di razza è rappresentata dalla scoperta delle Americhe, quando ci si cominciò a domandare: “Ma gli indios sono uomini come noi?”. Le risposte furono eterogenee. Il papa Paolo III difese il principio dell’eguaglianza, mentre dallo stesso mondo cristiano si sollevarono voci che tendevano a distinguere e gerarchizzare. Ma fu soprattutto nel secolo successivo che la scienza oppose alla teologia universalista della Chiesa l’immagine di una umanità divisa in razze, contraddistinte da colori diversi e presto codificate in inferiori e superiori. Una visione destinata a contagiare nel tempo le migliori menti come quelle di Hume e Voltaire. Perfino il padre dei Lumi era convinto che i bianchi fossero “superiori a quei negri, così come i negri lo sono alle scimmie e come le scimmie lo sono alle ostriche”».
La civilissima Europa trovava una giustificazione pseudoscientifica alla tratta degli schiavi neri.
«Diciamo che questa idea poligenista della divisione in razze è sopravvissuta fino alla seconda metà dell’Ottocento, quando il naturalista britannico Charles Darwin fece piazza pulita del razzismo con la teoria dell’evoluzione che riconduce l’umanità a un principio di unità. Ma ci sono voluti parecchi decenni prima che le classi dirigenti europee mettessero in discussione il sentimento di superiorità bianca sui popoli di diverso colore. Di fronte a una più rapida riproduzione di quelli che consideravano gli strati inferiori dell’umanità, gli europei non volevano essere sommersi dai neri, e neppure dagli asiatici. Paure che hanno resistito nel tempo».
È impressionante la difesa della whiteness che trionfa nella nascente Società delle nazioni, dopo la Prima guerra mondiale.
«Nel 1919, a Versailles, il Giappone fece una battaglia perché nel preambolo del trattato di pace fosse riconosciuta l’eguaglianza delle razze, ricordando che le coloured races formavano ormai il 62 per cento dell’umanità. Toccò al leader laburista australiano fare il lavoro sporco, respingendo la proposta di Tokyo. Con grande soddisfazione di Regno Unito e Stati Uniti, i quali privatamente diedero la colpa ai “proletari australiani”, ben contenti della difesa della superiorità bianca».
Questa mentalità sopravvive oggi, orgogliosamente espressa dalle destre nazionalpopuliste che plaudono alla “razza europea”, come dice Orbán.
«Negli ultimi due decenni sono cambiate profondamente alcune delle nostre società, proprio per l’avanzare di quella che ai primi del ’900 l’intellettuale afroamericano Du Bois ha definito “la linea del colore”: in Italia ad esempio è comparsa solo negli anni Settanta del secolo scorso. Di fronte a queste trasformazioni bisogna confrontarsi con le paure, con l’etnocentrismo e con il razzismo di società europee che a lungo si sono ritenute pure. La razza come teorizzazione di una differenza tra popoli è purtroppo tornata tra noi, anche come rivendicazione dal basso. Se la destra populista fa il suo, cavalcando questi timori anche in nome di una concezione comunitaria ed etnica della nazione, la sinistra non può rispondere in modo afono, ignorando le strutture profonde di una mentalità radicata. Altrimenti rischia di rimanere sconfitta sul campo di una battaglia culturale che invece è fondamentale governare».
Il libro
Il ritorno della razza di Andrea Graziosi (il Mulino, pagg. 150, euro 13)