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“Basta definirlo fascista”, il mondo riscopre un altro Mishima

Lo scrittore Mishima Yukio (1925-1970) 

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Più ironico che guerriero. Fluido, ma non misogino. Ecco la maschera inedita dello scrittore giapponese in occasione dei 100 anni dalla sua nascita
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Celebrato come scrittore-samurai, icona di cui si è appropriata la destra neofascista tirandolo per la giacca, Mishima ora sembra rinascere a nuova vita liberandosi dalle scorie delle ideologie. In occasione dei 100 anni dalla nascita, il 14 gennaio 1925, Mishima Yukio (con il nome che segue il cognome come si usa in Giappone) è al centro di ripubblicazioni della sua sterminata opera in tutto il mondo, mentre nel suo Paese il culto estetizzante della sua figura va inaspettatamente trasformandosi in modo pop in mano alle nuove generazioni: «I ragazzi delle università stanno sdoganando un nuovo Mishima, più leggero, meno conosciuto. Anche l’etichetta di misogino è stata finalmente messa da parte. La verità è che Mishima le donne le rappresentava in tutte le loro differenze: belle, brutte, buone, cattive e non perfette e silenziose come quelle di Kawabata. Si pensi a un romanzo come Una virtù vacillante, che ha al centro un rapporto extraconiugale ed è una critica alla società tradiziona…

Celebrato come scrittore-samurai, icona di cui si è appropriata la destra neofascista tirandolo per la giacca, Mishima ora sembra rinascere a nuova vita liberandosi dalle scorie delle ideologie. In occasione dei 100 anni dalla nascita, il 14 gennaio 1925, Mishima Yukio (con il nome che segue il cognome come si usa in Giappone) è al centro di ripubblicazioni della sua sterminata opera in tutto il mondo, mentre nel suo Paese il culto estetizzante della sua figura va inaspettatamente trasformandosi in modo pop in mano alle nuove generazioni: «I ragazzi delle università stanno sdoganando un nuovo Mishima, più leggero, meno conosciuto. Anche l’etichetta di misogino è stata finalmente messa da parte. La verità è che Mishima le donne le rappresentava in tutte le loro differenze: belle, brutte, buone, cattive e non perfette e silenziose come quelle di Kawabata. Si pensi a un romanzo come Una virtù vacillante, che ha al centro un rapporto extraconiugale ed è una critica alla società tradizionale».

La professoressa Virginia Sica, cattedra di Lingua e letteratura giapponese all’università di Milano, apprezza il salto di ricezione: «Mishima era un conservatore certo, ma in quel Giappone questo non significava essere fascista. Bisogna contestualizzare». In realtà lo scrittore si definiva apolitico e più che altro rimproverava al suo Paese l’asservimento agli Stati Uniti. Abito da sera, tradotto da Sica, è una presa in giro della nuova buona società giapponese che negli anni del boom si fingeva chic scimmiottando gli americani.

Sarà che stavolta le celebrazioni hanno come data di riferimento la nascita e non la morte spettacolare per harakiri di Mishima, ma le cose sembrano andare in altra direzione. Nella locandina scelta per una mostra in corso a Tokyo in suo onore presso il Kindai Bungakukan, Istituto di letteratura moderna giapponese, si vede un Mishima sorridente, più ironico che guerriero. Scolora lo stereotipo marziale ancorato al gesto finale: lo scrittore si era ucciso il 25 novembre 1970, eseguendo il seppuku, trafiggendosi l’addome con una spada prima che un discepolo gli tagliasse la testa. Gesto teatrale che secondo il biografo John Nathan intreccia insieme morte e erotismo.

Una sorta di «feticizzazione estetica della violenza», come ha scritto di recente sul New Yorker Ian Buruma dedicando un articolo a Mishima, lo scrittore giapponese più tradotto al mondo, con 43 libri pubblicati tra romanzi, racconti e opere teatrali. Rimane però il macabro rituale: ogni anno un gruppo di suoi ammiratori, appartenenti a gruppi di estrema destra si riunisce per ricordare il suo attacco ai quartieri generali di autodifesa di Tokyo.

Come è noto Mishima aveva formato un proprio esercito privato con il quale cercò di mettere in atto un colpo di Stato contro il governo democratico. La scelta della morte da samurai seguì il fallimento del progetto. Naturalmente la destra, osserva Giorgio Amitrano, professore all’Orientale di Napoli, rimuove «l’omosessualità di Mishima, le sue manifestazioni di esibizionismo di stampo omoerotico, le sue frequentazioni di intellettuali di sinistra».

In Italia l’anniversario non passerà sotto traccia. Feltrinelli dal 2022 ha messo sul piatto nuove edizioni dei suoi romanzi, tra cui la ripubblicazione in questi giorni di Confessioni di una maschera (traduzione di Andrea Maurizi), bestseller mondiale, uscito in Giappone nel 1949 e in Italia grazie al fiuto di Giangiacomo Feltrinelli nel 1960. Mishima ha goduto in vita di grande successo mediatico. Era una vera star ma gli sfuggì il Nobel che nel 1968 andò a Kawabata. «Confessioni di una maschera — spiega Amitrano — è un viscerale scavo di autocoscienza non solo nella sessualità del protagonista, ma anche in tutte le contraddizioni di un uomo diviso tra una natura profondamente intellettuale e una sete insaziabile di fisicità. È la radiografia di una mente geniale». Tra le uscite Feltrinelli ci sono però libri da esplorare proprio perché rivelano un Mishima diverso: consigliato il satirico In punta di penna, divertente gioco di coppie sul modello relazioni pericolose. E Una primavera troppo lunga diventato un film.

L’altro Mishima, non solo quello ipercolto del Padiglione d’oro, amava pubblicare a puntate sulle riviste femminili. Abito da sera era uscito su Mademoiselle. Amitrano ha tradotto Vita in vendita, stravagante bestseller postumo (più di 320 mila copie vendute) da pochissimo ripubblicato da Feltrinelli in tascabile, che mescola generi: thriller, spy story, hard-boiled, vampirismo.

Figura affascinante perché contraddittoria: in Mishima, nom de plume di Kimitake Hiraoka, il culto del guerriero si univa alla bisessualità e al matrimonio con Yoko Sugiyama, dalla quale ebbe due figli, così come i romanzi colti convivevano con le comparsate nei film gangster. «Nel suo mettere insieme aspetti apparentemente inconciliabili — dice Amitrano — ha di fatto anticipato i tempi, esprimendo un relativismo e un gusto per la contaminazione oggi ampiamente diffusi, ma all’epoca inconcepibili».

Il corpo era per Mishima centrale: dopo un’infanzia malaticcia e gracile si era messo a sollevare pesi, ossessionato dal body building. «Nella sua visione probabilmente l’omosessualità — continua Amitrano — era più un eccesso che una carenza di virilità, sostenuto anche da una tradizione di amori tra guerrieri». Non dimentichiamo che amava la letteratura greca antica.

Strano destino contenere tutto e il contrario di tutto, spiazzare sempre, deludere e infervorare. Ha conquistato gente comune, intellettuali e anche musicisti, da Philip Glass a Ryuichi Sakamoto ai Cccp di “lode a Mishima e Majakovskij”. Forse ha ragione Marguerite Yourcenar, che dedicandogli un libro, ha scritto la cosa più semplice e vera: «Mishima va restituito al proprio enigma».

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