In uno dei primi cortometraggi della storia del cinema, diretto da Georges Méliès nel 1902, il razzo a forma di proiettile da cannone in cui viaggiano sei baldi esploratori si schianta sulla faccia sorridente della Luna (un benevolo mascherone virile); la centra nell’occhio, e la fa piangere. Quella Luna di cartapesta, tutta picchi e crepacci, e nel cui sottosuolo crescono funghi giganti, ricostruita negli studi della Star Film di Parigi, è infestata da selvaggi simili a scheletri, primitivi armati di lance, che non gradiscono la visita: catturano i terrestri e li mettono in fuga. L’invasione è scongiurata, ma è solo questione di tempo. La ferita inflitta dagli esploratori al corpo celeste non si rimargina. Una fantasticheria meno puerile di quanto sembri: l’impronta degli stivali di Neil Armstrong è rimasta impressa per sempre nella polvere lunare, su cui nessun vento soffia mai, e la bandiera a stelle e strisce è ancora piantata sulla superficie del satellite (sempre che non abbiate…
In uno dei primi cortometraggi della storia del cinema, diretto da Georges Méliès nel 1902, il razzo a forma di proiettile da cannone in cui viaggiano sei baldi esploratori si schianta sulla faccia sorridente della Luna (un benevolo mascherone virile); la centra nell’occhio, e la fa piangere. Quella Luna di cartapesta, tutta picchi e crepacci, e nel cui sottosuolo crescono funghi giganti, ricostruita negli studi della Star Film di Parigi, è infestata da selvaggi simili a scheletri, primitivi armati di lance, che non gradiscono la visita: catturano i terrestri e li mettono in fuga. L’invasione è scongiurata, ma è solo questione di tempo. La ferita inflitta dagli esploratori al corpo celeste non si rimargina. Una fantasticheria meno puerile di quanto sembri: l’impronta degli stivali di Neil Armstrong è rimasta impressa per sempre nella polvere lunare, su cui nessun vento soffia mai, e la bandiera a stelle e strisce è ancora piantata sulla superficie del satellite (sempre che non abbiate visto i film Capricorn One, American Moon e Fly Me to the Moon, e che non aderiate alle teorie del complotto secondo le quali lo sbarco del 1969 non è mai avvenuto, ma si è trattato di un falso realizzato in uno studio televisivo – un prodotto della propaganda americana per vincere la guerra fredda).
Il programma World Monuments Watch del World Monuments Fund, che ora, per la prima volta, ha inserito la zona di allunaggio dell’Apollo 11 nella lista dei siti patrimonio dell’umanità in pericolo, sembra volerla tutelare come una testimonianza dell’ingegno umano, o una meraviglia naturale. Ma non solo quello spicchio del satellite ha bisogno di essere difeso. Il sogno di andare sulla Luna, e di possederla, è antico quanto quello di comprenderla.
Da quando il cannocchiale (e la penna) di Galileo ne hanno rivelato le macchie, lo sappiamo. È un’irrilevante sfera di roccia, forse il detrito di remote collisioni, che galleggia nel silenzio siderale dell’universo – e soltanto la forza d’attrazione della terra le impedisce di perdersi nelle galassie. Una crosta corrugata composta di uranio, torio, silicio, potassio, titanio e altre materie prime, butterata di crateri immensi (profondi fino a tredici chilometri) e montagne più alte dell’Everest; priva di vita, gelida nella parte sempre in ombra, rovente in quella esposta ai raggi solari. Non risplende né emette luce propria e si limita a riflettere quella del Sole, tanto che Luciano di Samosata, il primo a inventare (nell’Icaromenippo, L’uomo sopra le nuvole) un viaggio sulla Luna, le fa chiedere al filosofo cinico Menippo di Gadara - il quale, volando con ali d’aquila e d’avvoltoio, è riuscito ad atterrarci sopra - di andare da Zeus e pregarlo di far cessare le assurde speculazioni sul suo conto, minacciando di lasciare il proprio posto, perché stufa di sentirsi definire ladra, per aver rubato la luce.
Eppure forse proprio per questo splendore riflesso, la Luna è da millenni lo specchio delle fantasie degli uomini. Vi hanno proiettato le proprie speranze, e il bisogno di protezione e salvezza: dalla Mesopotamia all’Egitto, dal Giappone all’antica Grecia, l’hanno considerata sacra. Un dio, più spesso una dea, di genere femminile come il sostantivo che in molte lingue la identifica. Forse per questo ha poteri magici sui corpi, sulle acque e sulla vita del nostro Pianeta (regola la misteriosa cronologia del sangue delle donne, il flusso della marea, la crescita dei semi nella Terra). Contadini e navigatori la cercano nel cielo, ne seguono le fasi, la attendono sorgere e tramontare, ne benedicono la plenitudine, ne temono l’assenza. I pittori hanno cercato di catturare il segreto argenteo della sua luminosità. I musicisti di restituirne in note la melodia astrale. Ogni poeta - cattivo o sublime - le ha dedicato almeno un componimento. Sorella preziosa per Francesco d’Assisi, amica per Foscolo, graziosa per Leopardi, pia per Carducci, allusiva per Ungaretti, ha meritato più aggettivi di un’amante. La letteratura l’ha adorata, invocata, smitizzata. La Luna ha custodito il senno perduto di Orlando e consolato i pastori e gli innamorati. Ha offerto agli autori satirici lo scenario per costruirvi l’antimondo, e smascherare il nostro: Cyrano de Bergerac, che vi ambientò Gli stati e gli imperi della luna nel 1650, immaginava che fosse abitata: i seleniti amavano il sesso, usavano come moneta la poesia e credevano nell’uguaglianza di ogni essere vivente. Era abitata ancora nei romanzi degli scrittori del XX secolo: per H.G. Wells da piante commestibili e allucinogene ed esseri a forma di insetto e divisi in caste come le api; da mostri e principesse con le ali per Rice Burroughs (più noto per Tarzan), che la scelse per una trilogia d’avventura. Ma quando la possibilità di raggiungere davvero il satellite diventò reale, molti scrittori hanno temuto che perdesse ogni aura e ogni magia. Altri, fautori della scienza, hanno sperato invece che entrambe, usurate, si rinnovassero.
«Ma la Luna dei poeti» – ha scritto Calvino, pochi anni prima dell’Apollo 11 – «ha qualcosa a che vedere con le immagini lattiginose e bucherellate che i razzi trasmettono? Forse non ancora. Ma il fatto che siamo obbligati a ripensare la Luna in un modo nuovo ci porterà in un modo nuovo tante cose. Chi ama la Luna davvero non si contenta di contemplarla come un’immagine convenzionale (…). Vuol vedere di più».
Invece le testimonianze dei dodici astronauti che sulla Luna sono stati davvero, nel corso delle sei missioni Apollo culminate con uno sbarco (l’ultimo a posare il piede sulla superficie è stato Gene Cernan, nel 1972) non hanno aggiunto molto al racconto immaginario del personaggio di Luciano di Samosata. Menippo di Gadara ci era salito «per vedere come stanno le cose». E così era accaduto. Oltre alla Luna stessa, infastidita dalle scempiaggini degli uomini sul suo conto, c’era solo un altro abitante: il filosofo Empedocle, bruciacchiato, coperto di cenere, etereo come fumo. Gli aveva svelato il segreto della visione assoluta. Da lassù, il filosofo poteva vedere ogni cosa sulla Terra. E scoprire che gli uomini sono insignificanti come formiche, le loro imprese vane, tutto minuscolo - ridicolo, meschino ed effimero. La Luna era insomma il luogo stesso della conoscenza - di sé e della propria natura.
«Siamo venuti in pace, per tutta l’umanità», recita la targa apposta dalla missione Apollo 11. Nel cielo buio e sempre nero della Luna, il messaggio attende di essere decifrato da occhi non terrestri. Per Cyrano de Bergerac, i seleniti sapevano che anche i cavoli soffrono. Ma non ci sono cavoli sulla Luna. E i viaggi di esplorazione non si compiono mai in pace (nemmeno nell’ingenuo filmino di Méliès). Non crediamo neanche che la Luna appartenga all’umanità. Ma abbiamo capito di doverla proteggere – lei e tutto ciò che significa – da noi stessi.
L’annuncio
Il nostro satellite nella lista 2025 dei luoghi a rischio. La Luna è entrata per la prima volta nella lista dei patrimoni culturali a rischio, stilata dal World Monument Fund (Wmf), organizzazione no profit con un team internazionale e sede a New York. L’intento è di proteggere, si legge nelle motivazioni, il sito dell’allunaggio con le impronte di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, ma anche di portare l’attenzione, mentre si apre “una nuova era di esplorazioni” sull’ambiente lunare, per “prevenire i danni di un’accelerazione delle attività private e governative nello spazio”.