La Germania anno zero verso il futuro
di Ezio Mauro“Za druzhbu”, “All’amicizia!”. Il secondo giorno della Conferenza, lunedì, si cominciò a brindare molto presto, fin dal mattino. Non era ancora mezzogiorno, infatti, ed era appena incominciata la riunione dei ministri degli Esteri, ospiti tutti di Villa Kurtis, la residenza sovietica, quando l’ambasciatore Harriman portò al tavolo la notizia appena arrivata della presa di Manila, con l’annuncio del generale MacArthur della fine dell’occupazione giapponese durata più di tre anni. Un’altra fortezza nemica cadeva, il domino continuava. Molotov propose immediatamente di celebrare la vittoria alleata, e Anthony Eden si associò al brindisi per una conquista che apriva le porte alla riconquista dell’arcipelago filippino. Ma non c’era tempo per troppe felicitazioni. Alle quattro del pomeriggio era convocata la sessione plenaria della Conferenza a palazzo Livadia, e il problema gigantesco della Germania occupava tutto l’ordine del giorno del secondo incontro fra i Tre Grandi. La guerra sembrav…
“Za druzhbu”, “All’amicizia!”. Il secondo giorno della Conferenza, lunedì, si cominciò a brindare molto presto, fin dal mattino. Non era ancora mezzogiorno, infatti, ed era appena incominciata la riunione dei ministri degli Esteri, ospiti tutti di Villa Kurtis, la residenza sovietica, quando l’ambasciatore Harriman portò al tavolo la notizia appena arrivata della presa di Manila, con l’annuncio del generale MacArthur della fine dell’occupazione giapponese durata più di tre anni. Un’altra fortezza nemica cadeva, il domino continuava. Molotov propose immediatamente di celebrare la vittoria alleata, e Anthony Eden si associò al brindisi per una conquista che apriva le porte alla riconquista dell’arcipelago filippino. Ma non c’era tempo per troppe felicitazioni. Alle quattro del pomeriggio era convocata la sessione plenaria della Conferenza a palazzo Livadia, e il problema gigantesco della Germania occupava tutto l’ordine del giorno del secondo incontro fra i Tre Grandi. La guerra sembrava quasi vinta, anche se bisognava ancora combattere e soffrire: ma che fare con il Paese che l’aveva scatenata quasi sei anni prima?
È Stalin il primo a mettere le carte in tavola. Sembra di cattivo umore, è più ruvido del solito, non ha intenzione di sorridere e scherzare e nemmeno di avvicinarsi al cuore dei problemi per gradi, divagando, con un approccio morbido che crei nell’antica sala da biliardo dello zar un’atmosfera positiva, favorevole a un negoziato. Chiede la parola ed entra subito in argomento, rigido e impaziente. Dunque, la Germania e il suo destino, la vera questione per cui si è riunita la Conferenza e i tre leader sono venuti fino a Jalta. Nel vertice di Teheran e nei colloqui con Churchill a Mosca si è parlato dello smembramento della Germania, ma non sono state prese decisioni, ricorda il Segretario Generale. Ora è il momento di farlo. «Roosevelt a Teheran ha proposto di spezzare la Germania in cinque parti, con cinque Stati autonomi, Churchill nella sua visita al Cremlino ha suggerito invece di dividere il Paese in due entità, la Prussia e la Baviera, mettendo la Ruhr e la Westfalia sotto il controllo internazionale. Noi dobbiamo scegliere: vogliamo che la Germania mantenga un governo centrale oppure creeremo tanti governi quante saranno le parti in cui il Paese sarà diviso? E ancora: siamo tutti d’accordo a chiedere la capitolazione incondizionata della Germania, ma se a proporcela fosse Hitler, noi conserveremmo il suo governo, come abbiamo fatto in Italia con Badoglio?». Churchill risponde che la capitolazione esclude qualsiasi accordo di armistizio, e se la proposta di resa incondizionata venisse da Hitler o da Himmler è evidente che qualsiasi trattativa con loro sarebbe rifiutata, in quanto sono dei criminali di guerra, e gli Alleati continuerebbero a combattere fino a occupare l’intero Paese.
Un soldato dell'Armata Rossa sventola vittorioso la bandiera dell'Urss
Quanto allo smembramento della Germania, il problema è troppo complesso per risolverlo nei pochi giorni della Conferenza, e conviene delegarlo a una commissione apposita. «Abbiamo a che fare con un popolo di 80 milioni di persone e la decisione sulla sua sorte non può essere presa in 30 minuti. Io stesso non so rispondere sulle linee che lo smembramento dovrebbe seguire. La mia idea personale (ma mi riservo di cambiarla liberamente) è di istituire un secondo Stato tedesco con Vienna capitale. La vera questione è sapere se la Prussia dev’essere divisa». «Capisco le difficoltà - aggiunge Stalin - ma il problema deve essere risolto da noi, qui, in linea di principio. Gli avvenimenti si sviluppano verso una catastrofe per la Germania, militare ed interna, in quanto non disporrà né di carbone né di pane. Dobbiamo essere preparati a questo. E dobbiamo affrontare la questione delle riparazioni: noi abbiamo predisposto un piano». Churchill chiede di conoscerlo.
Il piano scritto dai russi, e illustrato da Ivan Maisky, viceministro degli Esteri, prevede che le riparazioni non debbano essere in denaro, come dopo l’ultima guerra, ma in natura, attraverso la confisca della ricchezza nazionale e le consegne annuali di merci. In più la Germania deve essere disarmata anche dal punto di vista economico, per garantire la sicurezza in Europa, con il prelevamento dell’80 per cento delle attrezzature dell’industria pesante e il 100 per cento della produzione di aerei, armamenti, munizioni. Il pagamento delle riparazioni dovrà durare 10 anni e le imprese industriali che potrebbero rappresentare un pericolo per la rinascita del potenziale militare tedesco dovranno essere controllate dai Tre Grandi e internazionalizzate.
La base di compensazione dei danni di guerra secondo il calcolo del Cremlino deve arrivare come minimo a 20 miliardi di dollari, di cui la metà dovrebbe spettare all’Unione Sovietica, tenendo conto delle perdite materiali subite e delle vittorie riportate sul nemico. Stalin ha rivelato il suo obiettivo, adesso si guarda intorno per capire le reazioni di Stati Uniti e Inghilterra, teso e guardingo. Nulla si muove intorno al tavolo, poi Churchill si sporge in avanti, nella sua divisa da colonnello dell’aviazione. Guarda gli interlocutori al di sopra degli occhiali, unisce le mani di fronte a sé e ancora una volta incarna l’obiezione occidentale al Capo dell’Unione Sovietica, con un ragionamento a spirale che parte da una condivisione per arrivare a un dubbio, lanciare un ammonimento, approdare a uno stop. Per prima cosa ricorda a tutti la grande delusione delle riparazioni dopo la fine dell’ultima guerra, quando la Germania riuscì a pagare il dovuto solo grazie ai prestiti degli Stati Uniti. «Certamente i sacrifici della Russia sono stati più pesanti di quelli di qualsiasi altro Paese – riconosce il Primo Ministro – Ma la Gran Bretagna ha sofferto anch’essa tantissimo per la guerra, ha visto la distruzione nelle sue città, ha dovuto vendere tutti gli investimenti all’estero, oggi deve acquistare fuori confine metà degli alimenti necessari e si è indebitata per tre miliardi di sterline. Dubito che le riparazioni possano risollevare l’economia inglese. Io vedo lo spettro di una Germania affamata: chi la nutrirà? C’è il rischio che gli alleati debbano coprire almeno in parte le riparazioni di tasca propria. Ricordiamoci, d’altra parte, che se vuoi andare a cavallo devi nutrire la bestia con fieno e orzo». «Ma bisogna anche impedire che il cavallo si ribelli - lo interrompe Stalin - e incominci a scalciare». Roosevelt spiega che gli Stati Uniti non possono garantire il futuro della Germania e cerca di individuare una via mediana: «Noi dobbiamo vigilare affinché i tedeschi non muoiano di fame, aiutando l’Urss e la Gran Bretagna a ottenere le compensazioni necessarie a ricostruire. Lasceremo alla Germania la quantità di lavoro necessaria perché non soffra la fame e possa bastare a se stessa». «La Germania – assicura Maisky – potrà vivere di una vita modesta ma decente, basata sull’industria leggera e sull’agricoltura». Churchill ribadisce che la Germania deve contribuire «secondo le sue possibilità», questo dev’essere il principio guida, anche se a lui è sempre piaciuto seguire il precetto che prescrive «a ciascuno secondo il suo bisogno». «Io invece preferisco un altro principio» conclude Stalin «a ciascuno secondo i suoi meriti».
A sorpresa, si avverte nell’aria marina di Jalta un bagliore di elettricità, come una scarica sospesa, che attraversa tutto il tavolo. Sono le due diverse correnti che si manifestano, scombinando le attese: Roosevelt e Stalin sembrano cercare ad ogni tornante una via d’intesa, preoccupati di non spezzare mai il filo che unisce gli alleati e lasciando ogni volta intravvedere che una qualche convergenza è comunque possibile, dietro la diversità delle posizioni. Churchill e Stalin sfiorano invece in ogni occasione il punto critico del dissenso, scoprono le opposte filosofie di fondo che generano e alimentano le divergenze, non rinunciano a qualche colpo di fioretto, pur avendo cura di tenere il dialogo sempre aperto. Per entrambi una rottura sarebbe gravissima: il Primo Ministro teme un voltafaccia del Cremlino, con una pace separata con Berlino; e Stalin sa che se Churchill dovesse per ipotesi estrema abbandonare il tavolo di Jalta, Roosevelt non potrebbe rinunciare alla partnership con Londra, né potrebbe sostituirla con Mosca. Il triangolo è l’unica figura utile, vantaggi, astuzie e sorprese vanno cercate al suo interno, preservandolo. Ma sta emergendo un dato nuovo, la diversa velocità di America e Inghilterra nell’ identico percorso negoziale: per Roosevelt l’intesa sull’autorità internazionale di pace, per arrivare alle Nazioni Unite, è il vero grande obiettivo di Jalta, la sua ragione storica, e per raggiungerlo si possono anche bruciare le tappe accettando qualche compromesso in più; per Churchill le varie tappe della Conferenza decidono invece il suo destino, e ognuna va difesa o conquistata perché contiene i valori per la cui difesa si è scesi in guerra.
Appena si apre il capitolo dell’occupazione della Germania, lo schema si ripete. Churchill propone di costituire una quarta zona d’occupazione, oltre a quelle gestite dalle tre potenze, e di affidarla alla Francia, ricavandola dalle zone americana e inglese, dunque senza intaccare minimamente la dotazione assegnata all’Urss. È un’idea che non piace a Stalin, non ne capisce la ragione, non ha trovato un feeling con de Gaulle e teme che la Germania quadripartita possa portare a un isolamento del presidio russo, tre contro uno. «Questa scelta stabilirà un precedente – dice – e altri Paesi chiederanno una zona». Churchill introduce un nuovo elemento: «Non sappiamo per quanto tempo ancora le forze degli Stati Uniti resteranno in Europa, quindi è essenziale poter contare sul contribuito della Francia per un controllo a lungo termine della Germania». Roosevelt spiega che le truppe americane rientreranno entro due anni, e con questa previsione ritiene giusto attribuire una zona alla Francia. «La verità – ribatte Stalin – è che la Francia ha contribuito poco a questa nostra guerra, e anzi ha aperto la porta al nemico». Ma Churchill insiste: «Dobbiamo assicurarci che la Francia in futuro stia in guardia sul fianco sinistro della Germania, altrimenti la Gran Bretagna si sveglierà di nuovo con lo spettro tedesco sulla Manica». «Diamole una zona ma non ammettiamola al meccanismo di controllo sulla Germania», propone Stalin. Roosevelt approva subito l’idea del Maresciallo, ma Churchill la boccia: «Concedere alla Francia una zona della Germania senza darle un seggio al Comitato di controllo sarebbe un’umiliazione inutile».
Anche in minoranza, il Primo Ministro non rinuncia a battersi. A Roosevelt non resta che la carta del rinvio: «Concediamo una zona alla Francia, e affrontiamo nei prossimi giorni il tema del comitato di controllo». Non ci sono cene comuni, dopo una giornata difficile, e ogni delegazione si chiude nella sua residenza. Roosevelt, provato dalle difficoltà della discussione, sale in camera e convoca subito George Fox, il marinaio che dal 1933 è distaccato alla Casa Bianca come fisioterapista, per un massaggio di un’ora. Il nervosismo accumulato al tavolo del vertice non si è ancora disperso con la conclusione della sessione plenaria giornaliera, e improvvisamente si concentra tutto nella delegazione sovietica con colloqui agitati a bassa voce, sguardi inquieti, un clima d’allarme misterioso nella grande sala dove tutti sono in piedi, scambiando le ultime chiacchiere senza fretta. Due agenti dell’NKVD cominciano a correre nei lunghi corridoi e poi si affacciano all’ingresso, dove tutto è fermo con le automobili degli ospiti in attesa, quindi tornano nella sala delle riunioni: hanno perso Stalin, incredibilmente sparito nella confusione di fine lavori. Nessuno lo ha visto uscire, nessuno lo ha incontrato nell’anticamera, nessuno sa dove sia: com’è possibile?
E i servizi segreti incaricati della sorveglianza, cosa stanno facendo? È un momento di panico, breve e insensato. Finché il Maresciallo esce dalla toilette del pianterreno, strofinandosi le mani ignaro dell’allarme creato dalla sua assenza e riportando la calma. Nella sala che si svuota restano soltanto i saluti, insieme con le ultime parole di Churchill, una giustificazione che è in realtà una rivendicazione: «Scusate se appaio poco conciliante, ma a casa ho un parlamento. E se il parlamento non fosse d’accordo con quel che io firmo qui, potrebbe cacciarmi su due piedi».
3. continua