Il futuro degli scacchi è nel freestyle. Così pensa il norvegese Magnus Carlsen, ed è difficile ignorare la sua opinione. Carlsen detiene una sfilza di record che non basta Wikipedia a contenerla. È tuttora il numero uno, e contende a Garry Kasparov la palma del più grande giocatore di tutti i tempi. Ma non è più il campione del mondo. Dopo aver regnato per un decennio, ha preferito abdicare. La corona è passata sul capo del cinese Ding Liren, e, oggi, dell’indiano Gukesh D., ma tutti al mondo sanno che il più forte è ancora lui. Solo che non ha più molta voglia di giocare. E il motivo lo ha spiegato lui stesso: troppe varianti da mandare a memoria, troppo poco spazio all’inventiva davanti alla scacchiera.
Beninteso, c…
Il futuro degli scacchi è nel freestyle. Così pensa il norvegese Magnus Carlsen, ed è difficile ignorare la sua opinione. Carlsen detiene una sfilza di record che non basta Wikipedia a contenerla. È tuttora il numero uno, e contende a Garry Kasparov la palma del più grande giocatore di tutti i tempi. Ma non è più il campione del mondo. Dopo aver regnato per un decennio, ha preferito abdicare. La corona è passata sul capo del cinese Ding Liren, e, oggi, dell’indiano Gukesh D., ma tutti al mondo sanno che il più forte è ancora lui. Solo che non ha più molta voglia di giocare. E il motivo lo ha spiegato lui stesso: troppe varianti da mandare a memoria, troppo poco spazio all’inventiva davanti alla scacchiera.
Beninteso, con gli scacchi non abbiamo ancora finito. Certo, tra l’uomo e la macchina non c’è partita. Resta il fatto, però, che al professionismo non puoi nemmeno avvicinarti se non hai trangugiato intere enciclopedie di aperture. L’apertura è la prima fase di gioco: qualunque giocatore esperto ha un proprio bagaglio teorico che gli consente di giocare le mosse migliori. Più sei preparato, più varianti (generate al computer) conosci a memoria. Poi il gioco prosegue lungo sentieri inesplorati, ma è come se a pallone, per vedere qualche nuova giocata, si dovesse aspettare la fine del primo tempo. Una noia.
Che fare, allora? Domanda rivoluzionaria che Carlsen interpreta con spirito, per l’appunto, rivoluzionario, sposando la pazza idea di Bobby Fischer. Il quale, all’alba dell’era dei computer, presagendo un futuro in cui gli scacchi sarebbero diventati noiosi e prevedibili, propose di non cominciare più alla solita maniera, con le Torri sempre negli angoli, poi i cavalli, poi gli alfieri, e al centro il Re e la Regina, ma di sorteggiare ogni volta la disposizione dei pezzi. Ne verrebbero fuori 960 possibili posizioni iniziali, ed eccoli, gli scacchi “960”, o anche “FischerRandom”, in omaggio all’inventore. O freestyle chess, e questa volta l’omaggio va alla liberazione del gioco dalle maglie sempre più strette della teoria.
Vedremo come finirà. Perché in ballo non c’è solo la poca voglia di giocare di Carlsen. In ballo ci sono corposi interessi. La Fide, Federazione internazionale degli scacchi, è tanto poco contenta che i più forti giocatori in attività seguano Carlsen, attirati da cospicui montepremi, che, per arginare il fenomeno, ha minacciato pesanti squalifiche, nel caso in cui i tornei che il norvegese sponsorizza rilascino titoli ufficiali. Sarà, ma intanto Carlsen ha preso carta e penna e ha scritto all’Economist, in occasione del primo, ricchissimo appuntamento del “Freestyle Chess Grand Slam 2025”, che si conclude oggi a Weissenhaus, in Germania. Ha scritto: ne va del futuro degli scacchi. Che deve potersi ancora affidare all’intuizione, alla creatività, all’ingegno. Gioco a freestyle per questo, e perché penso, in aggiunta, che sarà più facile vedere crescere nuovi talenti in aree del mondo più povere, finora poco rappresentate ai vertici dello scacchismo mondiale, grazie al fatto che diminuirà il peso dell’investimento tecnologico, del calcolo al computer nella preparazione individuale.
Non è più soltanto una questione di tradizione o di innovazione; è questione pure di barriere all’ingresso, di democratizzazione del gioco. Si tratta dei barbari di cui parlava Alessandro Baricco, nel suo saggio sulla mutazione: per chi è abituato a vedere lo stesso ordine dei pezzi, la disposizione a casaccio ha effettivamente qualcosa di barbaro. Pensate a Faulkner (ora è Baricco che scrive): «Per scendere con Faulkner in un suo libro, di cosa si ha bisogno? Di aver letto molti altri libri. In un certo senso bisogna essere padroni dell’intera storia letteraria». I barbari, invece, «tendono a leggere solo i libri che non dipendono da altri libri». Libri come partite freestyle, partite che non dipendono da altre partite, né dalla storia degli scacchi, o dal peso schiacciante della teoria. Partite barbare e ignoranti, e però nuove e impreviste. L’aristocrazia trema, teme la fine imminente; la democrazia preme; vede una possibile rinascita.