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Franco Arminio. “Paese mio che stai tra le nuvole”

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Nel suo nuovo libro “Caraluce” lo scrittore e poeta crea un nuovo atlante geo-letterario pieno di visioni bizzarre
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Immersi come siamo nella dimensione ipertrofica dell’io, e nella sua ininterrotta esposizione tecnologica, abbiamo smarrito la cura del visibile. Soprattutto dei luoghi a margine, di quelli che, pur manifesti ai nostri occhi, restano invece velati all’ampiezza di uno sguardo introverso fino a sparire. Franco Arminio ce lo ricorda da tempo, nella sua grammatica dei sentimenti che si traduce nella pratica quotidiana della poesia e nella narrazione rivelatrice delle comunità di frontiera, di finis terrae che abbiamo inesorabilmente abbandonato. Ha così acquisito, Arminio, una cifra, stilistica quanto di contenuti, che – nel porlo sulla scia di Gianni Celati e della sua stirpe – ne fa una figura anomala e imprevedibile. Producendo, come era inevitabile che fosse, schiere di adepti devoti ma pure di critici inesausti. Dei residui più velenosi di clamore, per lo più social, Arminio pare non preoccuparsi, convinto com’è del percorso intrapreso anni fa dalla piazza della sua Bisaccia, neanche…

Immersi come siamo nella dimensione ipertrofica dell’io, e nella sua ininterrotta esposizione tecnologica, abbiamo smarrito la cura del visibile. Soprattutto dei luoghi a margine, di quelli che, pur manifesti ai nostri occhi, restano invece velati all’ampiezza di uno sguardo introverso fino a sparire. Franco Arminio ce lo ricorda da tempo, nella sua grammatica dei sentimenti che si traduce nella pratica quotidiana della poesia e nella narrazione rivelatrice delle comunità di frontiera, di finis terrae che abbiamo inesorabilmente abbandonato. Ha così acquisito, Arminio, una cifra, stilistica quanto di contenuti, che – nel porlo sulla scia di Gianni Celati e della sua stirpe – ne fa una figura anomala e imprevedibile. Producendo, come era inevitabile che fosse, schiere di adepti devoti ma pure di critici inesausti. Dei residui più velenosi di clamore, per lo più social, Arminio pare non preoccuparsi, convinto com’è del percorso intrapreso anni fa dalla piazza della sua Bisaccia, neanche quattromila anime nell’Irpinia dell’osso, uno di comuni risucchiati dal terremoto del 1980, aperto ai venti e alle scosse di una terra aspra.

Partendo da lì, e lì sempre tornando dopo giri lunghi e impervi, talvolta incongrui, Arminio ha costruito un atlante geo-letterario e un lessico che lo hanno condotto a edificare micro-universi, quelli di Caraluce (Rizzoli) libro di epifanie, di bizzarre creazioni, che si muovono a volte persino dispettose tra ciò che è e ciò che immaginiamo sia. Perché, come ci ricorda Arminio, «l’invisibile è il vero garante del visibile, ci esercita a vedere le cose in modo avventuroso perché è l’unico modo in cui amano essere viste». Non deve apparirci, questa dichiarazione di poetica, una negazione di quanto generato nel corso degli anni, dove l’esistente ha fatto irruzione nelle pagine di Arminio in maniera totalizzante. L’Arminio di Vento forte tra Lacedonia e Candela, o di un reportage denso e minuzioso come Terracarne, dove si può anche pensare di cercare qualcosa che somigli al Santo Graal a Casavatore, ventimila abitanti ammassati alla periferia nord di Napoli, oppure l’innocenza della bellezza che plasma certi fronti ruvidi del Cilento di mare e d’interno.

I paesi dai nomi strambi di Caraluce sono talmente surreali che ci muovono comunque a una (impossibile) ricerca, punteggiano un percorso che ci scorta docilmente nel perimetro della fantasia: anche questo, forse, è il senso della paesologia (etichetta peraltro riduttiva) che appassiona e caratterizza Arminio, il suo prodigarsi nell’esercizio della manutenzione. Perché, come ci ha insegnato Henri Michaux con la sua Gran Garabagna, con Poddema, con i luoghi della Magia, ossia con le “acrobazie immaginative” dell’Altrove, citando Celati, è nello spazio indefinito che possiamo recuperare alla gioia la nostra cupa umanità. Per cui «la ragione bambina, a saltelli, a zampilli» ci porta a camminare per i vicoli di Alogonia, dove il cielo viene raccolto con le mani e portato a casa, e «nessuno rientra dopo averne preso un po’ con sé»; o a Solimena, diviso in tre da una frana, «Inferno, dove abitano gli uomini. Purgatorio, dove stanno gli animali. Paradiso, dove ci sono solo una finestra e una farfalla».

E vien voglia di inoltrarsi, con la luce della realtà momentaneamente sigillata dal buio, a Vitrufio, dove il fornaio Egidio fa il pane per i passeri e lì vivono tutti gli uccellini della vallata; a Ninaverde, «capolavoro dell’urbanistica», il paese costruito su uno sbadiglio («Immaginate che lavoro immenso. Attendere lo sbadiglio giusto e metterci dentro case e strade in un istante»); a Fusa, dove un ubriaco che cammina tutta la notte tocca un albero, un muro, una finestra: «Ogni cosa gli diceva una verità, la verità che le cose sanno di se stesse».

E naturalmente c’è Caraluce, che dà il titolo al libro, perché qui, per ogni quattro paesi veri, «trovi l’insegna di un paese inventato. La direzione per andare a Caraluce cambia continuamente. E mentre segui la tua meta, guardi il paesaggio, segui altri paesi». Nelle fiammate di una fantasia fertile, il sostrato del reale si manifesta per poi celarsi, farsi piccolo o grande, sommerso o salvato, evidente o impenetrabile, chiaro o nebuloso. Ed è quasi naturale che questo libro, destinato al richiamo delle città invisibili (ma più razionali, meno sciolte) di Italo Calvino, si apra alla più vasta gamma degli impulsi umani.

Trattasi di un gioco raffinato lungo il dorso friabile della fantasia: nel riprodurre questi sbalzi, nella curva anomala provocata da movimenti subitanei, Arminio narra molto di noi stessi, dell’età piccola che abbiamo troppo presto rinnegato, della contemplazione attiva che si è inaridita strada facendo, nell’accumulo degli anni. E quanto ci piacerebbe essere abitanti di Isla, dove coppie di anziani passeggiano anche nelle notti in cui nevica: «A Isla ci sono molti centenari, non si capisce se il merito è delle lunghe passeggiate o delle cose che si dicono». A furia di raccontarli, i paesi veri, l’autore ha come avvertito la necessità di smontarli e ricrearli, come in un puzzle o per gemmazione, dove la felicità lieve della inventiva si traduce in visioni splendidamente sorrette dalle illustrazioni di Manuele Fior. Anche se, alla fine, sorge il dubbio che non si tratti solo di visioni.

Il libro e gli appuntamenti

"Caraluce” di Franco Arminio (Rizzoli, pagg. 224, euro 18) si presenta oggi, ore 18, a Napoli, alla Feltrinelli di Piazza Martiri e a Roma il 26 febbraio,ore 18.30, museo Maxxi. Letture di Francesca Ritrovato.

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