Quando sono spuntate le carte da poker, per la prima partita notturna tra generali e ammiragli, tutti hanno capito che quel venerdì era stato il giorno della svolta.
Doppiato lo scoglio decisivo, quello della Polonia, il clima a palazzo Livadia si era rasserenato di colpo, come se l’accordo che si profilava sul destino di Varsavia avesse prosciugato Jalta di tutte le tensioni e le polemiche della Conferenza.
Jalta, la serie di Ezio Mauro: le altre puntate
Quando sono spuntate le carte da poker, per la prima partita notturna tra generali e ammiragli, tutti hanno capito che quel venerdì era stato il giorno della svolta.
Doppiato lo scoglio decisivo, quello della Polonia, il clima a palazzo Livadia si era rasserenato di colpo, come se l’accordo che si profilava sul destino di Varsavia avesse prosciugato Jalta di tutte le tensioni e le polemiche della Conferenza.
Jalta, la serie di Ezio Mauro: le altre puntate
Quella notte i trenta invitati da Stalin alla cena d’onore a villa Koreis alzarono i calici quarantacinque volte per i brindisi, i camerieri russi volteggiarono tra i tavoli fino a mezzanotte con le venti portate, gli ufficiali americani scelti e spediti in Crimea perché sapevano il russo decisero di rompere le righe, e andarono al cinema in città, come se improvvisamente fossero in vacanza nel Paese dei soviet.
Il vento era cambiato. Non tutti i nodi erano sciolti, ma ormai tutti avevano fiducia sul successo del vertice. Roosevelt cominciava a portare sul viso i segni della fatica del suo doppio ruolo, capo della potenza americana e presidente-mediatore tra Stalin e Churchill. Magro, pallido, costretto sulla sedia a rotelle, guida le sedute plenarie e la notte spesso continua la discussione bussando alle camere dei suoi collaboratori, in particolare Harry Hopkins: che quando il presidente americano sta cedendo alla proposta di Stalin sul confine occidentale della Polonia, è talmente in confidenza con Roosevelt da ricordargli con un biglietto i limiti dei suoi poteri e le prerogative del Congresso.
Churchill, nella sua divisa da colonnello dell’aviazione, è riuscito a marcare la posizione britannica su tutti i grandi temi, a mantenere l’allineamento tra Londra e Washington, a duellare con Stalin ogni giorno, senza mai rompere. Ogni sera informa Londra, e il gabinetto di guerra gli dà il polso dell’opinione pubblica britannica, invitandolo ripetutamente a resistere sulla questione polacca. Stalin è un negoziatore instancabile e testardo, che sa scegliere i toni duri e morbidi a seconda del momento, e quando bisogna dire no alle proposte occidentali e alzare una diga, manda avanti il ministro degli Esteri Molotov: che Churchill descrive come «un perfetto robot, creato appositamente per essere un manovratore, ma in realtà manovrato da una macchina poderosa». Stasera Stalin sembra placato, soddisfatto anche se guardingo. Ascolta le parole degli altri due leader disegnando cerchi, quadrati e triangoli con il lapis rosso e blu, sollevando raramente lo sguardo. Ma il Segretario di Stato americano Edward Stettinius, che lo osserva anche nelle cene ufficiali, si accorge che a ogni brindisi versa pochissima vodka nel bicchiere, in realtà pieno d’acqua, di autocontrollo e disciplina.
Adesso, all’ultimo atto della Conferenza, può prendere forma il profilo della nuova Europa liberata dal nazismo e dal fascismo, all’insegna di un concetto che dovrà segnare tutta la fase che si apre con la vittoria degli Alleati: la democrazia. I Tre Grandi prendono un impegno solenne: «Il ritorno dell’ordine e la ricostruzione in Europa dovranno essere raggiunti con metodi che consentano ai popoli liberati di distruggere le ultime vestigia del nazismo e del fascismo e di creare istituzioni democratiche di loro scelta. Tutti i popoli hanno il diritto di scegliersi la forma di governo sotto la quale intendono vivere, e i diritti sovrani di autonomia di cui erano stati spogliati con la forza dagli aggressori devono venir loro restituiti. L’obiettivo è costruire un ordine mondiale retto dal diritto e consacrato all’interesse della pace, della sicurezza, della libertà e della prosperità comune».
Ci sono ancora frizioni sulla Polonia, con Stalin che si oppone alla proposta di Churchill di incaricare gli ambasciatori a Varsavia di controllare la regolarità delle elezioni. «Non è una richiesta offensiva o campata in aria – spiega il primo ministro britannico – Osservatori potrebbero assistere alle elezioni in Grecia e in Italia, quando si voterà. Perché l’Unione Sovietica si oppone alla presenza di osservatori inglesi e americani in Polonia?». «Sarebbe un’offesa a un popolo che non è culturalmente arretrato – ribatte Stalin – e ha avuto anche grandi scienziati, come Copernico». Ma Churchill avverte: «Ci sono rimaste solo 48 ore, la possibilità di un accordo è già nell’aria, non dividiamoci sulla Polonia. Stiamo per stringere in mano un trofeo di grande valore: non possiamo permettere che questo trofeo si rompa proprio adesso in mille pezzi».
Tocca ai ministri degli Esteri limare i testi degli ultimi accordi, per portarli alla firma dei Tre Grandi. «A casa ho un parlamento a cui rendere conto – spiega Churchill – Il maresciallo Stalin, con il sistema di un solo partito ha un compito meno complicato». Il leader sovietico concorda: «Effettivamente, l’esperienza dimostra che un unico partito è un grande vantaggio per un capo di governo».
L’ultima riunione plenaria, domenica 11 febbraio a mezzogiorno, dura meno di un’ora. Si leggono i documenti, poi i tecnici apportano le correzioni finali, mentre i Tre Grandi iniziano l’ultimo pranzo. Firmano i testi dell’accordo a tavola, con i documenti appoggiati sulla tovaglia, secondo l’ordine dell’alfabetico cirillico, con la penna stilografica. Il dossier di Jalta passa alla storia: la concessione alla Francia di una zona d’occupazione in Germania, l’impegno «ad annientare il militarismo tedesco in modo che la Germania non possa mai più turbare la pace mondiale», la riparazione tedesca dei danni di guerra «nella massima misura possibile», la creazione di un’organizzazione internazionale per la conservazione della pace, l’impegno a sostenere la ricostruzione della democrazia nell’Europa liberata, la ridefinizione delle frontiere in Polonia con «la riorganizzazione del governo provvisorio su una base democratica più ampia» per arrivare «appena possibile» a libere elezioni, il sostegno in Jugoslavia all’accordo Tito-Subasic, per un nuovo governo, l’apertura di un’inchiesta sui grandi criminali di guerra.
Stalin, Roosevelt e Churchill firmano poi un protocollo segreto che prevede l’entrata in guerra dell’Urss contro il Giappone «due o tre mesi dopo la resa della Germania», e le compensazioni territoriali per Mosca in Asia. Infine, l’ultima sigla sull’impegno «a conservare e rafforzare nella pace l’unità di scopi e di azione tra le tre potenze che ha reso possibile la vittoria nella guerra».
Jalta termina qui. Semplicemente la Conferenza si scioglie, senza riti solenni, parate, saluti alla bandiera. Stalin si chiude a villa Koreis, in attesa del treno che il giorno dopo lo riporterà al Cremlino. Churchill si imbarca sul “Franconia”, Roosevelt parte per il Mar Rosso, dove incontrerà i tre re, Ibn Seoud dell’Arabia Saudita, Hailé Selassié negus neghesti d’Etiopia e Faruq I d’Egitto. Ognuno dei Tre Grandi sa di aver accettato dei compromessi, ma tutti sono convinti di portar via da Jalta un risultato personale di successo: Stalin voleva lo smembramento della Germania e l’ha ottenuto, insieme con il risarcimento dei danni di guerra, e ha convinto i suoi due partner ad accettare il gruppo legato a Mosca come nucleo sostanziale del nuovo governo polacco; Roosevelt ha in tasca la nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e l’impegno dell’Urss di scendere in guerra contro Tokyo, cambiando l’equilibrio nel Pacifico; Churchill (che secondo le confidenze del Segretario di Stato americano Stettinius «è in crisi di menopausa») si è in realtà battuto per ottenere libere elezioni in tutta Europa con il diritto dei cittadini di scegliere la forma di governo che preferiscono, e ora queste conquiste sono scritte negli accordi, con il concetto di democrazia inserito nei protocolli di Jalta.
Ma quale democrazia? Questo è il punto. I valori fondamentali della nuova epoca che nasce dalla sconfitta dei fascismi – «istituzioni democratiche», «diritti sovrani», «autonomia dei popoli», «nuovo ordine mondiale sorretto dal diritto», «libertà» – dovrebbero rappresentare la vera cifra di Jalta, sottoscritta dall’Unione Sovietica come dall’Inghilterra e dall’America: solo che quelle parole hanno ormai un suono doppio a Est e a Ovest. Churchill e Roosevelt hanno visto in Stalin la potenza militare, hanno colto la strategia politica, hanno misurato la tattica negoziale. Ma non c’è traccia nei verbali di Jalta di una loro coscienza della dipendenza del Maresciallo dall’ideologia. Eppure questo è il vero specchio deformante che altera il significato dei concetti su cui il vertice trova l’accordo, a seconda che vengano letti a Oriente o a Occidente. Ogni negoziato ha una componente di doppiezza, perché è fatto di concessioni formali e di riserve mentali. Ma qui si congiungono, per poi riconoscersi e separarsi drammaticamente, fino a diventare antagoniste, due diverse concezioni dell’Europa, della sicurezza e dell’Alleanza. La guerra fredda nasce così da un vocabolario comune, con parole scelte insieme e trasformate in impegno dalla firma dei Tre Grandi, mentre in realtà nascondevano una metamorfosi di significato, con la forma che si separava dalle intenzioni. E l’ambasciatore americano a Mosca, Harriman, rivelerà che Roosevelt e i suoi a Jalta non credevano che Stalin progettasse di sovietizzare la Polonia.
Così le tre delegazioni che hanno convissuto per una settimana si salutano amichevolmente scambiandosi medaglie commemorative e doni improvvisati: vodka, caviale, aringhe, arance confezionate dai russi, con una cassa di champagne caucasico per Roosevelt. Decorazioni da parte inglese. Sigarette, biscotti, cioccolata, qualche rasoio elettrico e pacchi profumati di chewing-gum come ricordo degli americani. Il clima è di soddisfazione. Due giorni dopo la fine del vertice, il 13 febbraio, il New York Times scrive che «gli accordi di Jalta giustificano e superano le speranze riposte nella Conferenza e tracciano la via di una pronta vittoria in Europa, di una pace sicura e di un mondo migliore. L’alleanza dei Tre Grandi regge, Jalta è una pietra miliare sul cammino verso la vittoria e la pace».
Ma dopo pochi giorni affiorano i primi dubbi, soprattutto sui confini della Polonia e sul governo di Varsavia. «Un bilancio di Jalta dimostra che nella Conferenza l’Urss ha fatto più concessioni di quante ne abbia ricevute – testimonia il Segretario di Stato Stettinius – D’altra parte il compromesso è indispensabile al progresso». E il primo marzo davanti al Congresso Roosevelt si difende: «Sono convinto che l’intesa sulla Polonia, nelle circostanze date, è la più incoraggiante possibile per uno Stato polacco libero, indipendente e prospero. Abbiamo fatto un buon passo avanti sulla via della pace mondiale, potendo vivere con i russi in termini pacifici per un tempo che si perde nelle nebbie dell’immaginazione». Churchill da Londra aggiunge il suo sigillo di garanzia: «Non conosco nessun governo – spiega ai Comuni il 27 febbraio – che rispetti i propri obblighi, anche a proprio svantaggio, più graniticamente del governo sovietico».
Ma dalla Polonia arrivano presto segnali di disaccordo nella formazione del governo così com’era stato deciso a Jalta. Il Primo ministro inglese capisce che la liberazione è diventata occupazione, l’occupazione è già possesso, il possesso è ormai annessione. D’istinto, prima che le cose nell’Europa di mezzo si chiariscano, invita Eisenhower a spingersi avanti «per stringere la mano ai russi più a est che sia possibile», poi già l’8 marzo e di nuovo il 13 scrive a Roosevelt segnalando il rischio «di dover annunciare in Parlamento l’insuccesso della nostra intesa sulla Polonia», perché «ci troviamo in presenza di un grosso fallimento e di un crollo completo di tutte le soluzioni già concertate a Jalta». Il presidente americano tenta di esorcizzare l’insuccesso: «Io non posso ammettere il crollo dell’accordo di Jalta finché non avremo compiuto lo sforzo di superare gli ostacoli insorti». Ma Churchill insiste: «Qualunque accesso alla Polonia è precluso ai nostri rappresentanti, e una cortina impenetrabile è stata calata su quel teatro di attività», scrive il 16 marzo. E il 27 l’allarme è più forte: «Se sulla Polonia veniamo defraudati dalla Russia, tanto Eden quanto io dovremo riferire apertamente il fatto alla Camera dei Comuni, dove io consigliai i critici del patto di Jalta di fidarsi di Stalin. Tutto il mondo trarrà la deduzione che quel mio consiglio era sbagliato. Se subiremo uno scacco sarà un segno assai sinistro, insieme ad altri gesti russi in contrasto con Jalta. E non è addirittura lampante che l’intero edificio della pace sarà costruito sulla sabbia?».
E Roosevelt, ormai convinto della crisi, il primo aprile scrive a Stalin: «Non posso nascondervi la mia preoccupazione. Le decisioni prese a Jalta erano buone e sono state per la maggior parte accolte con entusiasmo dai popoli del mondo intero. Noi non abbiamo alcun diritto di permettere che queste speranze siano deluse: noi tre, che ci siamo così ben compresi a Jalta, possiamo eliminare tutti gli ostacoli. Ma qualsiasi decisione che mantenga in vita, sia pure in forma mascherata, l’attuale regime di Varsavia sarebbe inaccettabile e indurrebbe il popolo degli Stati Uniti a ritenere che l’accordo di Jalta è fallito».
Lo stesso giorno anche Churchill scrive a Stalin, appoggiando le tesi di Roosevelt sulla Polonia e aggiungendo una nota personale drammatica: «Nessuno più di me ha cercato di difendere con maggiore entusiasmo e convinzione la causa della Russia. Quale amico sincero faccio appello personalmente a voi perché sia raggiunto un accordo stabile sulla Polonia e non venga respinta la mano amichevole che vi tendiamo». La risposta del Maresciallo a entrambi, una settimana dopo, è fredda. «Effettivamente la questione polacca è a un punto morto. La ragione è che gli ambasciatori inglese e americano nella commissione di Mosca che discute il caso polacco si sono allontanati dalle conclusioni di Jalta, ignorano l’esistenza del governo provvisorio polacco, non si accorgono della sua esistenza e puntano alla sua liquidazione. È un’aperta violazione delle decisioni prese a Jalta. Per uscire da questo vicolo cieco occorre stabilire che il nucleo del futuro governo polacco deve essere l’attuale governo provvisorio, che gode di enorme prestigio».
Un cablogramma di Roosevelt l’11 aprile trasmette a Churchill tutta la sua preoccupazione per la crisi che sta divorando gli accordi di Jalta, e soprattutto lo spirito della Conferenza. È l’ultimo atto del presidente americano che muore il giorno dopo per un collasso, con il disfacimento del suo sogno ambizioso come visione finale, prima della capitolazione tedesca, con i russi a Berlino. Nello studio ovale entra Harry Truman, mentre Churchill preme per un nuovo vertice a tre che si terrà a Potsdam dal 17 luglio al 2 agosto, con Stalin di fronte a Truman, e Attle che a metà vertice prende il posto di Churchill sconfitto alle elezioni. Il 6 agosto la bomba atomica cala su Hiroshima chiudendo un’epoca e inaugurando la stagione dell’onnipotenza distruttiva. I concetti di Est e Ovest dominano l’Europa e la dividono per sempre negando Jalta lontana, svuotata e inutile, con il breve sogno finito in polvere. Come le scorte di Ddt che gli americani avevano portato alla Conferenza per proteggerla e che adesso sono abbandonate nel magazzino di palazzo Livadia, memoria inutile di quella settimana d’illusione in cui l’unico pericolo per il sogno mondiale di pace sembravano le pulci di Crimea.
5. Fine. Le puntate precedenti sono uscite il 31 gennaio, il 7, il 14 e il 21 febbraio